Capistrello – In questo scorcio di fine novembre, il comitato dei festeggiamenti sta apportando gli ultimi preparativi per le celebrazioni dedicate alla Santa. Prima del 4 dicembre, giorno della celebrazione della Santa Messa officiata dal Vescovo dei Marsi, Giovanni Massaro, è previsto uno spazio di riflessione nell’ambito di un convegno storico-religioso che avrà luogo sabato 29 alle ore 17.00 presso la chiesetta di Santa Barbara. (in fondo all’articolo la locandina con il programma)
Previsti gli interventi di Don Lorenzo Macerola, Don Antonio Sterpetti, il sindaco di Capistrello, Maurizio Murzilli, l’artista Silvano Cristofaro e lo storico, Angelo Fracassi. Modera l’incontro il giornalista Alfio Di Battista.
Santa Barbara, venerata come protettrice dei minatori, degli artificieri, dei vigili del fuoco e di tutti coloro che affrontano, per professione, ogni giorno il pericolo e il rischio, assume un significato particolare quando viene letta attraverso la storia di Capistrello.
la figura di Santa Barbara, eroica martire del IV secolo, si staglia nella devozione popolare con i simboli inequivocabili della torre e del fulmine. È la protettrice di chi affronta il pericolo improvviso, la morte “senza preavviso”, proprio come quella che può piombare nell’oscurità di una galleria in costruzione.
Per le comunità legate ai lavori del sottosuolo, essa non è solo un’icona religiosa, ma un faro di speranza e un simbolo di resilienza. In nessun luogo questo legame assume sfumature profonde e toccanti come a Capistrello, un paese la cui identità è stata forgiata nelle grandi opere infrastrutturali dei cantieri sparsi in tutto il mondo.
A Capistrello, il termine “minatore” ha un significato tutto suo. Non evoca i pozzi carboniferi ma i cantieri sospesi tra le montagne e gli anfratti scavati per chilometri sotto terra. Gli uomini del paese hanno lavorato nei collegamenti ferroviari e autostradali più imponenti, hanno contribuito alla costruzione delle dighe più grandi dei cinque continenti, hanno portato la loro maestria in Paesi lontani, spesso sconosciuti fino al momento della partenza.
Capistrello è stato una fucina di maestranze qualificate che, dal dopoguerra a oggi, hanno scolpito la roccia e scavato la Terra nei suoi luoghi più impervi. Un cammino che ha avuto un costo umano enorme. Ogni opera che oggi appare come un simbolo di progresso – un traforo che accorcia distanze, un ponte che unisce territori, una diga che alimenta intere città – esprime una parte della storia di Capistrello.
Una storia fatta anche di sacrificio e di dolore. In ogni grande cantiere internazionale si contano feriti, incidenti mortali, vite spezzate da frane, esplosioni, cedimenti improvvisi, malattie da lavoro. Santa Barbara, nelle tasche o sui caschi, non era solo un conforto spirituale: era un richiamo costante alla fragilità umana, alla consapevolezza che ogni turno poteva essere quello più difficile o forse l’ultimo.
Ogni esplosione, ogni crollo in quelle gallerie lontane, risuonava come un fulmine nelle strette vie di Capistrello, specie quando si spezzavano esistenze, lasciando vedove e orfani. Santa Barbara, invocata contro la morte improvvisa, diventa così anche la custode della memoria di questi uomini che partivano con una valigia piena di promesse e il futuro legato alla speranza.
Il culto di Santa Barbara, a Capistrello, è monumento vivente alla dignità del lavoro e riconoscimento silenzioso del prezzo pagato per il progresso. Gallerie e ponti – costruiti metro dopo metro – sono diventati simboli di unione tra popoli. Hanno collegato regioni isolate, agevolato lo scambio, creato possibilità dove prima c’erano solo ostacoli.
Tra i massi spaccati, le armature di ferro e il cemento ancora fresco, vive il significato più grande del loro lavoro: unire ciò che è diviso. In questo, i capistrellani sono stati ambasciatori discreti di una forma concreta di fraternità: lavorare in terra straniera, fianco a fianco con uomini di culture e lingue diverse, significava costruire ponti non solo fisici, ma anche umani. In un certo senso, i capistrellani hanno contribuito a costruire il mondo nuovo.
Ogni opera realizzata reca una traccia di identità lasciata lontano da casa. C’è un pezzo di Capistrello nascosto nelle fibre di cemento e acciaio di centinaia di infrastrutture del globo terrestre. Ma il lavoro nelle grandi opere non significava solo pericolo, significava anche distanza.
Per mesi, a volte per anni, i capifamiglia vivevano a migliaia di chilometri da casa. Le partenze avvenivano con la promessa di un ritorno, ma non sempre quella promessa era mantenuta dal destino. E quando era mantenuta, il ritorno non cancellava il tempo perduto.
