Fascisti su Marte e le brigate del prosecco millesimato

A 100 anni dall'assassinio di Giacomo Matteotti: cos'è oggi il fascismo?

Alfio Di Battista
Alfio Di Battista
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Da che la Meloni è diventata Presidente del Consiglio, fra l’altro, prima donna a ottenere l’incarico dal Presidente della Repubblica per formare un Governo, è partito il refrain sull’antifascismo. Non passa giorno che Dio manda in terra che qualcuno non ci ricordi che la nostra Costituzione è nata dalla lotta Partigiana, e per questo, è fondata sull’antifascismo. Grazie, mo’ me lo scrivo!

Nel profondo afflato che anima il sentimento partigiano di certi politici rimasti abbacinati dal sol dell’avvenire, assume notevole importanza il dichiararsi antifascista, un atto di affrancamento dal tedioso dubbio che si insinua nelle granitiche certezze degli indignati in servizio permanente effettivo sempre pronti a puntare l’indice accusatore all’indirizzo del classico beota col braccio teso all’infinito, troppo spesso a digiuno di storia patria.

E se la Meloni non si dichiara antifascista, i fieri combattenti delle brigate del prosecco millesimato, asserragliati fra i tavoli del bar per l’aperitivo domenicale, stanno lì come cecchini sulle alture del Golan a cercare l’attimo fatale per rendere giustizia agli uomini dei boschi dell’appennino centrale.

Se Meloni, con i vari Crosetto, Donzelli, La Russa e Lollobrigida sono fascisti, io sono un muezzin sul minareto della Kutubiyya a Marrakesh. Personaggi quasi caricaturali ma non per questo meno preoccupanti, interpreti di un’ideologia strisciante mai debellata, che torna a manifestare ciclicamente i suoi effetti cronici di malattia endemica del corpo sociale.  

Ma allora cos’è oggi il fascismo? Chi è oggi il fascista? Come si riconosce un comportamento fascista? Il fascismo del ventennio trova nel culto della personalità propugnata da Mussolini la graduale apertura a uno Stato autoritario a cui delegare la responsabilità collettiva di un popolo renitente all’impegno civico ma orientato alla tutela dell’interesse personale scandito dalle convenienze del momento.

È in questa palude acquitrinosa che vanno ricercate le analogie fra gli anni del ventennio fascista e il primo ventennio del terzo millennio di noi contemporanei. Paradossalmente però, tali assonanze, se osservate senza il filtro del pregiudizio, finiscono per emergere da contesti del tutto insospettabili.

L’indifferenza per il bene comune è nutrimento primario dei semi velenosi dell’autoritarismo, e se nessuno si interessa della cosa pubblica, qualcuno se ne interesserà per tutti, e molti, certamente la maggioranza, si sentirà sollevata dalla responsabilità di pensare al bene comune potendo dedicarsi esclusivamente al proprio bene. Nel “particulare” inteso come “interesse individuale”, non c’è destra o sinistra che tenga perché tengono tutti famiglia.

Altro elemento che caratterizza la deriva verso l’autoritarismo è ciò che Hannah Arendt definisce come “situazione apparentemente normale”, quella in cui anche le persone animate dalle migliori intenzioni possano rendersi artefici di comportamenti immorali se condizionate da contesti che inducono al conformismo acritico.

In altre parole, non c’è bisogno di una dittatura che imponga il pensiero unico, basta la semplice acquiescenza al rassicurante senso comune che usualmente veste i panni del buon senso. Se a ciò si aggiunge la convenienza, declinata nel suo significato più prossimo all’utilitarismo, per sé o per il proprio cerchio di relazioni, si realizza la mesta quadra che definisce i contorni della banalità del male.

Oggi è relativamente semplice nascondere le responsabilità individuali nei chiaroscuri delle regole, mai uguali per tutti, o fra i confini indefiniti di gerarchie basate sulla forza, vera o presunta, di gruppuscoli del tutto simili alla descrizione che ne fa Leonardo Sciascia nel suo libro Il giorno della civetta.

”…la famiglia è l’unico istituto veramente vivo nella coscienza del siciliano: ma vivo più come drammatico nodo contrattuale, giuridico, che come aggregato naturale e sentimentale. La famiglia è lo Stato del siciliano…”Si provi a sostituire la parola siciliano con qualsiasi altra che identifichi un popolo, una comunità o una città, per averne riscontro concreto nella realtà quotidiana.    

La banalità del male è il quieto vivere che si impone sul più autentico sentire, è l’ipocrisia che assurge a regola di comportamento, è la convenienza che prevale sull’etica dei valori, è l’arroganza che prevarica idee diverse, è la ricerca di un nemico a cui addossare le colpe, è l’assenza di autocritica, è la fuga dalle responsabilità di scelte sbagliate. Non è forse questo il cibo di cui si nutre il pensiero fascista?

E quindi: chi può dirsi oggi antifascista? Semplicemente chi ha il coraggio di dire NO al conformismo di comodo fondato sulle convenienze e sulle connivenze del familismo amorale. Autodefinirsi antifascisti alzando il vessillo della retorica di maniera è solo illusione per gli allocchi.

L’antifascismo va praticato giorno per giorno resistendo all’ipocrisia untuosa del finto buon senso, l’antifascismo va praticato esprimendo apertamente il proprio dissenso quando è necessario farlo, l’antifascismo va praticato assumendo posizioni nette contro il conformismo degli opportunisti.

Tanto al massimo si rischia di essere isolati, poca cosa rispetto a ciò che il regime fascista fece a Giacomo Matteotti dopo il suo discorso in Parlamento, quello in cui denunciò i brogli perpetrati dalle milizie di Mussolini alle elezioni del 1924. Al termine di quella memorabile orazione, disse ai suoi compagni di partito: «Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me.»

Il prossimo 10 giugno, fra due settimane, ricorrono 100 anni dal suo assassinio.

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