Avezzano a passo di gambero, di nuovo

Giuseppe Pantaleo
9 Minuti di lettura
All-focus

Che dire del Piano strategico della ciclabilità adottato ad Avezzano? Secondo me, è un’esercitazione accademica o poco più; poggia su quale strumento di tipo pianificatore?

Come prima cosa: non ho niente in contrario sul fatto che i mezzi di trasporto (automobili, minicar, furgoni, motociclette, biciclette, monopattini, carrozzine per disabili, eccetera) debbano utilizzare la stessa carreggiata. L’Amministrazione fa bene a sbandierare l’idea delle zone, della città a 30 km/h, è però doveroso, utile anche fare i conti (accountability) con la realtà che essa ha innescato in città nelle ultime settimane. Tutti nella stessa carreggiata, può essere un obiettivo, un punto di arrivo: come raggiungerlo? E qui casca l’asino.

Tale piano – non ricordando male – viene dopo la decisione di smantellare la pista ciclabile al centro, quella che doveva essere il fulcro di un sistema. (Non solo questo). Domanda: a cosa servono le piste ciclabili? Insieme al trasporto pubblico, sono utili per ridurre il numero degli spostamenti con un mezzo privato meccanico ingombrante (inquinante) come l’automobile. (Svolgono una funzione simile le isole pedonali, sottraendo spazio al traffico motorizzato). Dopo le prime «critiche» alla pista ciclabile, raccontai perché altrove esse funzionano: il traffico urbano era stato impostato in maniera tale per cui la bicicletta rappresentava un mezzo di spostamento concorrenziale rispetto a un’automobile. Nello specifico: c’era bisogno di altre piste ciclabili, nel Quadrilatero – non altrove. (Servono simili iniziative di tipo strutturale più che le recenti festicciole in costume, entertainment, sensibilizzazione, pubblicità, incontri formativi per i cuccioli di avezzanese). Senz’altro, era utile un maggiore spazio destinato alle biciclette per travasare sulle due ruote una parte di traffico motorizzato (privato). Un tale processo andava monitorato da un Ufficio del traffico (continuamente, saltuariamente), solo così si poteva avere un’idea della bontà, della riuscita dell’operazione. Non è andata così, com’è noto, si è tutto arenato dopo pochi mesi fino al recente sfregio della cancellazione della ciclabile al centro. (Quanti si sono «convertiti» all’uso quotidiano della bicicletta in questo breve periodo, pochi, tanti, così-così? La prima, era perciò il caso di procedere con molta cautela). Una tale vicenda ha mostrato la mancanza di politica, idee, senso dell’opportunità degli amministratori locali, soprattutto gli attuali. (Mi spiego). Anni addietro, molti comuni italiani ricevettero dei fondi per realizzare delle rotonde; immagino che uno su dieci di essi avesse già pensato a simili interventi – fu per loro una fortuna –, gli altri si mobilitarono in genere solo per ricevere soldi. Quegli oggetti furono realizzati anche ad Avezzano; a riempirle apparirono praticelli, fontane, arbusti, fiori, siepi, sassolini, piccoli e grandi oggetti – anche kitsch. Qualcuna di esse – come altrove – era inutile probabilmente ma le Amministrazioni che si sono finora succedute, l’ha curata, l’ha fatta «crescere» insieme con le altre: non è stata tolta di mezzo. (Si tratta pur sempre di opere pubbliche).

Passo a una questione di «contesto», come dicono oggi. L’anno passato, quando apparirono i primi segnali di limitazione della velocità (30 km/h, ma non solo), erano in pochi a rispettare quei limiti in una buona parte della giornata – non ci volevano strumenti raffinatissimi per rendersene conto. Si poteva controllare la velocità dei veicoli in città? No, già da allora; non hanno cambiato niente quei segnali nelle abitudini degli automobilisti, idem con la nuova segnaletica orizzontale lungo via G. Marconi e viale G. Mazzini. Immagino che le consuetudini non mutino granché a sud del fiume Tronto, dove comincia il Meridione e perciò, a rischio di sottosviluppo e arretratezza. (È tutto un altro paio di maniche il limite di velocità in una grossa città del Nord, per non parlare dei Paesi Oltralpe). Che si fa a questo punto? Purtroppo, ci si deve arrestare, ripiegare in qualche maniera. (Venti, venticinque anni di ciclabili, avrebbero certo prodotto una massa critica di ciclisti sulle strade cittadine e gli automobilisti si sarebbero lentamente adeguati di conseguenza). Avezzano invece è andata dritta verso… il passato. (Neanche quello recente; gli anni Sessanta del secolo scorso, quando in Italia ancora non si cominciava a parlare di questi argomenti).

