Avezzano – Se la politica fosse un genere letterario, quella che si sta consumando ad Avezzano in vista delle prossime amministrative sarebbe un romanzo d’appendice scritto molto male e recitato peggio. Benvenuti nella città dove la coerenza è un reperto archeologico del secolo scorso e il trasformismo è l’unico programma elettorale condiviso.
Il Partito Democratico vincerebbe sicuramente i campionati mondiali di equilibrismo offrendo un’immagine di sé, come partito, che rasenta l’assurdo. Dopo cinque anni di opposizione a Di Pangrazio, i dem sembrerebbero pronti a un’amorevole quanto interessata ritirata strategica.
Una curiosa surplace quella dei Dem, giustificata dall’imprescindibile lavorio nei caminetti ristretti dove il “dialogo regionale” con forze minori come Azione, per esempio, si avviluppa in prodigiose alchimie tattiche dal respiro sempre più affannato.
L’affanno tradisce le vere intenzioni del PD, che da motore della coalizione di centrosinistra rischia di ritrovarsi a fare la ruota di scorta di una coalizione civica. Non a caso fra gli uomini di punta di Azione spicca la figura di Giuseppe Di Pangrazio, fratello del sindaco uscente Gianni.
Tutto legittimo ovviamente, come legittimo è il sospetto che il PD sembri preparare il terreno per sostenere l’ex nemico giurato, trasformando l’opposizione di ieri nel soccorso rosso di domani. Una “maionese impazzita” dove l’identità politica viene sacrificata sull’altare di alchimie di potere che i cittadini, ormai nauseati, faticano a decifrare.
Le parole del segretario regionale dem Daniele Marinelli, affidate alle colonne de Il Centro, richiamano alle grandi battaglie di principio e alle nette contrapposizioni ideologiche, ma poi quando si passa ai fatti la prudenza sconfina nell’attendismo tattico e le scelte tradiscono la distanza siderale tra il racconto pubblico e le pratiche reali. Insomma: parole, parole, parole.
Il risultato è una politica sempre più autoreferenziale, dove le coalizioni non nascono attorno a un’idea di città ma servono a puntellare gli equilibri personali, dove l’unica costante sembra essere la conservazione del potere. In questo gioco di specchi, il cittadino resta spettatore confuso, chiamato a votare non tra progetti alternativi, ma tra coalizioni sempre più opache.
Il PD però, non è solo nel gran ballo in maschera della politica locale. Guardando a destra, il quadro è altrettanto desolante. Il passaggio di figure come Simonelli e Fracassi tra le fila di Fratelli d’Italia non è solo una manovra elettorale ma il sintomo di una politica priva di baricentro.
Dopo aver condiviso per cinque anni oneri e onori dell’amministrazione Di Pangrazio, averne votato i provvedimenti e sostenuto la linea, il “salto della quaglia” dei due consiglieri verso l’opposizione di centrodestra appare come un ripudio del proprio operato. Sarà la riscoperta tardiva del calore della fiamma tricolore ma tant’è, al cuor non si comanda.
Oggi i due sono fieramente schierati contro l’amministrazione di cui sono stati, fino a ieri, pilastri. Nel frattempo, il centrodestra “ufficiale” sostiene Alessio Cesareo (FI e FdI), mentre la Lega – in un corto circuito degno di nota – resta a sostegno del sindaco uscente.
Sul fronte opposto, l’avvocato Verdecchia guida un raggruppamento di centrosinistra che rischia di trovarsi isolato proprio da quel PD che preferisce flirtare con il potere consolidato piuttosto che con i propri alleati naturali.
Nello scontro tra blocchi fluidi si inserisce anche la candidatura di Gianluca Ranieri, ex M5S che tenta la strada dell’autonomia con Democrazia Sovrana Popolare, una componente che si dichiara alternativa alla destra e alla sinistra e ha l’obiettivo d’intercettare il malcontento verso i partiti tradizionali.
Eppure, dentro questo caos, la figura di Gianni Di Pangrazio – piaccia o no – appare la più coerente per la continuità della sua posizione. È rimasto lì, fermo nel suo baricentro civico, mentre attorno a lui i partiti si spostavano, si scomponevano e si ricomponevano in base alle convenienze del momento.
Un paradosso politico: il sindaco civico–trasversale diventa il punto di stabilità, un centro di gravità permanente, mentre i partiti, teoricamente portatori di identità e valori, si trasformano in comitati elettorali mobili. Gianni Di Pangrazio, il bersaglio di tutti, finisce per essere la figura più coerente perché resta dov’è, al centro di un sistema che attrae e respinge pezzi di partiti come una calamita.
Quello che accade ad Avezzano però, non è un’eccezione. È piuttosto la conferma di una tendenza che attraversa da tempo tutta la Marsica e molti piccoli comuni abruzzesi. A Capistrello e Carsoli, per esempio, governano amministrazioni macedonia, o minestroni, che vanno dal PD a Fratelli d’Italia passando per Forza Italia. Sembra tutto così normale.
Parliamo di Comuni che vedono sia in maggioranza che all’opposizione esponenti degli stessi partiti. Il trasversalismo è diventato un sistema che ha abbattuto ogni barriera ideologica mentre il trasformismo è diventato una virtù tattica. L’obiezione classica a questa deriva della dignità politica è: – ma cosa vuoi che contino i partiti nei piccoli comuni? –
La risposta è molto semplice ed è un’altra domanda: questo trasversalismo spacciato come “bene del paese” agisce realmente per il bene del cittadino? O non è forse la pietra tombale sulla disputa politica in cui da un lato c’è chi governa e dall’altro chi controlla?
Come sappiamo se il mandato ad amministrare viene svolto a favore della collettività se non c’è chi controlla? Siamo certi che l’interesse pubblico non passa in secondo piano rispetto agli interessi di partito, quando lo stesso partito è sia maggioranza che opposizione?
Se gli stessi partiti stanno sia in maggioranza che in minoranza, chi garantisce i cittadini? Ecco, questo è il risultato di una politica sempre più distante dai cittadini, incomprensibile nei suoi movimenti, autoreferenziale nelle sue alchimie.
Le appartenenze si svuotano, le parole perdono peso, e l’elettore resta spettatore disorientato dei giochi di potere che nulla hanno a che fare con i problemi reali della città. Ad Avezzano si voterà fra pochi mesi. Ma più che scegliere tra programmi e visioni alternative, i cittadini rischiano di dover scegliere tra incoerenze diverse.
In un panorama dove tutto sembra negoziabile, una domanda resta inevasa: chi rappresenta davvero cosa? E soprattutto, chi avrà il coraggio di dirlo apertamente. Siamo di fronte a una classe dirigente che ha smarrito la bussola del bene comune per inseguire la sopravvivenza personale.
Se i partiti diventano gusci vuoti da scambiare al mercato delle vacche elettorali, che senso ha per il cittadino andare a votare? Il rischio è che Avezzano si svegli, all’indomani del voto con i problemi reali della città rimasti in fondo all’agenda, sommersi dal rumore delle poltrone che si spostano. Tutto cambia affinché nulla cambi. Il gattopardo è vivo e ruggisce ancora.

