Il Coordinamento Per il Clima – Fuori dal Fossile torna a denunciare quanto accaduto nell’area archeologica di Case Pente, a Sulmona, dopo tre anni di scavi e nel pieno dei lavori per la centrale Snam.
Nel comunicato che pubblichiamo integralmente, Mario Pizzola contesta punto per punto la nota diffusa dalla Soprintendenza archeologica dell’Aquila, giudicata “rassicurante solo sulla carta”.
Secondo gli ambientalisti, restano irrisolte questioni centrali: la sorte delle tracce dell’età del Bronzo, la sepoltura dell’antica strada romana glareata, il criterio con cui alcuni reperti sarebbero stati “salvati” e altri no, e soprattutto il rapporto – ritenuto squilibrato – tra tutela archeologica e realizzazione dell’impianto industriale finanziato con fondi PNRR.
Il comunicato solleva inoltre un tema più ampio: il rischio che a Case Pente si stia producendo una sorta di “archeologia Frankenstein”, con pochi resti musealizzabili circondati da tubazioni e infrastrutture, invece di un parco archeologico unitario che avrebbe potuto valorizzare l’intera area.
Questo il testo integrale del comunicato stampa diffuso dal Coordinamento Per il clima Fuori dal fossile:
COMUNICATO STAMPA
Archeologia Frankenstein a Case Pente
Dopo tre anni di scavi a Case Pente, e dopo i tanti interrogativi sollevati dagli ambientalisti, finalmente la Soprintendenza archeologica dell’Aquila si degna di rispondere. Lo fa con un comunicato rassicurante con cui sostiene che tutto va bene, che tutto è stato fatto nel rispetto della normativa vigente, che i resti murari saranno conservati in situ e che ne sarà consentita la fruizione pubblica.
Non ci pare che nella realtà le cose corrispondano alla narrazione che ne fa la Soprintendenza. Che fine hanno fatto le tracce, ovvero le buche dei pali delle capanne dell’età del Bronzo? E’ vero o no che sono state sepolte sotto la centrale Snam in costruzione, con l’autorizzazione della stessa Soprintendenza? Questo prevede la legge? A noi risulta che la Convenzione europea per la protezione del patrimonio archeologico, ratificata dall’Italia, stabilisce che “sono costituenti il patrimonio archeologico tutti i reperti, beni e altre tracce dell’esistenza dell’uomo in passato, la cui salvaguardia e studio permettono di descrivere l’evoluzione della storia dell’uomo e del suo rapporto con la natura”.
La Convenzione europea è chiara: “salvaguardia e studio”, non seppellimento sotto colate di cemento di un impianto industriale. A Povegliano Veronese, dove è stato rinvenuto un insediamento dell’età del Bronzo di 3500 anni fa, le tracce delle capanne vengono conservate e studiate accuratamente secondo un approccio interdisciplinare che integra la geoarcheologia, la chimica organica e l’archeobotanica.
A Sulmona, invece, la Sovrintendenza ha chiesto alla Snam di “salvare” la capanna n. 45 perché in quel punto “non sono previsti montaggi meccanici e/o la realizzazione di strutture”. Dunque, hanno il diritto di sopravvivere alle ruspe della Snam solo quei reperti che non interferiscono con il progetto della centrale?
E che dire dell’antica strada romana glareata? Non è forse vero che anch’essa è finita sepolta sotto la centrale, sempre con l’autorizzazione della Soprintendenza? Siamo di fronte al rovesciamento dei principi basilari dello Stato di diritto. A Case Pente è lo Stato che si adegua alle esigenze della Snam e non la Snam a dover rispettare le norme vigenti in materia di tutele dei beni culturali, che nel contesto di tutto ciò che è venuto alla luce – sotto il profilo della quantità e del valore storico dei reperti – avrebbe comportato la delocalizzazione dell’opera. Ma delocalizzare la centrale sarebbe stato un grosso guaio per la Snam che, data la ristrettezza dei tempi, avrebbe perso i 180 milioni di fondi europei garantiti tramite il PNRR. Così l’interesse generale viene sacrificato sull’altare del profitto della multinazionale del gas. E questo avviene senza che nessun organo di controllo abbia fatto valere i suoi poteri.
Quello che resterà di Case Pente è una sorta di archeologia Frankenstein, dove oltre il 90 per cento dell’area sarà occupato dai tubi e dagli impianti della centrale e quel poco che rimane ospiterà i resti murari della villa romana e dell’impianto termale che hanno avuto la “fortuna” di trovarsi ai margini del mega cantiere. Così avremo alcune isole di archeologia residuale – visitabili con il permesso della Snam – invece che un grande parco archeologico che sarebbe stato un fiore all’occhiello per la nostra storia, la nostra cultura e, probabilmente, anche una risorsa per la nostra disastrata economia. Di tutto questo dobbiamo dire grazie alla Soprintendenza archeologica dell’Aquila e ad una classe politico- amministrativa del tutto incapace di tutelare gli interessi e i diritti fondamentali del nostro territorio.
Sulmona, 26 giugno 2026.
Mario Pizzola – Coordinamento Per il clima Fuori dal fossile – mariopizzola@gmail.com

