Avezzano gioca fuori casa. E perde

Giuseppe Pantaleo
12 Minuti di lettura

Non ho seguito la campagna elettorale per le Amministrative. Tra le scarse informazioni che ho letto mi ha colpito l’intervista di Azzurra Caldi all’allora – appena riconfermato – sindaco di Avezzano per conto del sito AbruzzoWeb dello scorso 12 maggio (“Avezzano sarà la prima città d’Abruzzo”: Di Pangrazio, “Chi fa polemica non ha proposte”). Non mi sono finora espresso per il timore che un mio scritto fosse interpretato come un assist a uno qualsiasi degli altri quattro candidati alla carica di primo cittadino.

Nei mesi passati, ricordo vagamente un paio di personaggi che aveva descritto Avezzano come un posto che aveva «fatto scuola» in alcuni campi anche se poi entrambi dimenticavano di nominare la/le città che aveva/no copiato alcuni interventi nel centro fucense; nella citata intervista vi sono delle parti che ricordano in qualche maniera quel canovaccio.

Inizio dalla parte più leggera. 1) «Abbiamo le scuole più sicure del centro Italia». Ho già mostrato in precedenza di apprezzare una simile frase al suo tempo e soprattutto nel suo luogo; per affermare una cosa del genere fuori dal perimetro urbano – dall’ipnosi collettiva che esso racchiude – invece si rischia almeno di passare per ridicoli. Il «centro Italia» presenta zone con diversa sismicità: è sufficiente uno sguardo a una cartina dell’Ingv per averne un’idea; è perciò fuori luogo paragonare la situazione locale con quella di altre realizzazioni – di là dai progetti esecutivi – in una fascia tanto estesa, ammesso che se ne sappia abbastanza di 968 comuni. Vi sono perciò numerose zone del «centro Italia» in cui la frequenza dei terremoti, la loro intensità è senz’altro più bassa che in questo angolo della Marsica – che fa parte dell’Italia meridionale; aggiungo che ad Avezzano vi sono degli edifici pubblici a norma, ma solo dopo quasi un secolo dal devastante sisma. (Almeno io, avrei glissato sull’argomento con una testata giornalistica situata in una zona tuttora in ricostruzione). «ormai è noto, la nostra città è un esempio». Noto a chi? Esempio per quale altra città, metropoli? (Ci risiamo…). 2) Simpatica questa: «abbiamo rimesso in moto il premio di arti figurative, con delle mostre eccezionali». È spontaneo chiedere per un abruzzese della costa, anche un aquilano: «Ah sì… quando, dove? Chi c’era?». (Fino al 23 agosto c’è una mostra su Mark Rothko a Palazzo Strozzi…). Ecco, un conto è parlare ai parenti, ai fedelissimi in qualche occasione, a qualche testata giornalistica locale «amica» – tacciano le malelingue! –, un altro è giocare in trasferta: bisogna comportarsi nel modo appropriato. 3) A seguire: «il teatro con un fitto calendario di spettacoli di rilievo» raccontata a un sito d’informazione in una città sede di un Teatro Stabile e di un’Accademia di Belle arti; inoltre: come l’avranno presa quelli di Pescara Jazz, faranno iniziare i loro concerti dopo l’ora del bagno o quella del pranzo sulla spiaggia? 4) «Abbiamo anche istituito Marsicaland, […] nella missione del rilancio dell’agricoltura locale e del territorio marsicano». In breve: con una manifestazione di tipo commerciale-ricreativo-culturale quel sindaco riteneva di migliorare la produzione agricola avezzanese, fucense e addirittura il territorio comprensoriale. Giudico che sia almeno esagerato; cosa avrà immaginato leggendo questo brano, il politicante medio abruzzese, per non parlare di un parlamentare che invece si trova per il momento a Roma? (Anche un agricoltore. Uno che lavora la terra che cosa chiede normalmente a un governo nazionale o anche all’Ue?). E poi, perché non citare qualche recente risultato? (Chiedo: e gli altri trentasei sindaci marsicani?). 5) Niente da ridire sul ricordare a un’aquilana – anche una vercellese, una trevigiana, una sassarese – che «Abbiamo riportato l’università [sic!] al centro di Avezzano»: lei ignora sia i confini del Quadrilatero sia la sua estensione. 6) «La città apprezza il nostro operato perché ha vissuto e sta vivendo una crescita esponenziale». Anche in questo caso, qualche numerino – non necessariamente quello dell’esponente – avrebbe reso più credibile il tutto, soprattutto a L’Aquila, la cui università conta sette dipartimenti, con gente abituata a «pesare» le varie situazioni. Con la crisi di sviluppo che attanaglia il Vecchio continente da oltre un quarantennio, vi è dunque quest’isoletta da cinque anni e mezzo prodigiosamente in controtendenza e proprio nessuno se n’è finora accorto in questo lasso, compreso chi vi è nato e dopo la laurea è andato via, come minimo per lavorare – ‘Find a city | Find myself a city to live in’. (È questo purtroppo il destino dei miracoli. Per non parlare di chi li compie…). 7) «Sono 108 le strade che abbiamo risistemato nel mandato». Qualche dato, finalmente! Tale elenco è stato riprodotto su un manifesto 6×3 e affisso per alcune settimane nella bacheca degli… spettacoli, lungo via C. Corradini. (Che cos’altro deve fare un sindaco: dichiarare guerra, scrivere la Finanziaria per conto del governo regionale, ricevere gli ambasciatori? Manutenzione questa sconosciuta…). Tralascio il resto, compreso uno sfizioso brano in cui il narcisismo raggiunge il picco. (È in genere materiale basato sui sentimenti più che sul ragionamento e perciò rivolto all’intelletto).

