Abruzzo: le Amministrative rafforzano il centrodestra. Il centrosinistra, sempre più debole, perde ancora posizioni  

Un tempo l’area progressista avrebbe fatto l’analisi della sconfitta, oggi al massimo, se si fa l’analisi del sangue di certe coalizioni civiche, si rileva che il PD vince solo dove si allea con Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega

Alfio Di Battista
9 Minuti di lettura

Marsica – Le amministrative del 25 e 26 maggio scorso hanno consegnato alla cronaca l’ennesima sconfitta del centrosinistra abruzzese, questo in un contesto nazionale che invece ha registrato una timida controtendenza favorevole al campo progressista.

Un segnale estremamente negativo che va ben oltre la semplice dinamica locale. Sembrerebbe quasi che il Partito Democratico abruzzese e, più in generale, tutta la coalizione progressista siano strutturati per perdere. Una volta, si sarebbe cercato di capire le ragioni di certe sonore bocciature attraverso la così detta analisi del voto.

Oggi invece, gli organismi dirigenti, rinchiusi nei loro fortini, accerchiati da una realtà che non fa sconti, se ne restano silenti ad aspettare che passi la nottata. Nessuno pare interessato a chiedersi perché l’elettorato non risponde più. Intanto Sulmona va al centrodestra, al primo turno, e Ortona diventa oggetto di contesa fra due coalizioni di centrodestra al secondo turno. PD non pervenuto. 

Sarebbe necessario uno sguardo freddo, analitico e spietato sulle cause di questa debolezza e sulle possibili soluzioni ma il PD abruzzese, ad ogni livello, se ne guarda bene. Molto meglio tirare a campare e aspettare che cambi il vento. Seneca avrebbe detto che non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Forse è questo il punto, qual è la direzione?

Un interessante editoriale di Luca Telese, sul Il Centro, lamenta l’assenza di leadership forti. Ciò dovrebbe spiegare, secondo lui, la predisposizione alla sconfitta del PD abruzzese nelle tornate elettorali. Certo non era mai accaduto, da che esiste la regione Abruzzo, che un presidente uscente, il meloniano Marsilio, fosse riconfermato per un secondo mandato. 

In Abruzzo, più che altrove, il PD e il centrosinistra sembrano vivere in un perenne stato di subalternità culturale e politica al centrodestra. Si dirà che la regione ha sempre avuto un orientamento più conservatore che progressista, ma è innegabile che il centrosinistra, in questi anni, non abbia saputo costruire un racconto capace di mobilitare i propri elettori. 

I nomi proposti nelle liste sono troppo spesso espressione dell’apparato. E a poco serve il solito escamotage cosmetico del ricorso a candidature delle così detta società civile, che non siano espressione diretta dei partiti ma con la funzione di tenere insieme coalizioni ampie però disomogenee.

A destra non si vergognano di candidare militanti di partito. Marco Marsilio è un uomo di Fratelli d’Italia che vince le elezioni ostentando orgogliosamente la propria appartenenza politica. Nel campo progressista invece c’è sempre la rincorsa alla classica figura moderata, non troppo di sinistra né troppo centrista ma anche possibilmente civica.

È come se ci si vergognasse di mostrare i propri colori politici preferendo restare in quella zona grigia un po’ vaga, incerta, indefinita. Ma un elettore progressista perché dovrebbe essere attratto da una proposta incolore e sfuggente? Con D’Alfonso, uomo di partito, il centrosinistra vinse le elezioni, e pensare che il PD non voleva nemmeno candidarlo alla Presidenza. Poi fu costretto, l’ex sindaco di Pescara sarebbe andato comunque avanti da solo.

D’altra parte, gli stessi organi dirigenti del partito, sia a livello regionale che provinciale, sono per lo più figure cooptate, che non si sono mai misurate con le dinamiche congressuali. Da anni il PD rinnova, si fa per dire, la propria classe dirigente ricorrendo alla candidatura così detta unitaria.

