Abruzzo, conti in pareggio, c’è chi brinda a champagne e chi paga il conto: ecco il trucco dietro il finto miracolo economico della Regione

Alfio Di Battista
7 Minuti di lettura

L’AQUILA – Se vi dicessero che i debiti di casa vostra sono improvvisamente svaniti nel nulla, cancellati, probabilmente stappereste una gran bella bottiglia di champagne, di quello buono.

È esattamente quanto hanno fatto in questi giorni il presidente della regione Abruzzo, Marsilio, l’assessore al bilancio, Quaglieri e l’immarcescibile capogruppo di Fratelli d’Italia Verrecchia nel celebrare le considerazioni della Corte dei Conti sulla parificazione del Rendiconto 2025.

La grancassa della maggioranza è partita all’istante: il mostruoso disavanzo da 411,9 milioni di euro ereditato nel 2019 è stato ufficialmente azzerato, e i conti sono in pareggio. C’è chi grida al miracolo economico ma la realtà è molto più prosaica quando si tratta di cosmesi contabile mescolata a narrazione di parte.

​Per sapere cosa sia successo davvero, bisogna prima spogliare la notizia dai paramenti della propaganda e capire cos’è quel “giudizio di parificazione” di cui parlano stampa e Tg. I magistrati contabili non hanno dato un premio di buona condotta alla politica abruzzese e non hanno certificato che la qualità della vita in regione sia migliorata.

Hanno semplicemente preso le calcolatrici e verificato che le entrate e le uscite corrispondessero, al millimetro, alle regole di legge. È un controllo di pura legalità dei numeri. I conti sono formalmente “in ordine”, ma i conti in ordine non significa avere le tasche piene.

Per ogni mille euro spesi dalla Regione Abruzzo, i magistrati contabili hanno semplicemente verificato che ci fossero altrettanti mille euro in entrata, pari, pari. Da qui, la parificazione del rendiconto, è un semplice gioco di addizioni e sottrazioni. ​La matematica, d’altronde, non mente: se un debito gigantesco svanisce, qualcuno quei soldi deve averceli messi. E quel qualcuno sono i cittadini abruzzesi, insieme a un generoso paracadute calato da Roma.

​Il presunto “miracolo” contabile vantato da Quaglieri poggia infatti su un enorme escamotage contabile che riguarda ben 163 milioni di euro. Per spiegarlo in parole semplici: guardiamo la Regione come una normale famiglia italiana che qualche anno fa, rimasta senza un soldo per pagare i fornitori, avesse chiesto un grosso prestito al nonno benestante (lo Stato), impegnandosi a restituirlo in comode a rate in trent’anni.

A un certo punto però, la banca (la Corte Costituzionale) ha irrigidito le regole e ha detto alla famiglia: “Quel prestito del nonno fa comunque cumulo col resto dei debiti che avete, da oggi sulla carta siete ufficialmente in fallimento”. Panico!

Per evitare che la famiglia smettesse di mangiare per ripianare il buco, il nonno (lo Stato) è intervenuto con una norma ad hoc, un vero e proprio colpo di spugna: “Cambiamo le regole: quel debito lo mettiamo in un cassetto a parte, lo togliamo dal bilancio regionale e voi continuate a pagarmi la solita micro-rata spalmata ancora più avanti negli anni, così la banca (la Corte Costituzionale) non vi romperà più le scatole”.

​Ecco svelato il segreto dei 163 milioni di debito, tolti con un escamotage normativo concesso da Roma, che ha permesso ai tecnici della Regione Abruzzo di ripulire lo specchio del proprio bilancio incassando il via libera della Corte dei Conti.

Ma quei soldi non sono spariti definitivamente, né sono un regalo piovuto dal cielo: semplicemente sono solo stati rimessi nel cassetto delle rate a lungo termine. Il debito c’è ancora, ma è stato ulteriormente dilutito in tantissime piccole rate spalmate nei prossimi trent’anni e più. In pratica c’è ma non si vede.

​A ciò va sommato l’aggravio di tasse della Regione, a partire dall’Irpef. ​L’Abruzzo continua a detenere il triste primato di addizionali IRPEF costantemente inchiodate ai massimi livelli storici consentiti dalla legge italiana.

Paghiamo l’Irpef più alta d’Italia e abbiamo allungato in avanti un debito monstre di 163 milioni, caricandone una parte cospicua sulle spalle delle nuove generazioni per permettere a Quaglieri e alla sua compagnia di giro, di dire che il rendiconto è parificato. Graziearka! direbbero a Roma. tanto il conto lo paga il cittadino!

L’altra leva su cui si è agito per ottenere la parificazione del rendiconto è la contrazione della spesa sanitaria. Un buco nero che da solo divora il 75 – 80% dell’intero bilancio regionale. I conti della sanità oggi appaiono formalmente in equilibrio, ma il prezzo di questo pareggio è il peggioramento del servizio.

Servizio sempre più scadente che i malati riscontrano sulla propria carne ogni volta che sbattono contro liste d’attesa infinite, pronto soccorso intasati e una medicina di territorio ormai ridotta al lumicino. La parificazione contabile è stata ottenuta depauperando i servizi essenziali. Questa è la cruda verità su cui inciampano ogni giorno migliaia di abruzzesi.

​La stessa Corte dei Conti, smorzando i facili entusiasmi della maggioranza, ha lanciato un avvertimento severo: la popolazione abruzzese invecchia, la spesa per i farmaci continua a sforare i tetti e i cittadini scelgono sempre più spesso di andare a curarsi in altre regioni, generando nuova mobilità passiva. Senza una riforma profonda e strutturale degli ospedali, il rischio di sprofondare nuovamente nei debiti è solo rimandato.

​La lezione di questo rendiconto finanziario è tanto semplice quanto spietata. La politica rivendica il merito di aver allineato le colonne delle entrate e delle uscite sotto la lente dei magistrati, e ci mancherebbe pure. Anche perché, se non fosse stato rispettato il profilo formale del bilancio la regione sarebbe stata commissariata.

La politica però, non può spacciare un’operazione di dolorosa creatività contabile per un successo sociale. Fino a quando, per tenere i conti della Regione in ordine, gli ospedali continueranno ad andare in affanno e le tasse verranno mantenute ai massimi livelli, chi vive in Abruzzo continuerà a vivere male.

Festeggiare il pareggio di bilancio, sbandierando il consenso come bollino di qualità del proprio agire politico, fa parte di quel gioco delle apparenze di una politica crepuscolare che danza attorno al falò delle vanità, ma prima o poi, quel falò diventerà cenere.

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