Che cosa ho notato (io) nelle ultime settimane, lungo via G. Marconi? Ho visto meno gente del solito in bicicletta – qualcuno pedala sul marciapiede, qualche altro va contromano, sono scomparse le famiglie con bambini. (Era successo lo stesso dopo la distruzione del tratto di ciclabile lungo corso della Libertà, quasi un anno e mezzo fa). Meno carrozzine per disabili in giro, qualcuna si muove sul marciapiede. Pochi monopattini, qualcuno controsenso; non ho idea del traffico automobilistico. Sono dati che dovrebbero interessare l’Ufficio del traffico – che non c’è.

Chi ci ha rimesso? I ciclisti hanno perso almeno un senso di marcia; bisognerebbe chiedere a molti di loro perché evitano quel tratto o forse hanno appeso la bici al chiodo: c’entra la sicurezza legata a quel tipo di tracciato? «i cordoli servivano – e servono – proprio per impedire l’invasione della pista ciclabile da parte di pedoni e auto», ha spiegato questa testata – 9 maggio. I pedoni (corretti) non hanno guadagnato né perso niente.

Mi è giunto qualche mugugno giusto in giro o in qualche screenshot che mi è stato inviato, ma è materiale che non deve fare testo; le critiche pubbliche sono pervenute da chi me lo aspettavo. Si è trattato di critiche rituali: perché? Questa testata ha ripreso un’intervista al sindaco, ancora 9 maggio, in cui egli definisce i cordoli al centro come delle «barriere architettoniche serie» (A. Ercole, Pedalando per Vito Taccone: una Cicloturistica di 66 km in memoria di un grande, TerreMarsicane 4 maggio 2024, minuto 3.39). Domanda: ci voleva tanto a digitare «barriera architettonica» su internet per sapere a cosa corrisponde una tale locuzione? Ecco: in una simile situazione, serve, ha senso, il comunicare, protestare, lamentarsi con qualcuno a Palazzo di città oppure è tempo e fiato sprecati? Questa domanda è facile, invece: più automobili al centro faranno aumentare o diminuire l’inquinamento atmosferico? (‘all tomorrow’s tumours’).

Con il senno di poi, realizzare la pista ciclabile al centro è stato un offrire perle ai porci. (Sto parlando di un comunissimo tracciato per biciclette progettato da un professionista come tanti, non di un piano regolatore firmato da Pier Luigi Cervellati né tantomeno del bilancio della Regione, cui ha messo becco un economista di rango). Considero gli 80 o 90 parcheggi ricavati di recente al centro un fastidioso anacronismo più che una contraddizione. (Altrove succede l’esatto opposto da decenni: quello avezzanese è provincialismo di alta caratura). Ancora. Ok, l’amministrazione comunale è riuscita a vendere la balla dei 20 chilometri di ciclabili agli avezzanesi; chissà se ha l’intenzione di pubblicizzare quegli straccetti anche oltre il perimetro della Banana republic – è una cifra invitante per un certo tipo di turismo, bisognerà però evitare di pubblicare anche la mappa… (Della serie: ‘Tu sola dentro la stanza | 
E tutto il mondo fuori’).

In tema di sfregi, il peggior danno di questa lunga, stucchevole piazzata di paese è che la mobilità sostenibile sarà un argomento tabù chissà per quanti altri anni. (Una novità). Negli ultimi giorni, ha chiuso il negozio H&L su corso della Libertà; fino a un anno e mezzo fa sarebbe stata una notizia da pubblicare sulle testate locali, una di esse avrebbe composto il solito necrologio e qualche bottegaio avrebbe addossato quell’esito alla presenza della pista ciclabile. (Se n’è saputo qualcosa?). Ecco, stavolta ci è stato risparmiato tutto questo ciarpame. E non è poco.

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Lavoro come illustratore e grafico; ho scritto finora una quindicina di libri bizzarri riguardanti Avezzano (AQ). Il web è dal 2006, per me, una sorta di magazzino e di laboratorio per le mie pubblicazioni.