
a cura dell’architetto Clara Cipriani
Tra il 1883 e il 1915 il paese di Civita D’Antino diventò un laboratorio artistico per un nutrito gruppo di pittori provenienti dal nord Europa, soprattutto danesi e scandinavi, che qui fondarono una scuola d’arte.
Tutto ebbe inizio nel maggio del 1883 quando giunse in paese il pittore Kristian Zahrtmann[1], esponente di spicco del Naturalismo danese.

L’artista giunse nel paese rovetano da Sora, accompagnato da un suo collega Jaokim Skovgaard, attratto soprattutto dai racconti di Ambrogio, modello che posava per lui a Roma, nativo del luogo.
Kristian Zahrtmann a quel tempo era di ritorno dalla sua esperienza ellenica: aveva visitato la Grecia dove aveva studiato la purezza delle forme che sarà in seguito l’ispiratrice, assieme alla luce, della sua pittura.
Giunto in paese, l’artista rimase folgorato dalla magica luce di Civita, s’invaghisce dei suoi paesaggi montani mozzafiato e dei suoi abitanti semplici e gentili[1]; decide di restare e viene ospitato dalla famiglia Cerroni[2], proprietaria di una locanda che diverrà la sua casa nonché il cenacolo della scuola di pittura che sarà conosciuta come la Scuola di Zahrtmann: una colonia di artisti[3] provenienti non solo dalla Danimarca, ma anche dalla Svezia, Norvegia, Finlandia e Inghilterra che, seguendo le orme del maestro, soggiorornarono a Civita soprattutto durante l’estate ospitati anche dalle famiglie locali; il terremoto del 1915 decretò la fine della scuola e la diaspora degli artisti.


I numerosi artisti che passarono per Civita, incoraggiati da Zahrtmann, lasciarono a casa Cerroni un segno della loro presenza sottoforma di uno stemma allegorico disegnato sulla parete: una sorta di Libro d’oro dei pittori nordici in Abruzzo, una presenza scandinava in Italia che il terremoto ha risparmiato ed è tuttora visibile. Ogni stemma riporta il nome e cognome dell’artista, se ne contano 88[1], non sempre leggibili per via del cattivo stato di conservazione in cui si trovano, l’89° stemma fu lasciato nel 1944 da Dage Lahmann: un soldato tedesco di probabili origini scandinave.

Per gli artisti della Scuola di Zahrtmann il piccolo paese marsicano costituisce un ideale estetico, la fonte ispiratrice di una pittura nuova il plein air, l’alternativa all’accademismo dei Salons ufficiali; una sorta di Arcadia in valle Roveto dove la bellezza della natura ancora selvaggia, poco accessibile e frequentata, si intreccia con la semplicità di una vita contadina ritmata dalle feste legate al ciclo della natura (vendemmia, mietitura). K. Zahrtmann cerca la libertà della pittura anche nei volti della gente locale, semplice e genuina sempre disponibile a posare come modelli in cambio di un modesto compenso.

Alla prima Biennale di Venezia del 1895 (allora denominata Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia) nel padiglione danese fu esposta la Festa di San Lidano, un’opera di K. Zahrtmann ambientata a Civita D’Antino, e per una singolare coincidenza nella stessa esposizione era presente anche l’opera la Figlia di Iorio del pittore abruzzese Francesco Paolo Michetti: due opere caratterizzate da temi fortemente abruzzesi. Gabriele D’Annunzio, che visitò l’Esposizione, in una lettera all’amico Michetti[1] sostiene la scarsa qualità delle opere in mostra ad eccezione di quella dell’amico e di “certi scandinavi e di certi danesi” per la “sincerità della pittura”.


L’Esposizione Internazionale di Roma del 1911 consacra il valore artistico della scuola con l’esposizione di circa duecento opere di artisti danesi e scandinavi. In Danimarca, per iniziativa di K. Zahrtmann, nel 1908 si tenne a Copenaghen una fortunata mostra dedicata interamente a Civita D’Antino; a riprova di questo forte legame tra l’artista ed il paese rovetano basti pensare che nel 1913 a Frederiksberg, nel territorio comunale di Copenaghen, Zahrtmann chiamò la sua nuova residenza-studio “Casa d’Antino”, e nel 1902 gli fu conferita la cittadinanza onoraria.

