Metto una pezza a un argomento che questa testata sta – comprensibilmente – curando poco. Da diverso tempo, ho accennato qua e là alla vicenda del restyling in corso della Libertà; anche questa volta non ho niente in contrario a una simile operazione come nei casi precedenti (piazze del Risorgimento, del Mercato, San Bartolomeo). La prendo però da lontano, ripetendo concetti espressi altrove; aggiungerò più luce da qualche parte, più ombra da qualche altra.
Parto dalla ricostruzione post-terremoto negli anni Venti – un nuovo piano regolatore era in realtà nell’aria: Avezzano era rimasta essenzialmente ferma al Medioevo come concezione dello spazio, impermeabile a secoli di cambiamenti in Italia – quando la Penisola era una potenza per ciò che concerneva la cultura artistica, architettonica – e in Europa; era un paesone che ignorava ciò che succedeva a pochi chilometri di distanza. Il Prg (1916) riguardò solo il futuro centro direzionale, non tutta la città. L’asse principale (municipio-stazione ferroviaria) andava guarnito, marcato – secondo l’uso secolare nel Vecchio continente – con degli altri temi collettivi ma non andò così; l’edificio delle poste (via G. Marconi) risale agli anni Cinquanta mentre la cattedrale (piazza del Risorgimento) è precedente. La piazza principale è stata ultimata – con i portici – all’inizio degli anni Sessanta. Non fu pensato nessun tema collettivo da costruire, apposto «segni» di sorta su corso della Libertà pur appartenendo allo stesso asse. (È quello il problema della strada ereditato dalla ricostruzione, non il bottegaio, il barista che si sposta o va in pensione: tutte vicende fisiologiche). Il tribunale ha inizialmente rischiato di ritrovarsi nemmeno sull’asse secondario (l’attuale via C. Corradini); il teatro è stato terminato addirittura nei nostri anni Zero e fuori dal Quadrilatero. Perché la ricostruzione finì in quella maniera sciagurata: ignoranza, provincialismo? (Si può confrontare la pianta del capoluogo marsicano con quella di altre città italiane, costruite alcuni decenni dopo durante il fascismo, all’incirca con gli stessi criteri spaziali: sono realizzate in modo migliore e soprattutto, funzionano).
Ho più volte raccontato come la pianificazione nel capoluogo marsicano, dagli anni Sessanta in poi, abbia sostanzialmente ignorato il dibattito nazionale sui problemi innescati dall’urbanistica nei decenni precedenti: non a caso Avezzano non possiede dei quartieri, bensì un’informe periferia spesso priva di servizi. Ho anche ricordato l’abbattimento del mercato coperto quindi, lo sventramento tra via XX Settembre e piazza del Mercato (1983). Esso collegò un’arteria (l’allora SS 5) e una piazza – diventata perciò uno spazio senza qualità: roba da trogloditi. (Mi fu utile per scoprire quanto fossero omertosi gli avezzanesi). Ancora in quella zona, è bene ricordare la recente brutta fine riservata al progetto di restyling in piazza del Mercato: i progettisti hanno disconosciuto quello che ne è venuto fuori, dopo diverse modifiche da parte del committente. All’inizio degli anni Novanta, si parlò di circonvallazione – si trattava di evitare l’abitato a chi doveva semplicemente superare la città: una vicenda ormai chiusa da anni in svariati agglomerati urbani italiani –, ma non se ne fece niente…
Avezzano appare un posto grossolano, ridicolo, micragnoso e poco attrattivo agli occhi di chi studia i fenomeni urbani e di chi ci passa per caso o per lavoro – sono cose che gli Homo sapiens europei apprendono semplicemente camminando più che dai libri. (Diciamo pure che avrebbe bisogno di tutt’altro da un qualsiasi restyling, soprattutto se pensato – come nel nostro caso – per una delle migliori strade della città). Sto parlando appunto, di tempi recenti; quattro generazioni dotate di diversi apparati culturali, persone provenienti dai luoghi più disparati, eppure fatte della stessa pasta: la vicenda è un rompicapo per qualsiasi storico.
Ho seguito la storia dall’inizio (4 dicembre 2022), una decina di giorni prima che fosse rimossa la pista ciclabile centrale nel tratto di corso della Libertà. Negli ultimi mesi, si è parlato troppo e con eccessiva enfasi di tale intervento; è stato associato dell’altro a un normale restyling, come se quattro panchine, qualche fioriera, due tende e i circenses per i villici tutto l’anno potessero risolvere anche problemi come: «traffico», «degrado», «spaccio», «delinquenza». (Il top è rappresentato da questo brano discretamente alcolico: «[corso della Libertà] una strada centrale che, secondo l’amministrazione comunale, può evolvere in viale riqualificato architettonicamente», 1 giugno 2024. È una cosa che non succederà mai: un restyling opera su due dimensioni, l’architettura su tre). Se n’è anche «discusso» molto in città, forse troppo ma, secondo le previsioni, tra pochi (soliti) intimi.
Che cosa avevo scritto dell’idea in diverse occasioni? Ho criticato la scelta d’intervenire solo su un tronco dell’asse principale: come giustificarlo? Nessuno l’ha spiegata, nonostante i numerosi comunicati stampa. (Nel vituperato restyling di piazza Risorgimento è ben presente tale asse nella pavimentazione – potendo interessare, esso è ribaltato nella parte che dà su via G. Marconi). Ho aggiunto perché non si può definire «isola pedonale» nel nostro caso – al più di «arcipelago», ma al servizio di bar, di bottegai che si trovano da quelle parti non della collettività. (I «Negozianti pronti a una serrata» sul Centro – 5 giugno – deriva probabilmente dal fatto che la pensata originaria dell’amministrazione comunale non è abbastanza ad personam per alcuni. C’entra di mezzo una credenza secondo cui, dove non passano le automobili non si fanno affari. Vi è perciò incompatibilità con il tracciato dei tre progetti in mano al Comune: come finirà? Soprattutto: finirà? Non è di certo un problema per gli unici due – o due e mezzo – attori sul palcoscenico; si continuerà a parlare, discutere, «ascoltare» e immagino a lungo, sulle testate giornalistiche – è quello l’importante per gli attuali amministratori locali –, considerando la vicinanza delle Amministrative. In ogni modo, i bottegai avevano già agguantato il risultato più agognato un anno e mezzo fa: l’eliminazione della pista ciclabile al centro.)
Un’altra novità delle ultime settimane è la realizzazione di «una nuova area parcheggio a nord, davanti alla stazione, dove l’amministrazione ha già nel cassetto un progetto per realizzare 180 nuovi parcheggi», 1 giugno 2024. Ecco, da decenni e altrove i sindaci si stanno impegnando per ridurre il numero delle automobili al centro delle città mentre ad Avezzano si fa l’esatto contrario, al solito. (M’interessa poco, come recupereranno una superficie adeguata al bisogno).

