Morino – Nei boschi protetti dei Monti Simbruini, al confine tra Abruzzo e Lazio, si starebbe consumando una partita che va ben oltre la gestione forestale. Si tratta di una vicenda che chiama in causa norme europee, responsabilità istituzionali e soprattutto la tenuta stessa della tutela ambientale in Italia.
Un corposo dossier di 53 pagine, inviato alla Commissione Europea dalle associazioni: Stazione Ornitologica Abruzzese, LIPU e Forum Ambientalista, descrive senza mezzi termini una situazione definita fuori controllo. Nei siti della rete Natura 2000 in Abruzzo si starebbe operando in un regime di “quasi completa deregulation”, con violazioni sistematiche delle direttive europee “Habitat” e “Uccelli”.
I numeri sono il primo elemento che colpisce per grandezza. In appena tre anni e mezzo sono stati autorizzati – o sono in fase di valutazione – 32 progetti di taglio boschivo per un totale di oltre 720 ettari, equivalenti a circa 1.000 campi da calcio. Parliamo di faggete, querceti e castagneti di alto valore ecologico, teoricamente sottoposti a tutela comunitaria.
Il documento stilato dalle associazioni ambientaliste parla di oltre 100.000 alberi abbattuti, con più di 776.000 quintali di legname prelevato. Nella maggior parte dei casi, si tratta di tagli destinati al commercio, non al fabbisogno locale.
Secondo gli estensori del rapporto, l’elemento più grave però, riguarda la qualità delle valutazioni ambientali. Le cosiddette V.Inc.A. (Valutazioni di Incidenza Ambientale), obbligatorie per legge, risulterebbero in larga parte inadeguate.
Solo il 3% dei progetti conterrebbe dati di monitoraggio sul campo delle specie protette. Il restante 97% non sarebbe stato interessato da alcuna rilevazione diretta. Solo il 19% dei progetti citerebbe le linee guida nazionali, ma senza applicarle davvero. Il livello medio di coerenza con gli standard richiesti risulterebbe essere dell’11,2% appena. In sostanza, i progetti vengono approvati senza sapere veramente cosa ci sia nei boschi.
Eppure, quei boschi ospitano specie simbolo della biodiversità appenninica: dall’orso bruno marsicano al rarissimo picchio dorsobianco. Quest’ultimo è stato rilevato da monitoraggi indipendenti proprio nelle aree interessate dai tagli, nonostante i progettisti ne dichiarassero l’assenza.
Il dossier ricostruisce una responsabilità politica e amministrativa precisa della Regione Abruzzo. Nel 2017 erano state introdotte misure di conservazione avanzate: limiti ai tagli, tutela delle aree più sensibili, obbligo di lasciare “isole di biodiversità”. Dopo pochi mesi, queste misure sono state di fatto cancellate.
Al loro posto: norme generiche, rinvii a regolamenti mai approvati, un sistema che consente interventi senza vincoli stringenti. Il risultato è un vuoto normativo che, secondo il rapporto, configura una violazione diretta delle direttive europee. A rendere il quadro ancora più critico è la struttura amministrativa:
Il sito è gestito dal piccolo Comune di Morino, che a parere delle associazioni, non sarebbe dotato di adeguate strutture tecniche in grado di garantire un’appropriata gestione del vasto territorio. I progetti sarebbero concentrati nelle mani di pochissimi professionisti (due tecnici firmano il 71% delle pratiche) senza alcun coinvolgimento di biologi o naturalisti.
C’è poi il nodo della trasparenza. I Carabinieri Forestali avrebbero risposto solo parzialmente alle richieste di accesso agli atti. In un caso documentato, un taglio sarebbe stato autorizzato e avviato durante il periodo di sospensione per la nidificazione degli uccelli.
Il rapporto evidenzia un dato emblematico: i periodi autorizzati per il taglio si sovrappongono alla stagione riproduttiva dell’avifauna per oltre 60 giorni medi, pari al 40% del tempo sensibile. Un elemento che, da solo, basterebbe a mettere in discussione la legittimità degli interventi.
Nel 2014 è stato redatto un Piano di Gestione del sito, finanziato con fondi UE per oltre 100.000 euro. A distanza di 12 anni, non è mai stato approvato. E non è un caso isolato: tutti i piani Natura 2000 della regione, costati circa 4 milioni di euro, risultano ancora inattuati.
Adesso il dossier è finito sul tavolo della Commissione Europea, che ha già aperto procedure contro l’Italia per l’applicazione delle norme ambientali. Il rischio è concreto è l’insorgenza di nuove infrazioni, preludio di nuove sanzioni con danni irreversibili agli ecosistemi.
Le associazioni chiedono interventi immediati: il ripristino delle misure di conservazione cancellate, l’introduzione obbligatoria di “isole di biodiversità”, l’esclusione dal taglio di almeno il 5% delle aree più pregiate, l’aumento del legno morto, fondamentale per molte specie e l’approvazione urgente dei piani di gestione.
Quella dei Monti Simbruini non è una vicenda locale. È un caso emblematico di come, anche dentro aree formalmente protette, la tutela possa diventare una parola vuota senza più controlli, senza dati e senza regole. Alla fine, resta solo il taglio del bosco e la domanda delle cento pistole: chi protegge queste foreste?
in basso il file completo del rapporto

