Capistrello: a quasi 80 anni dall’assassinio di Piero Masci, la verità sul movente dell’omicidio

Alfio Di Battista
Alfio Di Battista
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La verità ci fa sentire liberi, ma conquistarla è molto impegnativo. La menzogna intorpidisce la realtà, la rende confusa, e nella confusione vince solo chi conosce la verità

Capistrello – Può un delitto compiuto quasi ottanta anni fa, verso la fine della seconda guerra mondiale da alcuni soldati tedeschi di stanza a Capistrello, essere ancora oggi motivo di disagio che intimidisce e imbarazza un’intera comunità?   

A quanto pare si, e i motivi hanno a che vedere col presunto buon senso comune che, per dirla alla Manzoni, se ne sta ben nascosto da decenni, per paura del senso comune. Un tema ricorrente nella storiografia sociologica italiana, quello dell’indifferenza che diventa omertà, trasformismo e servilismo, là dove il senso civico e la cittadinanza attiva faticano ad affermarsi.

Basti pensare all’esito del referendum nel 1946 a Capistrello, dove, come nel resto del meridione, quasi l’80% della popolazione votò a favore della monarchia. Risultato che evidenzia l’atavica predisposizione di certe aree del sud Italia a sottomettersi al signore, al principe, al padrone, come naturale conseguenza di un destino già scritto nell’immaginario collettivo, e perciò immutabile.

La miseria materiale è da sempre la principale causa dell’ignoranza, dell’indifferenza, dell’omertà, del servilismo, tutti elementi distintivi di una condizione di indigenza, non solo fisica ma anche culturale, che ritroviamo spesso nella letteratura dei grandi scrittori e romanzieri, fra questi, Ignazio Silone, col suo “Il segreto di Luca”.

Tuttavia i fatti di Capistrello, non hanno a che vedere con un errore giudiziario che fa finire in prigione un innocente per quarant’anni, per una colpa non sua che però l’opinione pubblica gli lascia appiccicata addosso. Nonostante la giustizia riconosca il proprio errore, per la vulgata lui resta il colpevole. Diventa il simbolo di una verità scomoda che va tenuta nascosta, e per questo subisce l’ostracismo dell’intera comunità.

Invece, il segreto di Piero, ormai non più tale, da quasi ottant’anni soffoca in una reticente indifferenza. In fondo è più salutare raccontare un piccolo aneddoto che non espone alla critica del corrosivo senso comune, piuttosto che scavare nella carne viva di un piccolo paese di montagna, dove la grande storia si è lasciata alle spalle il sangue dei morti ammazzati e la cenere della noncuranza sulla scomoda verità.

A chi verrebbe mai in mente di sindacare sulla ricostruzione storico agiografica, ormai acquisita agli atti, di un ragazzo di 18 anni che avrebbe commesso qualche furtarello rubando sigarette e cioccolato a un militare tedesco, per via della fame che lo avrebbe tormentato? Nessuno, fra storici, ricercatori, bibliofili e appassionati, che abbia mai provato a spostare la polvere di lato per vedere se ci fosse dell’altro, o forse, nessuno ha voluto farlo.

Nulla, tutti si sono limitati a riportare la versione più verosimile oltre che più rassicurante, con buona pace della verità dei fatti. Verrebbe da chiedersi quale sia il ruolo del ricercatore, dello storico, se non quello di indagare il passato per renderlo comprensibile alla luce di una realtà che ha estremo bisogno di ancoraggi forti per essere credibile.

Raccontare il passato, soprattutto se riferito alle vicende locali, con l’approccio un po’ paternalistico di chi, bontà sua, si preoccupa di preservare l’attualità degli equilibri e dei rapporti sociali all’interno di una comunità dove si conoscono tutti, non rende giustizia alla verità storica dei fatti e nemmeno alla capacità di un popolo di saper elaborare quanto è accaduto.

Eppure esiste agli atti la testimonianza di Nino Barbati, amico di Piero Masci, incolpato insieme a lui del presunto furto, e sopravvissuto all’esecuzione, essendo riuscito a fuggire. L’amico Nino, dopo l’efferato omicidio, riferì al comando dei Carabinieri che non c’era stato alcun furto. Testimonianza ignorata dagli storici, testimonianza che Barbati porterà con sé fino alla tomba.  

