Crisi mediorientale: di fronte all’orizzonte della storia l’Europa non sa cosa fare

Hamas, oggi il grande nemico di Israele, è stato finanziato in passato dallo stesso Governo israeliano in chiave anti ANP. Hamas è stato interlocutore politico delle democrazie occidentali ma è legato anche all’Iran, suo principale finanziatore

Alfio Di Battista
Alfio Di Battista
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La conta dei morti sotto i bombardamenti di Gaza e quella dei deceduti negli attentati di Hamas è diventato un triste rito in cui, secondo il mainstream, l’eloquenza dei numeri dovrebbe facilitarci nell’individuazione delle vittime e dei carnefici nell’assurda escalation del terrore a cui assistiamo.

Guerra santa, guerra identitaria, guerra per la sopravvivenza, guerra per negare il diritto di esistere, guerra per negare il diritto all’autodeterminazione, guerra per negare il diritto a riconoscersi ognuno nel proprio Dio.

Paradossalmente la negazione dei diritti imposta ai popoli Palestinese e Israeliano, scaturisce proprio dalle farisaiche strategie dei rispettivi leaders, quelli che gli stessi popoli hanno legittimamente eletto per farsi rappresentare.  

L’applicazione sistematica di politiche miopi prive di opzioni verso sbocchi diplomatici sono parte essenziale della pianificazione del terrore. Sono le loro stesse strategie ad andare contro ogni logica in un contesto internazionale dove è estremamente difficile trovare soluzioni mirate senza scatenare ulteriori e più ampie conseguenze. 

Fra le due estreme posizioni “politiche” si colloca il mare magnum di una storia stratificata nei decenni in cui le vicende, alimentate ad arte dai signori della guerra, si intersecano in arzigogolati arabeschi senza soluzione di continuità. A quel punto il senso della storia evapora e la comprensione delle cose viene meno. Resta solo il fideismo e l’estremismo delle ideologie al servizio della propaganda.                   

Sono queste politiche, se così possono essere definite, ad alimentare la spirale dell’odio infinito. Non meno colpevoli sono gli organismi internazionali, a partire dall’ONU, per arrivare all’Europa, spettatori inerti e privi di una visione chiara sul da farsi. Va da sé che con le sterili risoluzioni e i reiterati appelli al “fermate il fuoco” non si va da nessuna parte.     

A chi giova il caos? Non certamente ai popoli di quelle martoriate terre, diventati carne da cannone e corpi senza vita, esibiti come manichini impolverati e sporchi di sangue rappreso per suscitare sdegno nel mondo, meglio che si può. Come fai a contenere la rabbia di fronte ai corpi devastati dei bambini?

Ma la rabbia è esattamente ciò che vogliono, perché la rabbia non ti fa più ragionare. La rabbia è la fonte dell’odio, e scatenare l’odio fra i popoli, è ciò che serve per controllare il popolo. Netanyahu, primo capo di governo del paese ad essere messo alla sbarra per frode, abuso di potere e corruzione, sarebbe oggi il campione che rappresenta la democrazia in medioriente.

Lo scorso giugno, Yair Lapid, capo dell’opposizione ha testimoniato contro Netanyahu nel processo a suo carico per corruzione. Tre anni fa in Israele, si levarono diverse proteste durante quella che fu definita la primavera israeliana. Davanti al Parlamento, i manifestanti formarono una catena umana per bloccare l’ingresso di Netanyahu, ma furono respinti dalla polizia.

Hamas, oggi il grande nemico di Israele, è stato finanziato in passato dallo stesso Governo israeliano in chiave anti ANP. Hamas è stato interlocutore politico delle democrazie occidentali ma è legato anche all’Iran, suo principale finanziatore.

In questo quadro si inserisce la corrosiva guerra fra confessioni contrapposte all’interno del mondo religioso arabo. Quello fra sunniti e sciiti, è uno scontro che confonde ulteriormente i contorni del conflitto perenne in terra santa. Si tratta di dinamiche che, osservate attraverso il filtro dei media occidentali, restituiscono l’immagine di una realtà deformata difficilmente intellegibile.

La semplificazione non è il miglior viatico alla comprensione dei fatti. La violenza delle immagini che arrivano da Gaza si fissa indelebilmente nelle menti di chi guarda. La leva emotiva è uno strumento potente che orienta l’opinione pubblica, ma mai come in questi momenti, la ragione dovrebbe tenere il punto. Le diplomazie dovrebbero esplorare soluzioni, l’alternativa è solo morte e distruzione.   

In questo caos totale, il dibattito dell’occidente si limita alla scelta della parte con cui stare, una scelta, ça va sans dire, che scaturisce dal pregiudizio e dal condizionamento culturale imposto dalla narrativa mainstream che tiene viva una contrapposizione tutta giocata sull’attribuzione della colpa e delle responsabilità, come se accertare ciò, significasse risolvere il problema.

Un dibattito privo di senso per due motivi: il primo è che alla fine, chiunque avrà avuto ragione, si ritroverà comunque circondato da morti e macerie. Il secondo è che di fatto, ognuna delle parti in causa dirà sempre di aver ragione e che il criminale è l’altro. Questi sono i presupposti da cui oggi dovrebbe partire un tentativo di mediazione.

Lasciare questa opzione a personaggi discutibili come il dittatore turco Erdogan evidenzia l’inettitudine politica di un’Europa senza idee né capacità di vision, del tutto subalterna agli Stati Uniti, e per questo, destinata a restare un’eterna comparsa sul palcoscenico della politica internazionale.

Eppure dalla nascita dell’impero Romano, fino al crollo del muro di Berlino, lungo i duemila anni che separano le due date, l’Europa dovrebbe aver acquisito tutte le credenziali per essere l’interlocutore migliore nell’auspicabile negoziato fra Palestinesi e Israeliani, non fosse altro per via del fatto che il Mediterraneo accomuna le nostre culture, cresciute sulle sue sponde.

Il Mediterraneo, testimone silente di migrazioni, traffici, commerci e anche di sanguinose guerre, da Cartagine a Roma, da Micene a Sibari, da Tiro e Sidone a Scilla e Cariddi, custodisce la nostra storia. Lo sciabordio delle sue onde accompagna i ricordi ancestrali degli uomini che hanno attraversato i suoi orizzonti, immutati nei secoli, gli stessi che marinai Fenici e Micenei, miravano sfidando l’ignoto.

E come i navigatori Achei di Ulisse, la diplomazia europea si trova oggi di fronte all’orizzonte della storia oltre cui c’è l’ignoto, ma nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Micenei e Fenici avrebbero saputo bene cosa fare.        

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