Bilancio dello Stato 2026: capolavoro dell’azzardo morale, indebitarsi sorridendo al gioco delle tre carte

Un governo che chiama responsabilità ciò che è solo rinvio dei problemi, che chiama riforme, dei piccoli aggiustamenti pagati a debito, è un governo di biscazzieri levantini dediti al gioco d’azzardo. Buon Anno! Benvenuti nel 2026,

Alfio Di Battista
8 Minuti di lettura

Avezzano – C’è una parola che il governo ama ripetere quando parla della Legge di Bilancio 2026: responsabilità. La pronunciano tutti, dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, con l’aria di chi ha appena salvato i conti pubblici e, già che c’era, anche gli italiani.

Il governo giura di aver fatto una manovra “responsabile”. Lo ripete con tono grave, come se bastasse abbassare la voce per rendere credibile l’operazione. E in effetti, guardando bene, la Legge di Bilancio 2026 è un capolavoro di illusionismo contabile. Un esercizio di azzardo morale talmente raffinato da sembrare quasi normale.

Giorgia Meloni rivendica una manovra che “mette più soldi nelle tasche degli italiani”. Di sicuro, nelle tasche degli italiani ci infila le mani, ma i soldi se li prende. Basta guardare i numeri. Il deficit scende e il debito sale. Gli italiani, come Alice nel paese delle meraviglie, rapiti dall’effetto ipnotico delle balle ripetute a manetta sui social, pensano intanto al cenone di Capodanno.

Il deficit cala sotto il 3% del PIL ma il debito continua a crescere. È la nuova fisica della finanza pubblica: si dimagrisce ingrassando. Tradotto: è come se una famiglia spende meno di ciò che incassa ma quella differenza positiva non copre le spese per il mutuo, per le bollette e per la finanziaria dell’auto.

A Bruxelles mostriamo la pagella con i voti giusti, a casa lasciamo il mutuo aperto. Tanto finché nessuno urla, la Meloni e il mago di OZ, Giorgetti possono continuare a fare ciò che vogliono. E se un giorno i mercati si svegliano storti? Pazienza. Quel giorno governerà qualcun altro.

Il ministro dell’Economia parla di “conti in ordine” e “credibilità internazionale”. Ed è vero: il deficit scende sotto il 3%. Peccato che il debito pubblico continui a salire, superando il 137% del PIL. Un piccolo paradosso che viene trattato come una formalità tecnica.

In pratica, Giorgetti chiede l’applauso al Paese perché il rubinetto perde un po’ meno, (deficit in calo) però la la vasca continua a riempirsi (aumento debito pubblico). La strategia è semplice: rispettare alla lettera le regole europee e rimandare a domani il problema strutturale, magari ci sarà un altro governo, chi lo sa. “Del doman non v’è certezza chi vuol esser lieto sia” diceva Lorenzo il Magnifico, uno che la sapeva lunga sul fatto di cogliere l’attimo.  

Il governo parla di “meno tasse”. Tecnicamente è vero. Come è vero che una dieta può includere una foglia di lattuga accanto a una carbonara. Il taglio IRPEF regala a molti contribuenti qualche decina di euro al mese, sufficienti forse per una pizza, non per affrontare inflazione, mutui e carrello della spesa.

Una politica fondata sul racconto, sa che la propaganda funziona meglio dei numeri. Si incassa oggi l’applauso, si scarica a domani il problema. È la versione fiscale del “poi vediamo”. Le tasse aumentano, ma se non le chiami più con quell’odioso nome di “imposte” è diverso: si tratta di “contributi”, “adeguamenti”, “misure settoriali”.

E la tassa sui pacchi?Ma sono solo 2 euro!” E il prelievo sulle banche?Tranquilli, non lo pagherete voi.” Dicono. Peccato che alla fine lo paghino sempre gli stessi, sotto forma di prezzi più alti, servizi più cari, credito più stretto. È il fisco versione ninja: colpisce e sparisce. Ti entra in casa senza bussare e si nasconde dietro la tenda.

Salvini parla di una crescita che sta solo dentro la sua testa, un po’ come il ponte di Messina. Lui immagina, parla di “Italia che riparte” e di manovra che “sostiene famiglie e imprese”. Peccato che le stime ufficiali dicano altro: crescita dello zero virgola qualcosa. In altre parole, l’economia non riparte, si sta trascinando, ma solo grazie al Pnrr, e dopo?

Nella comunicazione politica la crescita è sempre dietro l’angolo. Da anni. Sempre lo stesso angolo, quello dove trovi il vu cumprà con la faccia di Salvini, che in piena estate ti vuole appioppare le sue balle come fossero calzini di tessuto acrilico che ti arrivano al ginocchio.

In questo scenario, promettere benefici strutturali non è coraggio, è incoscienza, o peggio: è sapere che il modello non regge e andare avanti lo stesso. Questo è ciò che si chiama “azzardo morale” tanto chi decide non paga. Altrimenti a che serve la riforma della Corte dei Conti. Se le cose andranno male, il conto arriverà a legislatura finita, quando nessuno ricorderà le cose dette in conferenza stampa.

Oggi il Governo prova ad incassare consenso, domani è un altro giorno. Le coperture della manovra sembrano uscite da un manuale di sopravvivenza contabile: entrate una tantum, tasse “eccezionali”, prelievi temporanei che diventano eterni. Questa non è programmazione economica, è gestione del consenso. Abbiamo un governo che agisce come se il futuro fosse un problema di altri.

Se i numeri non torneranno, se i mercati cambieranno umore, se l’Europa tornerà a bussare, non saranno Meloni, Giorgetti o Salvini a pagare, ma i cittadini, con nuove tasse o meno servizi. È il grande classico della politica italiana: si privatizzano utili e consenso e si socializzano i rischi e le perdite.

La Legge di Bilancio 2026 non è una tragedia. È una commedia già rappresentata troppe volte. Un’operazione di marketing politico ben riuscita. Meno deficit sulla carta, più debito nella realtà. Meno tasse negli slogan, più costi nella vita quotidiana. Una rappresentazione scenica che funziona perché molti italiani sono sfiduciati, disillusi, rassegnati.

Non la ascoltano nemmeno più questa politica parolaia percepita come un male necessario. Per il 60% degli italiani che non vanno più a votare, un politico vale l’altro. Oggi la Meloni è uno yogurt con su scritta la data di scadenza. Altri prima di lei sono arrivati sulla scena politica, avvolti dall’aura messianica dei salvatori della Patria, ma come qualsiasi prodotto di largo consumo, a una certa data sono scaduti, finendo nei cassonetti della storia.

Nella politica delle parole, qualche euro in più oggi pare meglio di una verità scomoda sul domani. Ma i numeri non fanno propaganda, raccontano una storia diversa: un governo che chiama responsabilità ciò che è solo rinvio dei problemi, che chiama riforme, dei piccoli aggiustamenti pagati a debito, è un governo di biscazzieri levantini dediti al gioco d’azzardo.

Quando il sipario calerà, il pubblico si accorgerà che lo spettacolo era solo un’illusione ma intanto, il biglietto lo avranno pagato gli italiani, e se lo spettacolo non è piaciuto, amen, tanto non è previsto alcun rimborso.

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