C’era la guerra, c’era la fame, e ognuno cercava di sopravvivere come poteva. È quello che dice il senso comune, sempre lì in agguato e guardingo. Pronto a sferrarti un pugno in piena coscienza al solo vacillare delle certezze ormai consolidate nel tempo. Ma le cose andarono diversamente.

Masci aveva sorpreso, suo malgrado, una donna del posto con un soldato tedesco. Lei da sola in paese, il marito lontano in guerra, forse morto in qualche campo di prigionia, e il soldato della Wehrmacht a Capistrello. Insomma, una banale tresca che oggi non farebbe neanche notizia, ma parliamo di 80 anni fa e di un contesto completamente diverso, inimmaginabile per chi non ha vissuto quei tempi.   

Ma qui occorrerebbe rispondere a una seconda domanda: Cui prodest? A chi giova sapere la verità? Una bella domanda, senza alcun dubbio. A cosa serve sapere perché è stato assassinato Piero Masci? In fondo una risposta c’è già, ed è anche abbastanza credibile, oltre che rassicurante per il senso comune. Avrebbe rubato sigarette e cioccolato, e tanto bastava al tempo per essere condannati a morte.

A Franco Giustolisi, grande giornalista e uomo libero, si deve un notevole lavoro d’inchiesta e di ricerca sulle stragi nazifasciste, fra queste quella di Capistrello, riassunte nel famoso libro, L’armadio della Vergogna. Nell’introduzione al suo libro, mutuando Italo Calvino, Giustolisi scrive:

“Il più onesto, il più idealista, il più dolce dei repubblichini si batteva per una causa sbagliata, la dittatura. Il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato si batteva per una causa giusta, la democrazia.”

In questa affermazione c’è tutto il senso di una vita spesa alla ricerca della verità, minacciata da quello che il giornalista definisce, ribaltamento dell’assioma dittatura giusta e democrazia sbagliata. Ovvero, il tentativo di dimostrare che in fondo le morti sono tutte uguali, un modo subdolo di affermare che la dittatura è in fondo, una forma come un’altra, di governo. Giustolisi avverte questo pericolo come un mellifluo pensiero che alimenta il revisionismo storico se non addirittura il negazionismo.

Tanto basta a offrire un motivo in più per chiedersi perché Piero Masci sia stato barbaramente ucciso, con un’efferatezza tale che richiama le pratiche mafiose. Gli furono strappati i testicoli col fil di ferro. Nell’allegato n°2 del verbale che raccoglie la deposizione della teste Marta Bonanni, incaricata di rimuovere il cadavere di Piero Masci, si legge una testimonianza raccapricciante che dà l’idea della ferocia con cui fu fatto scempio del suo corpo.   

Da chi venne incaricata la signora Bonanni, di occuparsi della rimozione del copro di Masci? E perché, il verbale che raccoglie la sua deposizione non venne trascritto integralmente nel libro documento di Antonio Rosini, “Giustizia negata”, pubblicato quasi cinquant’anni dopo i fatti accaduti?

Mentre alla prima domanda è abbastanza facile rispondere, perché nel marzo del 1944, borgomastro del paese con funzioni di podestà/commissario prefettizio, era Ermanno Santirocco, citato e trascritto nella testimonianza dalla stessa Bonanni, alla seconda è più difficile, perché Rosini, nel frattempo è scomparso.

Tuttavia, dalla documentazione in possesso dei parenti del Masci, le righe omesse nei saggi storici, sono quelle nelle quali la Bonanni, riferendo del diffuso cordoglio che aveva lasciato attoniti gli abitanti del paese alla notizia della morte del ragazzo, sottolinea come, quel largo sentimento di umana pietà, non lo avesse mai colto sul volto del podestà, ovvero di Ermanno Santirocco.

Chi aveva interesse a fornire a Rosini, una documentazione rimaneggiata che lo inducesse a riportare testimonianze incomplete? Se invece Rosini aveva in mano la documentazione completa, per quale ragione non l’aveva pubblicata integralmente?

Il movente ufficiale dell’assassinio di Masci, non è il solo elemento oscuro di una storia che si arricchisce di ulteriori opacità che non c’entrano nulla col delitto, ma riguardano il tentativo successivo di riscrivere la storia secondo un punto di vista che non rende giustizia ai fatti.

Ecco perché, perseguire la verità è una necessità irrinunciabile come lo è, l’acqua per la vita. Senza una verità condivisa che rende il passato patrimonio comune, non potrà mai esserci un futuro affrancato dal sentimento di rivalsa e libero dal pregiudizio.         

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