Avezzano in modalità Arlecchino

Giuseppe Pantaleo
Giuseppe Pantaleo
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Qualche pillola di cronaca per cominciare. Giorni addietro (12 giugno), questa testata ha pubblicato la lettera di un avezzanese risentito perché l’Amministrazione non aveva celebrato l’ottantesimo anniversario della liberazione del capoluogo marsicano dai nazi-fascisti (tedeschi i primi, italiani i secondi) – è una cifra tonda… (Potendo interessare, il giorno seguente nell’università del capoluogo di regione, si è svolto un convegno intitolato: 1944-2024 Ottantesimo anniversario della Liberazione della città dell’Aquila e della sua provincia). Che idea ne ho? 1) L’evento più rilevante in città nel giorno della Liberazione – festa nazionale –, da anni, è la nota fiera del 25 aprile. 2) In Italia in tempi ravvicinati, simili anniversari sono celebrati secondo il colore delle amministrazioni comunali; propongono iniziative quelle tendenti al rosso mentre glissano quelle che virano al nero – comprensibilmente. 3) In teoria, dovrei «ricordare» sessantanove manifestazioni del genere e invece: zero – a mia memoria ma potrei sbagliare. (A dirla tutta, con i tempi che corrono ‘Non tutti i mali vengono per nuocere’, altrimenti il 10 giugno sarebbe il pretesto per un gigantesco festival della Patata, della Carota o della Zucchina – l’ortaggio che contraddistingue gli avezzanesi agli occhi degli altri fucensi).

La città, com’è noto, ha un pessimo rapporto con la propria storia soprattutto quella recente, nonostante la sovrabbondanza di esperti e storici locali – entrambi di corte. M’interessano gli spazi più che le ricostruzioni storiche: essi sono più comunicativi perché interessano anche il corpo, che possiede una memoria particolarmente lunga; porto un esempio già trattato in diverse pubblicazioni su carta.

Ho definito – non so quanto propriamente – bloodland il poco che rimane della zona nord a cavallo dell’ex via Albense (ora Escrivá de Balaguer): la «pineta» nel secolo scorso è stata una parte di un luogo di sofferenza e morte; per questioni anagrafiche chiamo quel posto ancora con il desueto ma pregnante nome «Concentramento», indicante una vasta area che, in realtà, inizia poco dopo la ferrovia. (Per dare un’idea dell’ampiezza del campo avezzanese: durante la Prima guerra mondiale ha raccolto 16mila tra prigionieri e militari – i primi dettero una mano allo sgombero delle macerie del terremoto oltre che alle piantumazioni; nella Seconda invece, solo 4mila tra prigionieri, antifascisti ed ebrei – maschi. In breve, trenta ettari). Quella zona di periferia è ormai piena di residenze, uffici, scuole e qualche negozio.

La pineta con il tempo è stata riempita con impianti sportivi, edifici, cemento, asfalto, varie attrezzature, è divenuto un posto che secondo me non è né carne né pesce: è riserva naturale, verde pubblico, zona uffici, area per lo sport? Porto alcuni esempi che non riguardano il mio modo di pensare, i miei comportamenti. Comincio da quelli che abbandonano i rifiuti legati alla loro permanenza, soprattutto picnic: succede lo stesso in quali altri luoghi pubblici? Idem, i (rari) mozziconi di sigaretta in mezzo agli aghi di pino: è solo crassa ignoranza? Perché gli imbrattamuri preferiscono anche quella zona periferica al Quadrilatero? (Le telecamere c’entrano come i cavoli a merenda. Perché – gli stessi –, non si rendono conto che le Tre conche fanno parte dei pochi oggetti avezzanesi con un po’ di anni sulle spalle e perciò andrebbero lasciate in pace?). Perché durante i lavori di manutenzione nella pineta rimane sistematicamente danneggiato il manto erboso da grosse gomme quando non da cingoli? (Tralascio quelli che portano i loro cani, anche sciolti, in zone non destinate a loro – è complicato capire che le loro deiezioni allontanano i bambini? –, i teppisti che rendono inservibili le attrezzature, chi si «sfonda» con la musica ad alto volume, i ciclisti in mountain bike anche su viottoli stretti con scarsa visibilità e qualche imbecille con la motocicletta). Appunto, che tipo di zona è, quella? Com’è percepita? Questo succede non solo per l’ignoranza e la rozzezza dei singoli ma anche perché – soprattutto le istituzioni –, non hanno mai avuto un briciolo di proposta per quel pezzo di città; non c’è stata inoltre nessuna narrazione decente riguardante quel posto, è stato riempito di volta in volta per decenni con gli oggetti più diversi: nella testa di molti essa è una zona abbandonata in cui è tutto consentito. D’altra parte, chi arriva in automobile, s’intrattiene per un po’ di tempo in uno di quegli scatoloni per poi ripartire, che idea si può fare, della parte superiore dell’attuale Borgo Pineta?

La «vocazione» originaria è stata cancellata, rimossa mentre altrove, simili posti sono stati preservati da trasformazioni di sorta per testimoniare ai posteri degli eventi sempre tristi, legati soprattutto alla Seconda guerra mondiale. I danni seri sono stati arrecati un’ottantina d’anni fa e poi, a cascata fino ai nostri giorni e non è finita qui. Bisognava conservare testimonianze indicative di quel campo di prigionia anziché eliminarle tutte: le baracche – tre o quattro delle complessive 192 – più che la centralina elettrica (via delle Fosse ardeatine) o i tre serbatoi, in seguito «restaurati» ma inseriti anch’essi in nessun testo. (Idem la «casetta dei danesi»). Entrare in una spoglia baracca dove alloggiavano i prigionieri, sarebbe stata un’esperienza illuminante per i contemporanei, abituati alle comodità più che alla libertà. Le bloodland sono meta di pellegrinaggi discreti, frugali di persone provenienti da Paesi più disparati del pianeta, non del turismo di massa con il suo inevitabile corredo di alberghi, discoteche, camping, bar, ristoranti, locali notturni, mercatini, droga, prostituzione e souvenir. Sono luoghi in genere appartati e dominati dal silenzio, comunicano che si è di fronte a situazioni particolarissime, utili a riflettere e meditare con tranquillità. È appunto facile dire che si possa capire del nazismo più da una visita, a piedi e con i propri occhi, nel Lager di Oświęcim (= Auschwitz, PL) che da una pubblicazione, una trasmissione televisiva, un documentario, un podcast di storia.

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Lavoro come illustratore e grafico; ho scritto finora una quindicina di libri bizzarri riguardanti Avezzano (AQ). Il web è dal 2006, per me, una sorta di magazzino e di laboratorio per le mie pubblicazioni.