Un candidato unico, possibilmente buono per ogni stagione, eletto per acclamazione diretta senza confronto, in assenza di mozioni che offrano visioni alternative fra cui scegliere. Tutto un piattume funzionale all’autoconservazione dell’apparato, più interessato a puntellare il piccolo potere del singolo piuttosto che a battere la destra nelle competizioni elettorali.

Sul fronte opposto, mentre il centrodestra, anche nelle sue forme più populiste, si è ibridato con reti civiche e associative locali, specie nei territori interni come Marsica, Val Vibrata e Alto Sangro, il centrosinistra ha perso il legame con il mondo delle professioni, della cultura e della società civile. Il PD abruzzese non è più percepito come un partito della gente.

In altre regioni, la Liguria per esempio, i progressisti hanno ricominciato a vincere dopo essere ritornati a puntare sulle questioni concrete come la sanità pubblica, l’emergenza climatica, la sostenibilità ambientale, le diseguaglianze, affidandosi a figure che esprimevano in sé, plasticamente, le ragioni della battaglia intrapresa.

In Abruzzo, da anni, non c’è una vera agenda del cambiamento. Le critiche al centrodestra sono state spesso generiche, e non strutturate attorno a un progetto chiaro. Temi centrali come il collasso della sanità, in particolare nelle aree interne che continuano a spopolarsi, la desertificazione economica e industriale, sono stati trattati in termini ideologici e strumentali. 

Un approccio talmente freddo, privo della necessaria empatia e soprattutto senza una visione collettiva di prospettiva, come può riuscire a motivare e mobilitare gli elettori di riferimento? Figuriamoci se può essere in grado di attrarre gli indecisi.  

L’Abruzzo è una regione spaccata in due: la costa, in particolare Pescara e Chieti, guardano a una modernizzazione urbana di stampo centrista, mentre le aree interne: Marsica, L’Aquila e area Peligna, vivono un progressivo isolamento. Il centrosinistra sembra non saper parlare ad entrambe le aree, anzi, i territori lo percepiscono indifferente, quasi ostile.

Quindi Che fare? Attendere o reagire? Certamente si può anche aspettare il naturale corso degli eventi che, prima o poi, porteranno all’avvicendamento dei blocchi di potere politico. Ma Il rischio di aspettare che il vento cambi potrebbe ridurre il PD abruzzese a una minoranza di pura testimonianza capace di giocare solo in difesa.

Non si tratta solo di perdere le elezioni ma di perdere il contatto con il tessuto sociale, con le giovani generazioni e con le energie locali che cercano rappresentanza senza trovarla. Cristiani senza Chiesa, avrebbe detto Silone, e non è detto che ciò non sia già avvenuto.

In molti invocano la rottura con l’attuale assetto di potere interno, ma non basta cambiare il segretario regionale o quello provinciale, più simili a portavoce dell’apparato che a leader di una forza politica.

Serve un afflato di generosità per tornare a celebrare primarie vere come metodo di selezione della classe dirigente e momento di contesa del partito, coinvolgendo reti civiche, le energie del mondo delle associazioni e del mondo produttivo.

Sarebbe necessaria un’agenda progressista abruzzese capace di rappresentare un’ampia area di interessi che vada oltre il proprio recinto ideologico, favorendo alleanze plurali, anche con realtà non tradizionalmente politiche.

La sconfitta del centrosinistra in Abruzzo non è un episodio isolato ma l’effetto di anni di disconnessione sociale e politica. Non sarà sufficiente un cambio cosmetico, né un avvicendamento naturale. Serve un progetto radicale di riconnessione con i territori e nuovi dirigenti col coraggio di sperimentare anche a rischio di rompere equilibri interni.

O si cambia o il centrosinistra, in Abruzzo, diventerà irrilevante per un’intera generazione. L’alternativa è pensare di vincere alleandosi col centrodestra, come già succede da anni.

È successo e succederà ancora, ma si tratta di una strategia di corto respiro, che condanna l’area progressista a un’ambiguità ormai endemica. Perché meravigliarsi se poi gli elettori non vanno più a votare! E come dar torto a quelli che invece ci vanno ma, fra l’originale e la brutta copia, scelgono ovviamente l’originale, cioè la destra.  

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