ASL1: Liste di attesa “accorciate artificialmente” anomalie sulle prenotazioni, dubbi sull’affidabilità dei dati ufficiali

Un prelievo di sangue. Una prenotazione ordinaria. Un documento amministrativo che racconta una realtà mai avvenuta. Quello che la sanità regionale non dice, rivelato da piccoli ma significativi dettagli

Alfio Di Battista
10 Minuti di lettura

Capistrello – Mercoledì 21 gennaio mi sono recato al CUP in via Mazzarino per prenotare un prelievo di sangue per il 28 gennaio successivo. Nulla di straordinario, nessuna urgenza, nessuna richiesta particolare. Al momento della consegna della prenotazione, però, sul foglio compare una dicitura inequivocabile:

“Per questa prenotazione HAI RIFIUTATO la prima disponibilità aziendale del 21/01/2026 presso Ospedale Civile Castel di Sangro”

Una frase su cui mi è caduto l’occhio solo in serata, dopo essere rientrato dal lavoro. Cosa avrei rifiutato se nessuno mi ha fatto una proposta? Ho chiesto di fare il prelievo il 28, non il 21, allora perché hanno scritto che ho rifiutato di farlo il 21 a Castel di Sangro?

Nessuno mi aveva proposto di andare all’ospedale di Castel di Sangro per fare il prelievo.

Ho trovato fastidiosa, oltre che irridente, quella dicitura riportata sul documento che mi addebitava il rifiuto a una proposta che nessuno mi aveva fatto. Un’affermazione del tutto falsa perché io non avevo rifiutato un bel nulla, eppure ciò è stato certificato dalla ASL1.

Venerdì 23 mia moglie è tornata al CUP a chiedere perché fosse stato certificato un rifiuto mai avvenuto rispetto a una proposta mai ricevuta. L’operatore non ha saputo spiegare, ha detto che la prenotazione veniva stampata così, con questa modalità, direttamente dal sistema.    

Al di là delle inefficienze croniche della sanità regionale, va detto che il CUP a Capistrello, è un presidio sanitario che offre un servizio il cui valore è dato essenzialmente dal personale che lo presidia facendolo funzionare pur tra frequenti difficoltà non dipendenti da loro.

Il punto è un altro, ovvero provare a capire perché un documento prodotto dalla pubblica amministrazione certifica un rifiuto mai avvenuto.  

Scrivere che un cittadino ha rifiutato una prestazione senza che ciò sia accaduto non è un errore di forma. È un fatto giuridicamente rilevante perché quella prenotazione è un atto amministrativo pubblico redatto da un soggetto che esercita una funzione pubblica.

Parliamo di un atto amministrativo utilizzato per statistiche, monitoraggi, valutazioni di performance, aspetti che impattano sulla ripartizione delle risorse finanziarie della ASL1. Il sistema informativo della ASL 1 registra il rifiuto di una data proposta all’utente che però è rimasto all’oscuro di tutto. Qui nasce il primo punto di domanda: come ci può essere un rifiuto senza che questo sia mai stato espresso? E perché questa dicitura è decisiva?

Nei report sulle liste di attesa, la differenza tra: “attesa dovuta all’organizzazione aziendale” e “attesa dovuta a rinuncia dell’utente” è fondamentale. Nel primo caso, il ritardo sarebbe una responsabilità dell’ASL. Nel secondo, la responsabilità ricade sul cittadino.

Inserire d’ufficio una “rinuncia” significa: abbattere artificialmente i tempi medi di attesa; dimostrando sulla carta una disponibilità immediata ma fittizia. In questo modo si scaricano sul cittadino le colpe del ritardo.

A tal proposito, qualche giorno fa in una conferenza stampa, i vertici dell’azienda sanitaria hanno riferito che in due open day che hanno avuto luogo il 25 ottobre e l’8 novembre scorsi, dopo aver contattato 1.022 persone per anticipare la visita prenotata, il 44% degli utenti avrebbe rinunciato all’anticipazione dell’esame.

Il sottinteso di questo dato fornito dalla ASL1 è che l’allungamento dei tempi delle visite sarebbe in buona sostanza, responsabilità dell’utenza e non della ASL. Come dire: – Noi operatori siamo a vostra disposizione ma siete voi cittadini che dilazionate i tempi delle visite.

Ma torniamo al caso del Cup di Capistrello. Mercoledì 21 è emersa una disponibilità a Castel di Sangro, a ben 120 km da Capistrello su strada di montagna, a gennaio. È lecito sospettare che tale presunta disponibilità fosse più teorica che reale? E comunque, tale presunta disponibilità non mi è stata mai comunicata, ma è stato certificato che l’ho rifiutata.

