Democrazia e rappresentanza: quando la governabilità diventa più importante dei cittadini

C'è una parola che da anni domina il dibattito politico italiano. Una parola pronunciata come una formula salvifica, capace di chiudere ogni discussione e mettere a tacere ogni dubbio: Governabilità

Alfio Di Battista
7 Minuti di lettura

Crisi energetiche, fenomeni migratori, insicurezza, precarietà, l’intelligenza artificiale e la crisi climatica, la ridefinizione degli assetti geopolitici globali, la cara vecchia Europa che arranca fra guerre quotidiane e la ricerca di un centro di gravità, non dico permanente, ma almeno provvisorio.  

Viviamo un momento storico inedito, di non facile interpretazione, col mondo che diventa sempre più un posto ostile e insicuro, tuttavia, per la Meloni, la priorità è la legge elettorale.

C’è una parola che da anni domina il dibattito politico italiano. Una parola pronunciata come una formula salvifica, capace di chiudere ogni discussione e mettere a tacere ogni dubbio: governabilità.

Un termine apparentemente rassicurante, eppure dietro questa apparente ovvietà si nasconde una domanda che come cittadino mi pongo: governabilità per chi? E a quale prezzo?

La Repubblica italiana non mi pare sia nata per garantire il massimo comfort a chi governa. Mi pare sia nata dopo una tragica dittatura e una guerra devastante. I costituenti conoscevano perfettamente il fascino tragico dell’uomo solo al comando, per questo costruirono un sistema fondato sugli equilibri, sui controlli reciproci, sulla rappresentanza e sul pluralismo.

Il Parlamento non fu concepito come organo di ratifica delle decisioni dell’esecutivo, così come è stato ridotto oggi. Fu immaginato come il luogo in cui il Paese reale entrava nelle istituzioni con tutte le sue differenze, i suoi conflitti e le sue contraddizioni, ma quella visione di allora si è ormai quasi spenta.

Da anni ogni riforma viene giustificata con la necessità di rendere il sistema più efficiente. Ogni ostacolo viene presentato come un problema. Ogni mediazione come una perdita di tempo. Ogni dissenso come un fastidio. Il risultato è una lenta trasformazione culturale della democrazia.

Non si chiede più alle istituzioni di rappresentare fedelmente il Paese. Si chiede loro di formare subito una maggioranza. Non importa quanto sia stato il reale consenso ottenuto. Non importa quanto siano rappresentate le minoranze. L’importante è che qualcuno governi senza troppi fastidi né intralci.

La democrazia è stata ridotta a un concetto astratto che enuncia un principio sempre più lontano dalla realtà. Se da cittadini, lasciamo che il nostro voto venga corretto attraverso premi di maggioranza che alterano il rapporto tra consenso e seggi, non siamo più davanti a una semplice scelta tecnica, ma di fronte a una precisa idea di società.

L’idea secondo cui la complessità sia un difetto per cui semplice è meglio. L’idea secondo cui il pluralismo sia un problema, un intralcio da eliminare. L’idea secondo cui il confronto parlamentare sia un’inutile perdita di tempo con le sue interminabili assemblee che rallentano l’azione dell’esecutivo.

In questo processo di erosione della democrazia, si inserisce anche un’altra trasformazione silenziosa ma profonda: la progressiva scomparsa degli eletti sostituiti dai nominati. Liste bloccate, candidature multiple, selezione centralizzata delle classi dirigenti. Il cittadino ha ormai perso il diritto di scegliere il proprio rappresentante. Sceglie un simbolo, una leadership, una narrazione costruita dall’alto.

Le conseguenze di questa lenta deriva antidemocratica sono sotto gli occhi di tutti. I parlamentari dipendono sempre meno dagli elettori e sempre più dai vertici dei partiti. La fedeltà politica sostituisce il rapporto con il territorio. L’obbedienza del nominato si sostituisce all’autonomia dell’eletto mentre il Parlamento si svuota della sua funzione originaria.

E quando la rappresentanza si indebolisce, viene meno il legame tra cittadini e istituzioni. È così che si alimenta la sfiducia che fa crescere l’astensione e diffondere la convinzione che il voto conti sempre meno.

La storia insegna che le democrazie raramente muoiono in un solo giorno. Più spesso si consumano lentamente. Non attraverso colpi di Stato spettacolari ma attraverso piccoli spostamenti successivi degli equilibri. Ogni piccola modifica appare ragionevole, ogni piccolo passo sembra poca cosa, ogni rinuncia viene presentata come necessaria. È la teoria della rana bollita.

Un giorno ci si accorge che il sistema non assomiglia più a quello immaginato dai suoi fondatori ma ormai è troppo tardi per tornare indietro. La questione non riguarda più la singola legge elettorale o la singola maggioranza politica. Riguarda il modello di democrazia che si vuole costruire.

C’è da chiedersi: è meglio una democrazia in cui il Parlamento rappresenta realmente il Paese o una democrazia nella quale il Parlamento serve a garantire la stabilità a chi governa?

È meglio una democrazia fondata sulla partecipazione o una democrazia fondata sulla semplificazione?

È meglio una democrazia che accetta il conflitto come espressione della libertà o una democrazia che considera il conflitto un ostacolo da eliminare?

La risposta a queste domande definisce il futuro della Repubblica molto più di qualsiasi slogan elettorale perché la forza di una democrazia non si misura dalla velocità con cui decide ma si misura dalla fedeltà con cui rappresenta il suo popolo e dalla libertà che affranca il cittadino dalla necessità.

L’Italia è una Repubblica ancora troppo giovane per rinunciare a sognare qualcosa di diverso da questo presente senza domani che somiglia al giorno della marmotta, ma il suo essere ancora giovane, la espone al pericolo dei pifferai magici che si alternano da anni sulla scena.

Dopo i Berlusconi, i Renzi, i Salvini, i Grillo, i Conte, le Meloni ora è il turno del generale Vannacci. L’ennesimo ologramma che, come chi lo ha preceduto, sta trovando trasformisti, saltimbanchi e prenditori, pronti a salire sul suo carro per un posto al sole in cambio di fedeltà assoluta e incondizionata, almeno finché il vento tira a favore. E a dispetto dei malpensanti, si sappia che il cambio di casacca è un sacrificio fatto per il bene del popolo sovrano, l’amaro calice bevuto in nome della democrazia!

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