Per alcune circostanze particolari Civita D’Antino era legata alla Danimarca già prima dell’arrivo in paese di Zahrtmann: nativo di Civita fu Domenico Lino Morichini, medico personale di papa Pio VII, che ebbe l’opportunità di salvare la vita al principe di Danimarca e per questo fu insignito dell’alta onorificenza dell’Ordine di Dannebrog (1819) concessa dalla famiglia reale danese; Francesco Ferrante, appartenente alla ricca famiglia Ferrante del posto, fu archeologo di fama e socio della Pontificia Accademia di Archeologia, istituita da papa BenedettoXIV, assieme allo scultore danese Borthel Thorvaldsen con il quale ebbe anche legami di parentela. Inoltre il pittore danese Enrick Olrik, affermato artista e influente accademico in patria, soggiornò a Civita D’Antino già tre anni prima di Zahrtmann, mentre sua figlia, Dagmor, è accertato che frequentò la scuola sotto la direzione del maestro danese.


A seguito del terremoto del 1915 l’esperienza artistica della scuola di Zahrtmann finisce; la mattina del disastro si trovava in paese il giovane pittore danese David Hvidt che, scampato il pericolo, fuggì a Roma per cercare aiuti e tornò qualche giorno dopo in compagnia del connazionale scrittore Johannes Jørgensen che volle sincerarsi personalmente dei danni che il sisma aveva procurato alla “Civita D’Antino di Zahrtmann, la Civita D’Antino dei danesi”. Questo è quanto scrive Jørgensen nel suo libro, cronaca di quei giorni, pubblicato in Italia nel 1931 con l’evocativo titolo di “Nella terra di sorella morte”,[1] in omaggio a San Francesco di cui lo scrittore fu biografo.

Dal 2021 una nutrita collezione di dipinti realizzati dagli impressionisti danesi e scandinavi della Scuola di Zahrtmann sono collocati, in esposizione permanente nel museo di arte moderna e contemporanea Imago Museum di Pescara. “La mostra è un’immersione senza precedenti nell’arte danese, rappresentando la più ampia collezione esposta in Italia. Con 119 dipinti, 10 disegni e un’incisione, offre uno sguardo approfondito sulla genialità di Zahrtmann, Krøyer, Skovgaard, Pedersen, Budtz-Møller e degli altri artisti presenti nell’esposizione, sono il paesaggio e la varia umanità ritratta con rispetto, amore per la verità e la dignità che trapela da ciascuna immagine e del suo movimento artistico”.

[1] Il libro è stato ripubblicato nel 2014 con il suo titolo originale: Johannes Jørgensen, Civita D’Antino, D’Abruzzo Edizioni Menabò, Ortona,2014.
[1] La lettera è stata pubblicata sul saggio di Franco Di Tizio, “D’Annunzio e Michetti: la verità sui i loro rapporti”, ed. Ianieri, Chieti, 2002, p.262.
[1] Tra questi scudi si trova anche quello del pittore svedese Anders Trulson (1874-1911) morto di tubercolosi a Civita D’Antino e qui sepolto nel cimitero napoleonico.
[1] Nelle lettere che Kristian Zahrtmann invia ai suoi amici in patria, il paese di Civita viene descritto come una terra magica dove gli abitanti vivono in simbiosi con la natura, una sorta di Arcadia per l’ispirazione artistica.( K. Zahrtmann, Lettere da Civita D’Antino, a cura dell’Associazione Tracks, Pescara, 2011)
[2] Il legame con il paese e soprattutto con la famiglia Cerroni, diventò molto profondo al punto che Zahrtmann nel suo testamento dispose un lascito di 15.000 corone da pagarsi proprio a Diomede Cerroni, per l’istituzione di un fondo i cui interessi dovessero essere ripartiti annualmente tra i poveri del paese.
[3] A Civita D’Antino arrivarono non solo pittori ma anche architetti come Martin Nyrop (progettista del palazzo municipale di Copenaghen e amico di Zahrtmann) o scultori quali Herman Wilhelm Bissen .
[1] Kristian Zahrtmann (Rønne 1843-Frederiksberg 1917). Pittore danese artefice, assieme ad altri artisti, di una corrente pittorica che distaccandosi dalla tradizione accademica, favorì la pittura naturalistica del reale. Il suo nome è legato alla ritrattistica storica soprattutto di leggendarie eroine danesi, oltre che ai paesaggi e scene popolari.


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