“Due popoli due Stati”: Israele bombarda ANP in Cisgiordania

Angelo Venti
Angelo Venti
11 Minuti di lettura
Nablus - Campo profughi Balata

Sembra che il genocidio e lo sfollamento della Cisgiordania siano alle porte“, è l’amaro e preoccupato commento di un maturo palestinese alle informazioni che rimbalzano da settimane dai contatti nei Territori palestinesi occupati. Una preoccupazione che cresce con l’ultima notizia che arriva dal campo profughi di Balata, nella periferia della città di Nablus.

L’aviazione israeliana ha bombardato un edificio a Balata, il campo di rifugiati abitato dai profughi espulsi nel ’48 dalla Palestina storica, con la creazione dello Stato d’Israele. Ad essere colpita da un missile lanciato da un drone è stata la sede di Al Fatah, la principale organizzazione palestinese di cui fa parte Abu Mazen, il Presidente dell’Autorità nazionale palestinese.

Un obiettivo doppio, quello bombardato a Balata dall’esercito israeliano: l’ANP di Abu Mazen ma anche il suo successore più acreditato, Marwan Barghouti. un attacco scellerato teso a cancellare anche per il futuro qualsiasi trattiva e qualsiasi speranza di possibilità di pace, proprio mentre l’asfittica UE e gli stessi USA ipotizzano di consegnare anche Gaza all’Autorita nazionale palestinese, dopo la sconfitta di Hamas a Gaza.

L’edificio colpito, oltre all’organizzazione Al Fatah di Abu Mazen, ospitava infatti anche la sede di uno dei suoi bracci armati storici, cioè le Brigate Al Aqsa fondate da Marwan Barghouti. Considerato uno dei leader della prima e della seconda Intifada, Barghouti è detenuto in un carcere israeliano da 21 anni e di recente il suo nome è tornato a girare come possibile successore di Abu Mazen. Barghouti gode di una grande popolarità tra tutti i palestinesi e soprattutto è accreditato come interlocutore credibile anche da settori della sinistra israeliana: nel settembre scorso, un sondaggio elettorale condotto sia in Cisgiordania che a Gaza, gli ha attribuito il 62% dei consensi, a fronte del 38% del leader di Hamas.

Ma torniamo al bombardamento israeliano.

La Mezzaluna rossa riferisce che l’attacco aereo ha provocato 5 morti: due giovani di 20 anni, altri due di 19 anni e uno di 25 anni, a cui si aggiungono 7 feriti molto gravi. A confermare la notizia anche l’agenzia stampa Wafa, che aggiunge: dopo il bombardamento, le truppe israeliane hanno assalto il campo profughi, demolendo un’abitazione, distruggendo le infrastrutture civili del campo e provocando molti altri feriti tra i civili palestinesi.

Questo attacco avvenuto nella serata di venerdì porta – nella sola Cisgiordania – il bilancio delle vittime registrate dal 7 ottobre a ben 212 civili palestinesi uccisi: dall’inizio dell’anno, sono quasi 500 i civili uccisi nei Territori palestinesi occupati della Cisgiordania. A provocarli è stato l’esercito israeliano e bande armate di coloni ebraici, che agiscono impunemente in tutti i villaggi e città dei territori palestinesi illegalmente occupati da Israele.

La distruzione della sede di Fatah a Balata, innalza ulteriormente la tensione nei Territori occupati ed è indice di una pericolosa accelerazione della strategia del governo di estrema destra israeliano, perseguita da Benjamin Netanyahu anche attraverso il massiccio aumento degli insediamenti illegali dei coloni in Cisgiordania, passati durante i suoi governi da 200mila a oltre 700mila.

I continui attacchi e le ondate di arresti indiscriminati di palestinesi da parte dell’esercito d’Israele – non parliamo del genocidio in atto a Gaza, ma di quello che accade in Cisgiordania – si ripetono da anni e si sono pericolosamente intensificati in queste settimane, insieme alle provocazioni sempre più violente contro la popolazione civile palestinese da parte delle bande armate dei coloni ebrei degli insediamenti illegali in Cisgiordania. Una serie infinita di azioni contrarie alle più elementari norme del diritto internazionale ma che finora – come nel caso dei ripetuti massacri di Jenin – l’esercito israeliano ha sempre giustificato come operazioni militari contro “basi terroristiche e simpatizzanti di Hamas“.

Il brutale assalto al campo profughi di Balata suona quindi come un sinistro campanello di allarme.

Il bombardamento della sede di Fatah segna, comunque lo si guardi, un punto di svolta che può portare all’esplosione dell’intera Cisgiordania con l’apertura – dopo quello di Gaza e del sud Libano – di un terzo fronte. Un tassello della criminale strategia perseguita dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dal governo di estrema destra che lo sostiene, partita da molto prima dell’attacco sferrato da Hamas il 7 ottobre scorso e che punta all’espulsione e alla pulizia etnica non solo a Gaza, ma anche di tutti i palestinesi che abitano i Territori occupati.