Premesso che Castel di Sangro non è un presidio raggiungibile comodamente dalla Marsica: per molti cittadini significa decine di chilometri, spostamenti complessi, costi aggiuntivi, per cui la rinuncia di fatto è scontata. Eppure, quella presunta “disponibilità” viene conteggiata come prima data utile, a prescindere dalla reale fruibilità, che nei fatti è puramente teorica.

La domanda è inevitabile: una prestazione offerta in una sede lontana, senza nemmeno chiedere all’utente se ci vuole andare, può essere considerata vera disponibilità? La ASL1 dovrebbe chiarire se quanto accaduto al CUP di Capistrello sia una prassi diffusa e soprattutto spiegarne le ragioni.

Quante prenotazioni riportano “rinunce” analoghe senza che l’utente ne sappia nulla? Esiste una tracciabilità del consenso o del rifiuto? E quanti sono gli utenti che fino ad oggi non si sono mai accorti di aver rifiutato proposte che, fra l’altro, non gli sono mai state fatte? Moltissimi perché mi è bastato chiedere a un po’ di persone per scoprire che il trucco della rinuncia, all’insaputa dell’utente, ricorre in maniera sistematica.  

Certificare una rinuncia mai avvenuta, al di là del potenziale reato configurato, vuol dire spostare la responsabilità del ritardo dall’ASL al cittadino. Ciò fa apparire l’azienda sanitaria più efficiente alterando i dati ufficiali sulle liste di attesa. Altro che open day!

Non è una sfumatura. È un ribaltamento della realtà. Liste di attesa accorciate sulla carta. Il sistema registra una “rinuncia” addebitandola al cittadino, e così, i tempi di attesa, nei report, magicamente si riducono. In questo modo la ASL risulta virtuosa; il cittadino diventa il colpevole e la sanità pubblica salva la faccia.

Se questo meccanismo non fosse episodico, ma strutturale, le conseguenze sarebbero rilevanti: liste di attesa ufficialmente più corte; performance aziendali apparentemente migliori; dati regionali comunicati ai ministeri, distorti alla fonte.

A questo punto le valutazioni discordanti tra Agenzia sanitaria regionale e Dipartimento Sanità, assumono un significato diverso. Se i dati di base sono costruiti così, la domanda non è più: “chi ha ragione”, ma, su quali dati si sta ragionando. Il campo si apre a ipotesi più inquietanti.

È lecito sospettare l’alterazione sistematica dei dati pubblici? Report edulcorati nei confronti del Ministero, possibile danno alla collettività. Altro che “criticità organizzative”. Il silenzio sul tema diventa un macigno. Su questo punto, dalla ASL 1 non è ancora arrivata una risposta.

Nessuna spiegazione su come vengano registrate le rinunce; nessuna prova del consenso dell’utente; nessuna assunzione di responsabilità. E il silenzio, quando i documenti parlano, non è neutro. La questione non è più sanitaria ma tira in ballo la trasparenza.

Qui non si discute più sulla lunghezza delle liste di attesa, ci si chiede invece se i dati siano veri o no. Perché una sanità che certifica rinunce mai espresse e attribuisce ai cittadini responsabilità che non hanno; serve solo ad alimentare statistiche inattendibili che non migliorano affatto i servizi ma servono a creare alibi alla politica.

Il cittadino, che viene trasformato in colpevole, è forse l’aspetto più insopportabile di un modo di gestire la sanità regionale più attento alla narrazione agiografica che all’efficienza dei servizi. Il cittadino diventa colui che rifiuta; nonostante la diffusa disponibilità della ASL. I ritardi non sono più un problema di inefficienza ma la conseguenza di scelte individuali.

Siamo al ribaltamento silenzioso della responsabilità, alla mistificazione della realtà. Per la ASL1 i numeri delle liste di attesa dicono che le prestazioni aumentano per la frequente disponibilità delle date offerte, che, nelle operazioni routinarie, come i prelievi del sangue, sono sempre antecedenti, ma solo sulla carta, alla data della reale prestazione.

Sono quindi i cittadini a innescare la dilazione dei tempi, perché rifiutano sistematicamente le date offerte a più breve termine. Quale credibilità può avere una rappresentazione della realtà del genere? Il problema a questo punto non è più l’efficienza della sanità abruzzese ma la credibilità della sua governance.

Le domande alla fine sono più di una: Quante prenotazioni in ASL 1 contengono diciture simili? Quante “prime disponibilità” sono solo teoriche? Quanti cittadini vengono trasformati, a loro insaputa, in rinunciatari? Finché queste domande restano senza risposta, il problema non sono le liste di attesa. Il problema è la fiducia nelle istituzioni, e quella, una volta persa, è persa per sempre.

il foglio di prenotazione con la dicitura in grassetto del rifiuto mai avvenuto

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