Pescina – Il futuro delle risorse idriche nella Marsica torna a essere terreno di scontro istituzionale e ambientale.
Al centro del serrato confronto che ha avuto luogo ieri nel consiglio comunale di Pescina, il discusso progetto di interconnessione tra i sistemi di approvvigionamento dell’acquedotto Ferriera, del Gran Sasso, del Rio Sonno in Valle Roveto e del campo pozzi di Trasacco.
Un’opera faraonica che – a partire dal febbraio 2026 – ha interessato i comuni di Pescina, Ortucchio, Ortona dei Marsi e Bisegna con ben 471 espropri preventivi, di cui oltre 200 concentrati nel solo territorio di Ortucchio.
Una manovra definita da più parti come un vero e proprio blitz, calato dall’alto attraverso una conferenza dei servizi asincrona e lampo, che ha tagliato fuori le comunità locali da qualsiasi reale confronto preventivo.
Durante l’ultimo consiglio comunale di Pescina, fortemente voluto dal gruppo di minoranza “Radici e futuro“, in particolare dal consigliere Alfonsino Scamolla – da anni in prima linea a difesa del fiume Giovenco –, la tensione non ha tardato a salire.
Scamolla ha duramente contestato una pianificazione infrastrutturale giudicata sorda alle istanze locali, ricordando il continuo sfruttamento di un’asta fluviale che da oltre quarant’anni subisce pressioni insostenibili.
Nel mirino del consigliere sono finiti i dati tecnici e le proiezioni demografiche definite “surreali”, capaci di stimare una crescita esponenziale di residenti e turisti nei prossimi 25 anni, in netto contrasto con il trend di spopolamento che affligge i paesi delle aree interne.
Non è mancata una disamina tecnica: se l’efficientamento della storica “Linea 1” (un vero e proprio colabrodo) viene visto come un intervento urgente, fortissimi dubbi restano sulla nuova “Linea 2”, un’infrastruttura di oltre 18 chilometri dal partitore di Pescina ai pozzi di Trasacco i cui costi e reali benefici non sarebbero stati del tutto chiariti.
Dall’altra parte della barricata, il presidente del CAM (Consorzio Acquedottistico Marsicano), Ornello Ernani, ha replicato respingendo le critiche e rimproverando a Scamolla un approccio eccessivamente puntiglioso e tecnico – liquidato polemicamente come un “processo alle intenzioni” –, invitando a rimandare i tecnicismi a tavoli specifici e rivendicando la bontà di un’opera pensata per creare economie di scala energetiche, sfruttando l’interconnessione per ridurre i costi di sollevamento dai pozzi a Trasacco.
A dare ulteriore spessore alla protesta è arrivato il documento congiunto sottoscritto dai Sindaci di Pescina, Ortucchio, Ortona dei Marsi e Bisegna e indirizzato all’ERSI Abruzzo e al CAM.
I primi cittadini non bocciano a prescindere la necessità di un servizio idrico efficiente, ma pretendono garanzie.
Studio approfondito e monitoraggio in tempo reale: dati certi sulle portate del Giovenco e l’installazione di sensori lungo tutto il corso d’acqua per verificare costantemente il rispetto del Deflusso Minimo Ecologico (DME).
Revisione della sequenza dei lavori: L’istanza principale è lo stralcio della tratta dal partitore di Pescina al campo pozzi di Trasacco, anteponendo il ripristino del tratto Bisegna-Pescina per testare gli effetti reali sull’ecosistema fluviale.
Tutela ambientale e restituzione delle eccedenze: I sindaci chiedono che l’acqua abbia finalità esclusivamente idropotabili (evitando ulteriori stress a una piana del Fucino già provata dall’agricoltura) e che le portate non utilizzate, delle sorgenti Ferriera e Pulciara, siano regolarmente restituite al fiume.
Lo stato attuale di avanzamento del progetto fa ritenere del tutto improbabile la riapertura della Conferenza dei Servizi, tuttavia sia Ersi che Cam si sono dichiarati disponibili ad ascoltare le istanze del territorio.
L’accusa mossa all’indirizzo dei promotori del progetto è che non si può calare dall’alto un’opera di tale impatto senza un confronto reale e democratico.
La partita sul fiume Giovenco non è soltanto una questione di ingegneria idraulica o di bilanci consortili; è il banco di prova della democrazia partecipativa nelle aree interne.
Quando in gioco c’è un bene primario come l’acqua e la sopravvivenza di interi ecosistemi fluviali, la logica dei numeri calati dall’alto e delle decisioni prese nelle stanze chiuse non può più trovare spazio.
I territori della Marsica hanno alzato la voce: o si sceglie la strada della condivisione, della tutela ambientale e del rispetto delle comunità locali, oppure la risposta istituzionale potrebbe trasformarsi in una nuova battaglia in tutte le sedi competenti.
La palla passa ora a ERSI e CAM: continuare a tirare dritto senza ascoltare il territorio significherebbe aprire una ferita insanabile con la propria gente.

