Capistrello – Resistenti e collaborazionisti nella provincia dell’Aquila, questo il sottotitolo dell’ultimo libro di Giovanni De Blasis, La liberazione, edito da Textus edizioni, presentato un paio di settimane fa a Capistrello, davanti al sacrario dei Martiri di fronte a un attento pubblico.
De Blasis, più noto come medico, è anche un cultore di storia locale, tanto da avere al proprio attivo già diverse pubblicazioni, ognuna attinente ricerche e studi sulle vicende che per lo più hanno interessato il nostro territorio.
Dopo i saluti di rito del Sindaco Ciciotti la parola è passata a Sergio Natalia, componente del comitato scientifico dell’Associazione 33 martiri di Capistrello che ha introdotto i temi trattati nel saggio di De Blasis con particolare riferimento alle vicende che hanno riguardato il paese, medaglia d’oro al merito civile per il sanguinoso eccidio di 33 persone perpetrato dai soldati tedeschi sul finire della seconda guerra mondiale e per il barbaro omicidio di Piero Masci.
A seguire hanno offerto il loro contributo, Giovanni D’Amico, Presidente dell’Anpi Marsica e Arnaldo Mariani, componente del comitato scientifico dell’Associazione 33 martiri di Capistrello,mentre lo spazio finale è stato riservato all’autore che ha parlato, fra l’altro, delle varie ipotesi scatenanti la rappresaglia dei tedeschi nei confronti di 33 innocenti quel lontano 4 giugno del 1944.
Il professor De Blasis ha riferito, con dovizia di particolari, quali fossero gli assetti dell’organizzazione che all’epoca forniva supporto logistico e paramilitare alle bande partigiane, spalleggiate dagli abitanti del posto. Poco si è parlato dei collaborazionisti che in quegli anni, attraverso la delazione, il controllo e l’interessato asservimento agli occupanti tedeschi, tradirono il loro popolo.
Attimi di concitazione si sono avvertiti in platea quando dal pubblico, un cittadino ha contestato la ricostruzione trascritta da De Blasis nel suo libro circa l’antefatto che vide il giovane Piero Masci, essere accusato di aver rubato sigarette e cioccolato, trafugando il tutto da un piccolo baule di proprietà di un soldato tedesco, un maresciallo che alloggiava nell’abitazione dello stesso Masci.
Secondo la ricostruzione di De Blasis, Masci avrebbe rubato in due occasioni, reiterando quindi un comportamento che stando all’interpretazione dell’autore sarebbe stato causato sia dalla confidenza che il ragazzo avrebbe instaurato col militare, ma anche da una sua certa curiosità, oltre che dalla fame che avrebbe tormentato il giovane.
La versione fornita invece dalla persona che è intervenuta, alzandosi dalla platea e guadagnando il microfono, è stata di tutt’altro tenore. Carte alla mano, nel suo intervento, il cittadino ha sottolineato come la testimonianza fornita da Barbati, che era insieme a Masci quando i tedeschi li tradussero nel luogo dove si sarebbe consumato l’omicidio, indirizzerebbe le conclusioni in tutt’altro verso rispetto a quanto scritto nel libro.
In buona sostanza, Barbati aveva riferito al comando dei Carabinieri, nel periodo immediatamente successivo all’efferato omicidio, che non c’era stato alcun furto. Questo è quanto si evince dalla documentazione fornita dalla persona, che è un parente di Piero Masci. La versione riportata da De Blasis nel suo libro, scaturisce invece da un documento redatto dal comando tedesco di allora, evidentemente di parte.
Nella sua circostanziata rappresentazione, la persona intervenuta non si è limitata soltanto a mostrare i documenti, ma ha confutato anche alcuni passaggi del libro, a suo dire fantasiosi quanto romanzati, che non renderebbero giustizia ai fatti. Insomma l’idea che Masci sia stato raccontato come un ladruncolo in preda alla fame, proprio non è andata giù ai parenti del povero martire.
In effetti Piero Masci era uno studente al quinto anno di geometra, ed era tornato da qualche tempo dalla Libia, dove l’incalzare dei combattimenti aveva indotto suo padre, che portava avanti un’attività d’impresa nel campo dell’edilizia, a rimpatriare la famiglia in Italia. Lui sarebbe tornato dopo aver sistemato gli affari. Masci era dunque una persona istruita, e veniva da una famiglia tutt’altro che ridotta alla fame.
Ed è proprio grazie alla documentazione mostrata dalla persona intervenuta, che è stato possibile scoprire che il documento stilato il 24 aprile del 1946 presso la stazione dei Carabinieri di Capistrello, protocollo n° 17/44, in risposta al tribunale supremo militare di Roma, e inviato per conoscenza anche alla Tenenza dei Carabinieri di Tagliacozzo, sembrerebbe essere stato pubblicato sul libro di Rosini, Giustizia Negata, in maniera rimaneggiata.
In effetti, nel documento spuntato fuori alla presentazione del libro, si leggono ulteriori quattro righe, quelle che completano la testimonianza della signora Marta Bonanni. La Bonanni fu la persona incaricata di rimuovere il corpo esanime di Piero Masci la mattina del 21 marzo del 1944. La testimonianza resa dalla signora fu molto particolareggiata circa le condizioni in cui versava il corpo del giovane quando se lo trovò davanti.
Stranamente, sul documento pubblicato nel libro Giustizia Negata, di quelle ultime righe, molto significative, non vi è traccia. Eppure sono quelle in cui la donna, riferendo del diffuso cordoglio che aveva lasciato attoniti gli abitanti del paese, nell’apprendere della morte di Masci e delle sevizie che aveva subito, sottolinea come quel sentimento di umana pietà non lo avesse visto affatto nell’espressione del volto del podestà dell’epoca.
Forse ha ragione De Blasis quando afferma che la storia si scrive per strati, e probabilmente, la storia recente di Capistrello meriterebbe di essere raccontata tutta, fino in fondo, senza alcun sentimento di rivalsa né di biasimo da parte di nessuno, ma solo con l’intento di rimettere a posto i tasselli di una vicenda che dovrebbe stringere tutto il paese sui valori fondanti e condivisi della democrazia.
Purtroppo invece, ancora oggi, la verità di questo sanguinoso delitto, a distanza di quasi ottant’anni, intimidisce e crea disagio nella comunità, forse per via del “buon senso che c’è, ma se ne sta nascosto per paura del senso comune.” Manzoni perdonami!

