Giustizia & Società – Riforma Nordio, magistrati a confronto con i cittadini: “Non è una riforma della giustizia, è una riforma contro la magistratura“ – Galleria fotografica e video integrale
Presso la libreria Vieniviaconme si è tenuto un incontro pubblico sul referendum confermativo della riforma costituzionale della magistratura. La PM Roberta Davolio e il giudice Tommaso Pistone hanno illustrato le ragioni del No, spiegando i rischi di una riforma che — secondo loro — non migliora i processi ma indebolisce l’indipendenza della magistratura. GUARDA IL VIDEO INTEGRALE
Sala gremita, interesse autentico e qualche domanda che non si ascolta spesso nei talk politici:
chi è davvero il pubblico ministero?
E cosa cambia, concretamente, per il cittadino comune se passa questa riforma?
Queste le domande al centro dell’incontro organizzato presso la libreria Vieniviaconme, con la partecipazione della dottoressa Roberta Davolio, Pubblico Ministero, e del dott. Tommaso Pistone, giudice, entrambi appartenenti al Comitato Abruzzese per il No al referendum sulla riforma Nordio.



“Qualunque sia il vostro orientamento di voto — ha esordito la dottoressa Davolio — è necessario capire cosa si va a votare. Si tratta di modificare ventisette articoli della Costituzione. Non si può farlo alla cieca.”





La separazione delle carriere: un problema che non esiste
Il primo nodo affrontato è stato quello della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, bandiera storica dei promotori della riforma. Secondo i relatori, il problema è già stato ampiamente risolto dalla riforma Cartabia: oggi un magistrato può cambiare funzione una sola volta nella vita, entro i primi dieci anni di carriera, e deve farlo obbligatoriamente in un altro distretto di Corte d’appello. In pratica, come ha spiegato il giudice Pistone, “già sono separati”.
Il vero rischio, secondo la dottoressa Davolio, è culturale. PM e giudici provengono dallo stesso concorso, condividono la stessa formazione giuridica e la stessa “cultura della giurisdizione”. Questa cultura comune è ciò che spinge il pubblico ministero a cercare la verità — e non semplicemente a ottenere una condanna. “Il PM è il primo giudice di un procedimento: valuta la fondatezza delle denunce, svolge indagini anche a favore dell’indagato, e nell’ottanta percento dei casi archivia. Solo quando ci sono elementi solidi sostiene l’accusa in giudizio — e anche lì, se in dibattimento emergono prove a favore dell’imputato, chiede l’assoluzione.”
Sottrarre il PM a questa cultura comune, hanno concordato entrambi i relatori, non produce processi più giusti: produce un organo di accusa più debole e meno autonomo.
Non è una riforma della giustizia
“Potrebbero anche smettere di chiamarla riforma della giustizia” — ha detto netto il giudice Pistone — “perché nel testo non c’è una virgola che migliori i tempi dei processi, assuma personale, ammoderni i sistemi informatici o stabilizzi i precari.” Lo stesso ministro Nordio, ha ricordato, avrebbe riconosciuto questo in alcune dichiarazioni pubbliche.
La riforma, piuttosto, interviene esclusivamente sul Consiglio Superiore della Magistratura (CSM): l’organo costituzionale che garantisce l’autonomia della magistratura dal potere esecutivo. E lo fa su tre fronti: separazione delle carriere (con la creazione di un CSM per i giudici e uno per i PM), sistema di sorteggio per i membri togati, e istituzione di una Alta Corte disciplinare.
Il sorteggio: un trucco per indebolire i magistrati
Uno dei passaggi più accesi della serata ha riguardato il sistema di selezione dei componenti del CSM. Nella riforma, i magistrati che siedono nel CSM saranno estratti a sorte tra tutti i colleghi in servizio — circa settecento — senza alcuna selezione per esperienza o competenza. I membri “laici” (di nomina politica), invece, saranno prima eletti dal Parlamento e poi sorteggiati da un elenco di fatto già selezionato dalla maggioranza di governo.
“Il risultato — ha spiegato Pistone — è che una componente politica coesa e organizzata dominerà una componente togata frammentata, casuale, senza alcun legame. Non è un vero sorteggio: è una forma di lottizzazione travestita da democrazia.” Un paradosso sintetizzato con una domanda retorica: “Sceglieremmo mai il medico per un intervento difficile per sorteggio?”
L’Alta Corte disciplinare: il punto più critico
La terza gamba della riforma è l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, con 15 componenti (9 magistrati e 6 laici), che sostituirebbe la sezione disciplinare dell’attuale CSM. Il problema, evidenziato con forza da Pistone, è doppio: da un lato il meccanismo di composizione lascia spazio a una forte influenza politica; dall’altro la riforma delega a una futura legge ordinaria la disciplina di funzionamento, lasciando di fatto in bianco i poteri concreti di questo nuovo organo.
“Un magistrato intimorito non è libero — ha avvertito Pistone — e un magistrato che non è libero non fa sentenze giuste.” Il rischio, nell’analisi dei relatori, è che un organo disciplinare condizionato dalla politica produca magistrati più prudenti nei confronti del potere.
Le correnti e il caso Palamara: un capitolo chiuso?
Non è mancato un passaggio sul tema delle “correnti” della magistratura e del caso Palamara, spesso citato dai sostenitori del Sì come prova del sistema clientelare interno. Davolio ha riconosciuto le devianze del passato, ma ha spiegato che le circolari del CSM emanate negli ultimi anni hanno introdotto criteri di nomina oggettivi e verificabili — anzianità, incarichi ricoperti, assenza di procedimenti disciplinari — e che le nomine più recenti avvengono all’unanimità. “Eliminare le correnti con questa riforma? Non solo non è vero, ma si consegna su un piatto d’argento la scelta dei procuratori alla politica.”
Cosa servirebbe davvero
Alla domanda del moderatore su cosa andrebbero a fare concretamente per migliorare la giustizia, entrambi i relatori hanno risposto senza esitazioni: più organico di personale amministrativo e di magistrati, adeguamento degli strumenti informatici (“siamo nel 2026 e i sistemi non funzionano ancora”), stabilizzazione dei precari e un piano serio di depenalizzazione per abbattere i carichi pendenti. “Tutto quello di cui i cittadini avrebbero bisogno — ha concluso Pistone — si può fare tranquillamente in Parlamento, con l’azione politica ordinaria, senza toccare la Costituzione.”
La serata si è chiusa con un giro di domande dal pubblico, incluso un approfondimento sull’uso dell’intelligenza artificiale nei tribunali italiani — ancora in fase sperimentale e regolamentata dal Ministero della giustizia.
L’incontro è stato organizzato dal Comitato Abruzzese per il No, nato con l’obiettivo di informare i cittadini su una riforma costituzionale che, secondo i promotori del comitato, è arrivata blindata in Parlamento, senza possibilità di emendamenti né confronto con le parti sociali.
Il referendum confermativo — che non prevede quorum — chiama i cittadini a pronunciarsi sull’intera riforma come pacchetto unico: o si approva tutto, o si respinge tutto.


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