Avezzano, camminate interrotte

Giuseppe Pantaleo
Giuseppe Pantaleo
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Altra passeggiata estiva in periferia, stavolta raggiungo Sant’Antonio abate; per cominciare: quanti la conoscono in città? (L’ingresso è posto su via San Francesco, non su via Sant’Antonio abate…). Non ci arrivavo, a piedi, da oltre mezzo secolo abbondante; ho capito di aver raggiunto la mia destinazione solo a distanza di pochi metri scorgendo il «campanile» di ferro da un piccolo parcheggio adiacente. La differenza con gli altri «oggetti» storici di cui ho finora parlato risiede nel fatto che trattandosi di un edificio sacro, sto parlando di un tema collettivo, qualcosa che riguarda tutti i residenti.

Un tempo, il santo egiziano significava benedizione degli animali, fiera del bestiame, messa, riparo, invocazione; la vista della chiesetta faceva intendere che si era arrivati ad Avezzano per chi giungeva dall’allora via dell’Ospedale: il viaggio era andato bene e meritava un segno della croce. La chiesa (ottocentesca) fu interamente ricostruita senza fretta dopo il terremoto; in ogni modo rende l’idea di un agglomerato costruito sulle sponde del lago Fucino, anche di un comparto dell’economia… domestica.

Il «paesaggio», dopo tanti anni, è ovviamente cambiato ma più del dovuto (‘Mais où sont les sentiers d’antan?’) – vale lo stesso discorso del fontanile-lavatoio di via M. Colonna (25 giugno 2024). Niente da ridire sull’asfalto sparso nella zona, sulle nuove costruzioni e trasformazioni; manca forse una fascia di rispetto intorno all’edificio sacro anche in questo esempio: non ci si fa caso a quella piccola chiesa passando ad alta velocità in automobile. (Il problema è che a livello architettonico si discosta poco dalle altre costruzioni). Secondo me, sarebbe opportuno che quella costruzione fosse riutilizzata, utilizzata in qualche maniera – ciò riguarda il vescovo e gli oltre 30mila cattolici residenti.

(Divagazione estiva). Un’altra differenza con i casi precedenti è il tracciato – immagino millenario – su cui affaccia l’edificio: esso proviene da Massa d’Albe (Alba fucens) e si dirige verso Luco dei Marsi; più avanti, a un certo punto vi è una diramazione che porta a Capistrello e prosegue lungo la valle del Liri. (Da decenni vi è la cesura della SS 690). Vi sono altri casi simili in città, in cui viuzze e sentieri più recenti che si diramano verso l’esterno sono stati interrotti o cancellati; non facevano testo quelli che raggiungevano la cima di monte Salviano. Non si riesce a immaginare la conclusione di un lungo tracciato che partendo dalla Tiburtina-Valeria raggiungeva via Lago di Scanno – era di là da venire lo Stadio Cesolino –, proseguiva per via Piana (cimitero), quindi via del Pioppo e infine via Sant’Antonio abate. Sarebbe simpatico, ricordare anche quelli paralleli, a ridosso della SR 5 e diretti verso est.

Ecco, da un anno è stata «restaurata» e inaugurata la cosiddetta Via del Latte verso Cese – ignorano quella vicenda già quelli nati nella seconda metà degli anni Sessanta –, niente da ridire per carità; il tracciato di cui sto trattando è senz’altro più vecchio e soprattutto importante. Bisognerebbe cominciare a parlare di quella stradina, di come rimediare a quel pesante, micidiale taglio, si tratta di ricucire, rammendare in qualche maniera; non dovrebbe essere complicato, considerando la recente moda di Vie, Sentieri e Cammini – legati al turismo, vabbè… (È possibile che non ci abbia fatto caso proprio nessuno, ad Avezzano, a quella rete di percorsi?).

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Lavoro come illustratore e grafico; ho scritto finora una quindicina di libri bizzarri riguardanti Avezzano (AQ). Il web è dal 2006, per me, una sorta di magazzino e di laboratorio per le mie pubblicazioni.