Mi tocca scrivere qualcosa circa il «ritiro» dell’Amministrazione a Rocca di Mezzo (7-8 settembre u.s.); provo a inventarmi qualche senso per una simile operazione. Perché tale, si ignora una gran parte dei contenuti del dibattito nel citato ritiro e bisogna attenersi agli articoli pubblicati sulle testate giornalistiche.
Tratterò solo uno dei temi di cui si è discusso; esso è interessante perché racconta molto sulla mentalità prevalente nella città e sui rapporti tra le persone. In tale occasione mi sono tornate alla mente iniziative analoghe di alcuni partiti nel passato: si recavano in un convento per allontanarsi dal caos e i rumori di una città come Roma; essi cercavano silenzio, concentrazione, ispirazione per nuove idee – forse anche spiritualità. A Rocca di Mezzo si è invece parlato di proposte che girano sui mezzi d’informazione da mesi e poi, Avezzano non dovrebbe avere problemi di… distrazioni: è provincia profonda.
Inizio con un paio di impressioni personali, che vale come tale. Mi è sembrato strano che un sindaco dopo una squillante vittoria alle Amministrative, quattro mesi dopo le elezioni abbia voluto in qualche maniera rimettere le mani al «programma di mandato» con cui si era presentato all’elettorato. Al posto degli intervenuti, io avrei glissato su alcuni fenomeni macro, vecchi di decenni (spopolamento, invecchiamento demografico, fuga dei cervelli, ecc.) o obiettivi irrealizzabili (rilancio economico).
Ciò di cui voglio (nuovamente) trattare è la vicenda di piazza del Mercato, un luogo non pubblico da alcuni anni. Vado al sodo. Circa mezzo secolo fa al tempo dell’università, mi toccò raccontare, scrivere su Avezzano per un esame – Pianificazione territoriale e urbanistica. Parlai con il docente del suo invidiabile sviluppo durante la lunga ricostruzione; esso derivava in parte dalla facilità di concludere affari investendo nel settore immobiliare. C’entrava la possibilità di acquistare un qualsiasi terreno, costruire una residenza, modificare il primo piano (negozio), ampliare, sopraelevare; poi vendere e abbandonare la città. Il tutto senza problemi di sorta; una serie di operazioni in cui c’entrava poco il lavoro, l’inventiva ma molto la rendita urbana. Si è finora conservato così il capoluogo marsicano e l’argomento che tratto ne è una conferma. A mia memoria, le amministrazioni comunali che si sono susseguite – chi poco, chi tanto, chi così-così – hanno attuato politiche di sostegno al valore immobiliare del suolo e degli edifici posti al centro. (Gli amministratori nei primi anni del secondo dopoguerra pensarono anche a una città divisa in quartieri attraverso la costruzione di scuole; tutto ciò si è liquefatto soprattutto negli ultimi decenni con la produzione di un’estesa e informe periferia, con decine di migliaia di residenti che ruotano intorno al centro come se Avezzano fosse un centro agricolo di 2-3mila abitanti). In seguito ho incontrato brani del genere da parte di studiosi: «perdita di significato dello spazio urbano», «privatizzazione dello spazio pubblico», «resa economica di ogni spazio pubblico».
