Avezzano – Gianni Di Pangrazio viene riconfermato sindaco al primo turno, sfondando il tetto del 61% dei consensi e conquistando il premio di maggioranza che chiude una partita senza possibilità di appello. Ai suoi avversari sono rimaste le briciole, qualche poltrona e un profondo esame di coscienza. Il divario è talmente marcato da rasentare l’umiliazione politica.
Altro che competizione aperta o sfida equilibrata: è stata una resa senza condizioni.
Alessio Cesareo, l’alfiere del centrodestra ufficiale, si ferma a una distanza imbarazzante dalla coalizione che ha vinto, sotto il 20% (un risultato che rappresenta una disfatta organizzativa totale).
Roberto Verdecchia, alla guida del “campo largo” di centrosinistra, non aggancia nemmeno la doppia cifra, restando sotto il 10%. Un dato che certifica l’irrilevanza elettorale del censtrosinistra ad Avezzano.
A seguire, l’elettorato ha riconosciuto il radicamento personale e punito gli apparati: Loreta Ruscio riesce a strappare un pass per il Consiglio, ma solo come capolista, mentre Gianluca Ranieri non riesce ad accedere alla massima assise cittadina.
A fare la differenza è stata, prima di tutto, la forma che si fa sostanza. Le elezioni si vincono anche sul terreno della narrazione, e qui Di Pangrazio ha letteralmente dominato.
Il sindaco uscente ha adottato una comunicazione e un linguaggio semplice, diretto, marcatamente civico e popolare nel senso più autentico del termine. Ha parlato di cantieri aperti, di fondi PNRR intercettati, di continuità.
Ha fatto leva sull’elemento identitario, risultato vincente per la città contro le “invasioni di campo” esterne. Ha parlato agli avezzanesi da avezzanese, parando i colpi sulla sicurezza con la forza pragmatica dei fatti.
Dall’altra parte si è assistito al festival dell’ingessatura e dell’astrazione. Alessio Cesareo è apparso imballato dentro simboli di partito che a livello locale si sono rivelati scatole vuote in mano a qualche cacicco.
La sua è stata una comunicazione di riflesso, priva del traino indispensabile per accendere l’elettorato, prerogativa delegata ai presunti king maker locali che non sono stati capaci di costruire un’alternativa coesa e credibile. Un candidato finito a fare la foglia di fico di un centrodestra a pezzi.
Non è andata meglio a Roberto Verdecchia, invischiato in una retorica burocratica e fredda, infarcita di formule politiche astratte, specchio perfetto delle scelte di un PD tentennante, indeciso fino all’ultimo se stare con Di Pangrazio o nel campo largo, e di un M5S privo di presa sull’elettorato.
Quando PD e M5S, insieme a Casa Riformista e AVS non riescono a raggiungere nemmeno il 10%, non si tratta di una sconfitta congiunturale, ma di un fallimento culturale che fa dubitare sulla volontà delle loro classi dirigenti di voler realmente ambire, un giorno, al governo dei processi in ambito istituzionale.
Il vero capolavoro al contrario, però, lo ha firmato il centrodestra. La debacle della coalizione ha nomi e cognomi ben precisi, sul banco degli imputati: Massimo Verrecchia e Gabriele De Angelis. Le scelte strategiche, imposte dall’alto e delegate alla loro fallimentare cabina di regia, hanno disintegrato il potenziale della coalizione.
Presentarsi alla città con un candidato capolista poco riconosciuto sul territorio e incapace di trainare, ha prodotto un suicidio politico annunciato, incapace persino di consolidare l’elettorato tradizionale.
La perla assoluta di questa gestione resta, tuttavia, il cortocircuito comunicativo di due mesi fa. All’indomani del referendum sulla riforma della magistratura, che ad Avezzano aveva visto affermarsi il “Sì”, i vertici del centrodestra avezzanese – in primis Verrecchia – si erano affrettati a rilasciare dichiarazioni surreali.
Avevano rivendicato quel voto come la prova provata del loro “radicamento” e della loro “centralità” in città, scambiando un orientamento d’opinione nazionale per un assegno in bianco locale. La politica seria invece, dovrebbe insegnare la prudenza.
Ad Avezzano qualcuno aveva già stappato lo champagne post referendario prima che i cittadini servissero il piatto freddo della realtà: due mesi dopo, le comunali hanno smentito le avventate dichiarazioni di Verrecchia, evaporate come l’acqua del Fucino.
L’immarcescibile Verrecchia però, nonostante la sonora sconfitta, di cui è stato uno dei principali artefici, ha rilanciato facendo festa per il successo personale come consigliere più votato in città, il primo dei perdenti, contento lui! Bocca cucita invece da parte di Quaglieri, altro nome forte di Fratelli d’Italia.
Al di là del dato numerico, questo voto traccia una linea netta sul futuro. Ridurre tutto a una semplice vittoria personale di Di Pangrazio sarebbe superficiale: il consenso enorme raccolto, racconta che la Marsica cerca un baricentro politico riconoscibile.
Avezzano è la capitale naturale, la locomotiva economica, amministrativa e culturale dell’intero comprensorio. Per troppo tempo la Marsica è stata considerata, dai tavoli aquilani e pescaresi, come una riserva di voti da spremere in campagna elettorale, da dimenticare il giorno dopo, subendo decisioni prese altrove.
Oggi, forte del 61% conquistato sul campo, l’attuale leadership ha il dovere e la forza politica per federare i comuni della Marsica. L’obiettivo strategico di lungo termine deve essere ambizioso: trasformare questo civismo pragmatico in un brand politico d’identità territoriale.
Solo così la Marsica potrà rivendicare con autorevolezza, e senza complessi di inferiorità, i propri spazi e una rappresentanza forte nei futuri assetti regionali e parlamentari. Mentre gli altri perdevano tempo a litigare sulle correnti, sui simboli e sulle coalizioni di laboratorio, Di Pangrazio ha occupato il centro della scena. E oggi, piaccia o no ai partiti, la ricreazione è finita.