Nablus e il campo profughi di Balata fu da noi visitato nell’agosto 2005, proprio i giorni del ritiro dei coloni israeliani da Gaza. RIportiamo di seguito uno stralcio del reportage “Viaggio in Terrasanta” realizzato da SITe.it, in cui raccontiamo della nostra visita nei Territori palestinesi occupati. [ Per scaricare il pdf del reportage completo CLICCA QUI ]

Nablus di notte – In basso la città, in alto insediamenti dei coloni e base militare israeliana

[…] La mattina dopo partiamo alla volta di Nablus. Attraversiamo diversi blocchi e prima di arrivare al checkpoint d’ingresso, ci consigliano di dire al controllo che andiamo nel tal ospedale a trovare Tizio, lì ricoverato. Passiamo invece senza troppi problemi, anzi, il militare israeliano di origine etiopica è estremamente gentile. Quando gli passo il passaporto mi dice che mi aveva scambiato per arabo e alle mie scherzose rimostranze sorridendo mi risponde: “Essere arabo mica è una cosa brutta, anzi!”.

Raggiungiamo il centro di Nablus e troviamo ad attenderci un altro amico.

E’ una città che mette l’angoscia, Nablus, quasi 200mila abitanti stretti all’interno di una valle con in alto sette insediamenti e basi militari israeliane, mentre alcuni checkpoint posti come cancelli chiudono la città trasformandola in una prigione a cielo aperto.

Visitiamo il bellissimo centro storico che porta tutti i segni della guerra, con gli edifici bombardati dagli F16, i negozi bruciati, su tutti i muri i manifesti dei martiri uccisi dagli israeliani in questi anni.

Nablus

Ci fermiamo a prendere un thè e fumare il narghilè quando si sente vicinissima una raffica. “E’ un kalashnikov?” chiedo. “Sì, lo conosci? E quest’altro, cos’è?” Gli dico che non lo so, e mi spiegano che è un M16. Poi parte la sparatoria e un altro aggiunge: “C’è pure un Mab, e anche un Uzi”. Dopo un po’ finisce tutto e passiamo tranquillamente a parlare di parolacce in arabo e italiano. Poi gli altoparlanti annunciano che è morta una donna, i nostri amici diventano seri e decidono di raggiungere uno dei tre campi profughi presenti in città.

Campo profughi Balata – Nablus

Arriviamo a Balata: 23mila abitanti in un km quadrato, una sola strada carrabile e vicoli strettissimi. Quando gli israeliani attaccarono il campo nel 2002, per non correre rischi sfondavano i muri delle case e passavano da un appartamento all’altro. A Balata notiamo molti centri di assistenza di Hamas, ma i ragazzi armati di M16 che pattugliano i vicoli sono solo del Fronte popolare e delle Brigate Al Aqsa. Oltre a pochi negozi e botteghe artigiane, non esistono locali pubblici. Sono frequenti però una sorta di minuscoli circoli privati creati da gruppi familiari, dove i parenti si incontrano per bere insieme un thè o un caffè.

Campo Balata, Nablus

Nella casa dove dobbiamo dormire incontriamo una donna con un bambino di   circa due anni che ha problemi di equilibrio, non riesce a stare in piedi e nemmeno seduto senza cadere. La madre ci racconta che i soldati gli lanciarono contro una bomba sonora mentre andava a prendere l’altra figlia a scuola. Era incinta di sette mesi, ruppe le acque e dopo nove giorni partorì il bambino prematuro.

Dormiamo al campo e la mattina alle sette partiamo per Ramallah. Passiamo una serie di checkpoint, poi partiamo in pullman ma incappiamo in un blocco volante, un blindato che sbarra la strada. Dopo una lunga attesa e i soliti controlli riusciamo a passare, ma il pullman è ormai dimezzato. I militari fanno tornare indietro anche quattro imbianchini armati di secchio e pennelli solo perché venivano dalla zona di Kalkilia. Finalmente, dopo mezzogiorno, raggiungiamo Ramallah: oltre cinque ore per percorrere 15 km. […]

Gaza – Onu approva risoluzione per “Pause umanitarie urgenti”

Gaza, Msf: “Italia sostenga richiesta cessate il fuoco”. Trattative in Qatar e concerti rap a Los Angeles

UNICEF – Dichiarazione del Direttore esecutivo Catherine Russell sulla sua visita a Gaza

Hamas-Israele: i massacri dell’ultimo mese

Gaza – Apre valico Rafah: escono l’aquilano Intini e la palestinese Khayal

Cessate il fuoco. Manifestazione per la pace 27 ottobre anche a L’Aquila

Roma – “Non è una guerra, ma un genocidio. Palestina chiama”

« L’orrore di Gaza è crimine di guerra »

Cittadino italiano detenuto arbitrariamente in Israele

Condividi questo articolo