Cito un paio di brani illuminanti: «Focus degli [incontri], il Piano di marketing urbano, incentrato sulla rigenerazione degli spazi e sul rilancio economico, e con l’apertura dei dossier strategici destinati a cambiare il volto di Avezzano nei prossimi dieci anni, con un focus particolare sulla visione e sulla pianificazione», «la rifunzionalizzazione di piazza del Mercato che “deve diventare un luogo vivo, attrattivo, capace di ospitare eventi, iniziative culturali, momenti di socialità e nuove funzioni urbane. Non possiamo concentrare tutto esclusivamente su piazza Risorgimento” – dice il sindaco. | Il progetto, già affrontato all’interno del Piano di marketing urbano dal professor Marcello Sansone, sarà sviluppato insieme ai proprietari degli immobili, ai commercianti, agli operatori economici e a chi vorrà investire nell’area», in «TerreMarsicane» 2 agosto 2026. È facile chiedersi: «Quali saranno le «nuove funzioni urbane»? (Dopo il Medioevo, periodo in cui le piazze erano pressoché ininterrottamente affollate nelle ore di luce…). L’elenco dei soggetti cui ci si rivolge per risistemare quel luogo («proprietari degli immobili, ai commercianti, agli operatori economici e a chi vorrà investire nell’area») è interessante per capire l’idea di spazio pubblico che passa dentro l’Amministrazione – la strada, la piazza come oggetti astorici, che ispirano pretese ad alcuni bottegai che vi si affacciano. Anche per avere un’idea della democrazia che alberga in città. Interessante anche questo: «due piazze cittadine [del Mercato, A. Torlonia] da ripensare con una nuova geografia sociale e commerciale», in «Il Centro» 9 settembre 2026. Chiedo: si sta parlando di una città europea con uno straccio di storia alle spalle o di un reparto di un centro commerciale? (C’è dietro forse la traduzione in avezzanese del termine «piazza»: un oggetto bidimensionale come l’aia di un borgo rurale o il parcheggio di un centro commerciale). E poi, siamo davvero tutti (proprio tutti) tanto imbecilli da doverci far indirizzare da qualcuno per compiere azioni semplicissime come mangiare o bere?
Spiega Marcello Sansone: «Piazza del Mercato potrebbe diventare il cuore pulsante di una serie di attività estive e invernali legate tutte alla valorizzazione identitaria [sic!], una sorta di FlagShip Store dei prodotti del territorio marsicano o di food court moderna», in «Il Centro» 9 settembre 2026. Alcune obiezioni. La prima: non è un posto troppo piccolo? dove altro si trova, sul pianeta Terra, seppure «una sorta» diflagship store in una città quattro o cinque volte più grande di Avezzano? Seconda obiezione, il luogo. Si può pensare una simile sistemazione in un posto micragnoso come quello? Piazza del Risorgimento? Miserella anch’essa per un flagship store, o no? Terza obiezione. Food court = area di ristoro. (Già: com’era un food court nel Quattrocento?). È un’idea barbara, distopica. Secondo me, la cosa più interessante avvenuta nel Quadrilatero negli ultimi anni è la crescita della varietà nelle attività che si affacciano sui marciapiedi, ho apprezzato in modo particolare il ritorno di alcune attività artigianali – senza gli amorevoli consigli o il benestare di chi ha amministrato la città: funziona così da secoli. Nei primi anni Sessanta del secolo scorso in Italia, si è preso a criticare, in ambito accademico, la pratica urbanistica dello zoning (zonizzazione), a rendersi conto che le aree mono-funzionali arrecano diseconomie, disagi a chi ci vive o le frequenta; dopo un ventennio, si è finalmente cominciato a progettare per fornire soprattutto la periferia di servizi, spazi collettivi e verde pubblico. Dovremmo ricordare le proposte progettuali del gruppo G124 messo su da Renzo Piano (2013) in cui tutte queste idee che circolavano da mezzo secolo erano applicate alla fascia esterna delle città di cui si è interessato – «ricucire le periferie». Idem, nel periodo della pandemia (2020-23): ridurre gli spostamenti delle persone tra quartieri e centro per evitare il più possibile i contagi attraverso la creazione di servizi dove mancano. (In questi sessanta e passa anni, Avezzano è rimasta a dormire su questi temi; solo con la citata proposta se ne assicura almeno altri cinque di sonno profondo). Tra l’altro, nel paesone fucense il Quadrilatero è l’unica zona della città che funziona – altro che«rilancio del centro-città»; con operazioni del genere si mette a rischio tutto ciò. In Europa esistono rari casi di vie con un unico tipo di attività, si tratta di situazioni addensatesi nel giro almeno di decenni. Una simile misura procura scarsi, poco rilevanti danni in un agglomerato di uno o più milioni di abitanti anzi, può caratterizzare una strada: è molto diverso se essa è applicata in un comune nel cui capoluogo risiedono poco più di 30mila persone. (Tutto qua).
Ho ripescato questo per i fan di Joe Strummer: «l’architetto Alfredo D’Ercole, che tratterà di urbanistica e futuro [sic!]», in «Il Centro» 23 agosto 2026. C’è un filo che lega questi sette anni di «stato di eccezione» applicato a piazza del Mercato al food court? Staremo a vedere.

