Fucino e fiume Liri: destini incrociati e disastri ambientali dicono che bisogna affrontare le criticità per evitare il collasso

Alfio Di Battista
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Marsica – Ogni volta che l’alveo del fiume Liri si trasforma in “cloaca massima” il nefasto destino di centinaia di esemplari di trota Fario si compie. La storia si ripete, sempre uguale a se stessa da anni. Ci si indigna, si contano i danni, si chiamano i soccorsi d’urgenza e si invocano verifiche. Poi, più nulla.

Spenti i riflettori mediatici, tutto torna come prima: un sistema gestito a comparti stagni, dove l’acqua, risorsa pubblica e bene collettivo, viene trattata come un elemento che si può sacrificare sull’altare della logica economica e del solo profitto nella più totale inerzia burocratica.

L’ultimo grave episodio di moria di pesci nel tratto del fiume Liri compreso fra lo sbocco dell’Emissario Claudio – Torlonia, a Capistrello, e la frazione di Pescocanale, non è un incidente fortuito né una tragica fatalità legata alla siccità.

È il sintomo evidente di una patologia cronica che affligge il “Sistema Fucino” e la sua valvola di sfogo naturale: i due emissari che, attraverso Capistrello e Canistro, scaricano nel bacino del Liri le acque di un territorio intensamente sfruttato.

Oggi dall’Incile di Avezzano partono due emissari, uno, noto come Emissario Claudio-Torlonia, che ha il suo sbocco sotto l’abitato di Capistrello, l’altro, costruito nei primi anni ’40 del novecento, che convoglia le acque fucensi verso la centrale idroelettrica di Canistro, utilizzata dalla Cartiera Burgo.

​A reggere le fila di questa complessa infrastruttura idraulica c’è il Consorzio di Bonifica Ovest Bacino Liri-Garigliano, affiancato da una filiera di utilizzatori industriali, energetici e agricoli. Ma un conto è governare i canali per sostenere la produzione della piana, un altro è interpretare il ruolo di custodi del territorio.

Le acque che transitano negli emissari non possono, né devono diventare un potenziale pericolo per la fauna ittica del Liri, né possono subire manovre di paratoia che rischiano di portare sotto la soglia normativa il deflusso ecologico, provocando così sbalzi termici e di portata, letali per l’habitat fluviale.

Il punto nodale non è l’assenza di norme, ma semplicemente la loro applicazione. La domanda è: le regole vengono rispettate? Il quadro giuridico ed ecologico è chiaro: il Testo Unico Ambientale, le prescrizioni stringenti delle concessioni di derivazione e i principi del codice penale sull’inquinamento e sul danneggiamento degli ecosistemi offrono già tutti gli strumenti per sanzionare eventuali abusi, se rilevati.

Bisognerebbe chiedersi se l’intero sistema di gestione delle acque del Fucino è compatibile con gli obiettivi di qualità delle acque del Liri. E qui emerge un elemento molto interessante che ci arriva direttamente da ARTA Abruzzo, che già in passato aveva studiato il tratto di fiume fra Capistrello e Pescocanale.

Dalle informazioni in nostro possesso, nei monitoraggi effettuati tra il 2020 e il 2021 furono distinte sei stazioni. Due sono particolarmente importanti: la N005LR4, 100 metri a monte dell’Emissario Claudio-Torlonia e la N005LR5, 100 metri a valle dell’Emissario Claudio-Torlonia.

Sono praticamente una coppia sperimentale perfetta per verificare l’effetto dell’apporto proveniente dal Fucino. Le altre stazioni sono: Castellafiume; Canistro; a valle del depuratore di Canistro; a monte della centrale di Morino e Balsorano.

Il monitoraggio era nato proprio dalle segnalazioni relative alle schiume comparse nel Liri. Nel 2024, furono eseguiti ulteriori campionamenti nei fossi della Piana del Fucino e a monte e valle dell’immissione nel Liri. I dati raccolti allora, alla luce di quanto sta accadendo oggi, se confrontati con quelli presumibilmente raccolti nei giorni della moria di pesci, risulterebbero particolarmente importanti.

Ciò significherebbe che una struttura tecnica pubblica avrebbe già individuato parametri e dati che potrebbero fornire una misura scientificamente attendibile degli effetti delle acque dei 2 Emissari sull’ecosistema Liri.

Il problema è che la governance si muove quasi sempre ex-post, intervenendo in un estenuante rimpallo di responsabilità tra enti, comuni, gestori e operatori economici. È ormai evidente che questo modello è fallito. La Valle Roveto non può più accettare di pagare il conto di una gestione sorda alle esigenze ecologiche.

La svolta, tuttavia, è a portata di mano se si sceglie la strada della responsabilità condivisa. L’iniziativa di un convegno che chiamerà a raccolta in autunno, gli stati generali del “sistema Fucino”, promossa dall’Associazione Liri, con il supporto strategico e operativo del Contratto di Fiume della Valle del Liri, rappresenta forse l’ultima speranza per rompere l’atavico immobilismo.

Mettere attorno a uno stesso tavolo, formale e vincolante, i sindaci del territorio, la Regione, i vertici del Consorzio di Bonifica e i rappresentanti delle attività produttive significa tentare di voltare pagina.

Le richieste provenienti dal mondo delle associazioni, vertono sulla trasparenza totale e pubblica circa i disciplinari di concessione e i volumi di rilascio degli emissari. Riguardano il monitoraggio, in tempo reale, attraverso centraline di telecontrollo multi-parametrico, capaci di tracciare la qualità delle acque h24 e far scattare allarmi automatici prima che l’ecosistema collassi.

​La pietra angolare deve essere la certezza delle regole e delle sanzioni per chi non le rispetta, affinché chi inquina o gestisce con incuria la risorsa idrica risponda direttamente dei propri atti. Il fiume Liri non è un canale di scolo, ma l’anima identitaria, ecologica ed economica di un’intera vallata.

Continuare a tollerare zone d’ombra e gestioni approssimative significa rendersi complici di un saccheggio ambientale che non ha più giustificazioni. L’opinione pubblica chiede che la politica e gli enti gestori escano dai loro palazzi: la pazienza del territorio è agli sgoccioli.

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