Dulcis in fundo – si trova in realtà all’inizio ed è ciò che più m’interessa. «Stiamo avviando una fase rinascimentale e il nostro obiettivo è quello di portare Avezzano a diventare la prima città d’Abruzzo». («rinascimentale agg. [der. di rinascimento]. – Del Rinascimento, come termine storiografico: arte, stile rinascimentale», Treccani dixit). Chiedo come fa a «diventare» (ergo, in tempi brevissimi) la prima città della regione se è massimo la sesta per numero di abitanti? (Questo dato è solo una parte della questione). Soprattutto: che significa propriamente «prima città d’Abruzzo»? Vi sono stati dei (presunti) progressi «dalle scuole all’impiantistica sportiva». In Europa viviamo la citata crisi legata in buona parte alla de-industrializzazione, un processo derivante almeno dalla scarsità delle materie prime strategiche e dall’alto costo dell’energia; a detta degli storici, l’ultimo periodo di benessere abruzzese è legato proprio allo sviluppo industriale. Come proporre – riveduto e corretto – un simile modello? Tutto qua. (Sagre, «borghi», sfilate in costume, B&b, dopolavoristi che ruotano pensosi i calici di vino, murales, identità culturale e concertini lasciano il tempo che trovano). La base di partenza per raggiungere la cima è, per il momento, tutt’altro che ampia, solida; una volta raggiunta la vetta in tutto, cambierà qualcosa nella Regione Abruzzo? Diverrà, da «prima città d’Abruzzo», almeno il quinto capoluogo di provincia, prenderà il posto di uno esistente? In ogni caso, succederà qualcosa nel rapporto tra Avezzano e la Regione? (Parlo di potere – non vi è bisogno di particolari doti politiche per invocare clemenza, per andare in giro a strusciarsi, lamentarsi, elemosinare). A proposito: come avrà preso quell’intervista un tipo di Montesilvano (53mila abitanti, PE) o anche un pescarese (118mila abitanti)? L’aquilano medio, avrà scosso leggermente il capo e abbozzato giusto un risolino di commiserazione. Reazioni di partiti politici a livello regionale: zero. C’entra in questo sia il canone della politica-spettacolo sia il senso di superiorità nei confronti di chi è ininfluente; già, al massimo il fare spallucce di qualcuno nei confronti di chi è stato assegnato al ruolo del due di coppe con la briscola perennemente bastoni. E poi, come discutere quando uno esordisce con: «Mi dispiace per le altre città, ma ormai su alcuni settori, […] siamo già i primi in Abruzzo»? Quelle délicatesse! Che cosa avrà pensato uno dei restanti 304 sindaci abruzzesi? E qualcuno del milione e duecentomila rimasti nella regione? (Soprattutto quelli prossimi al mare: la gente di quella striscia ha una maggiore propensione verso la democrazia e il senso delle istituzioni se confrontata a quella dell’interno). In città com’è andata? Lo ignoro, evito di porlo in relazione con il risultato delle Amministrative perché conosco bene – almeno per questioni anagrafiche – le motivazioni che spingono larghe fasce di residenti a votare questo o quel candidato; io spero che quell’intervista (ripeto: AbruzzoWeb, 12 maggio 2026) sia riuscita a scavare ulteriormente il solco che separa gli spezzoni della società locale – è un vantaggio per tutti e un accenno di modernità per una tale Vandea.

Sì, è stato meglio aspettare l’esito del voto; tale trascrizione dà anche un’idea del comportamento delle generazioni che si sono avvicendate in città almeno nell’ultimo secolo e mezzo, con gente arrivata da una buona parte della Penisola. Il provincialismo che spunta fuori dall’intervista non proviene dal cosmo, è stato sempre presente anche se non con l’attuale (inedita) alta caratura. (Vivere ai margini dalla cultura e dai processi innescati nelle metropoli e nel contempo ritenersi migliori di tutti gli altri). Gli amministratori del passato, in compenso, avevano un briciolo d’idea di futuro, rare ambizioni per la città ma pensavano principalmente a far funzionare l’agglomerato urbano in cui anch’essi vivevano (acqua potabile, pubblica illuminazione, fognature, strade, smaltimento dei rifiuti). È cambiata pochissimo la mentalità di una fetta rilevante della popolazione: resta pressoché intatta la paura dei cambiamenti; è tuttora evidente la sua impronta contadina (locale) nonostante l’innovativo modello produttivo adottato dai Torlonia nell’Ottocento e le nuove fabbriche nel Nucleo industriale, sorto nei primi anni Sessanta del secolo scorso. Inoltre, alcune avite pratiche (familismo, clientelismo) si sono diffuse in modo capillare nella società, negli ultimi anni – a proposito, lo scorso 1° maggio ho partecipato da spettatore a Omaggio a Caroline F. White. (Anche ruffianismo, amichettismo per non farsi mancare nulla… Wow!).

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Lavoro come illustratore e grafico; ho scritto finora una quindicina di libri bizzarri riguardanti Avezzano (AQ). Il web è dal 2006, per me, una sorta di magazzino e di laboratorio per le mie pubblicazioni.