L’assenza del capofamiglia è stata una costante nelle case delle famiglie di Capistrello. È stata un’assenza fatta di lettere che impiegavano settimane ad arrivare, di chiamate telefoniche rare e costose, di fotografie sbiadite su un mobile. Erano gli anni dei padri che diventavano voci lontane e regali esotici. Padri che avrebbero perso per sempre i primi passi dei figli e i loro primi compleanni.
Padri i cui sacrifici avevano un solo scopo: offrire un futuro migliore ai loro figli. E così, mentre le famiglie restavano sospese tra attesa e speranza, la donna diventava il perno della casa, custode dell’educazione della prole, amministratrice di tutto ciò che restava in paese.
Era la donna a mantenere vive le relazioni sociali, a garantire equilibrio affettivo, a trasformare l’assenza in quotidianità, senza mai smarrire il senso di comunità. Capistrello è cresciuto attraverso la resilienza femminile, una forza silenziosa che ha permesso agli uomini di partire sentendo alle spalle una stabilità, un affetto radicato, un porto sicuro.
Tutto ciò ha inciso profondamente sul tessuto sociale e affettivo di un paese in cui le donne, madri e compagne, rimaste a Capistrello, sorreggevano da sole la casa, provvedevano a educare i figli e a tenere la famiglia unita mentre i mariti lavoravano dall’altra parte del mondo, spesso in condizioni estreme. Sono le donne ad aver sostenuto la comunità con la loro forza quieta, trasformandosi in colonne portanti del paese.
Se gli uomini sono stati costruttori di gallerie nel mondo, le donne hanno assunto il ruolo di artefici della resilienza a Capistrello. Sono state capifamiglia per procura, chiamate a crescere i figli da sole, a gestire le ansie, a mantenere viva la fiamma della casa. Erano madri e padri, confidenti e radici profonde, mentre i loro mariti erano rami al vento.
La loro forza, silenziosa e tenace, è stata il pilastro senza il quale l’intera struttura familiare e comunitaria sarebbe crollata. La loro devozione a Santa Barbara non è stata solo intercessione per l’auspicata protezione di mariti lontani, esposti al pericolo, ma anche struggente preghiera per avere la forza necessaria a sopportare il peso della lontananza.
Così, quando a Capistrello si invoca Santa Barbara, lo si fa con una memoria complessa e profonda: la memoria del coraggio e della fatica, della morte e della rinascita, dell’emigrazione e dell’unità. La Santa non è solo la protettrice di chi scava, ma anche il simbolo di una storia collettiva che tiene insieme la comunità.
I cantieri lontani, le case illuminate in attesa, le mani che costruiscono e le mani che accudiscono. In tutto questo, Santa Barbara rappresenta la sintesi simbolica di un popolo. Proteggeva gli uomini nella profondità della terra e proteggeva le famiglie rimaste in superficie. Era il legame tra rischio e speranza, tra partenza e ritorno, tra il mondo sotterraneo delle gallerie e quello domestico della casa.
Per questo, a Capistrello, la sua figura non è soltanto una tradizione religiosa, ma il riflesso di un’esperienza umana collettiva: un racconto di coraggio, fatica, sacrificio e amore. Celebrare Santa Barbara significa ricordare tutto questo: le vite donate al lavoro, i ponti che hanno unito popoli lontani, i padri che sono partiti per dare un futuro migliore ai loro figli, e le donne che – sole ma indomite – hanno custodito la comunità.
È una memoria che non appartiene solo al passato, ma che continua a parlare al presente: un invito a riconoscere il valore umano dietro ogni opera e il ruolo fondamentale che Capistrello ha avuto nel costruire il futuro. Il legame tra Santa Barbara e Capistrello è una storia dentro la Storia.
È la storia di una fede che ha illuminato il buio più profondo, sia quello delle gallerie alpine che quello della lontananza. È il racconto di una comunità che ha pagato con il sudore, il sangue e la solitudine, il suo biglietto per il progresso, diventando, suo malgrado, un simbolo globale del sacrificio umano che giace nelle fondamenta del mondo moderno.
Santa Barbara, con la sua torre che è sia prigione che faro, è la perfetta, dolorosa e potente protettrice di questo popolo di costruttori di ponti, divisi dal loro stesso mestiere, ma uniti da un coraggio indomabile e da un amore per la famiglia più forte di qualsiasi montagna.
Oggi, guardando alle grandi opere realizzate dagli uomini di Capistrello, si può leggere una storia globale che nasce da un piccolo paese incastonato fra le montagne abruzzesi della Marsica. Una storia in cui la fede in Santa Barbara, la durezza del lavoro, la capacità di costruire unioni e la forza silenziosa delle famiglie, si intrecciano in un’unica identità.
Gli uomini di Capistrello hanno scavato gallerie nel mondo, ma soprattutto, hanno scavato nel profondo della propria storia, lasciando un’eredità fatta di umanità e sacrificio che merita di essere ricordata, raccontata e tramandata con tutta la gratitudine di cui siamo capaci.



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