Galleria del Salviano: le infrastrutture a chilometro zero ai tempi del populismo

Alfio Di Battista
6 Minuti di lettura

Capistrello – Finalmente ci siamo. Il 20 luglio, salvo nuovi ripensamenti dell’ultim’ora, dovrebbero partire i lavori per la messa in sicurezza della galleria del Salviano sulla SS 690 secondo quanto stabilito dalla normativa UE.

Il condizionale, in questi luoghi appena sfiorati dai grandi flussi turistici ma sempre intasati dal cabotaggio politico di piccola taglia, non è mai un vezzo grammaticale ma solo dovere di cronaca, almeno da parte di quel giornalismo che ancora descrive la realtà senza fare sconti a nessuno.

La vicenda del Salviano è il perfetto bignami del populismo prêt-à-porter applicato alle infrastrutture delle nostre aree interne. Una parabola di surrealismo demenziale, degna del miglior Mel Brooks, in cui la sicurezza collettiva e l’adeguamento alle normative europee — concetti bellissimi durante i convegni sul “rilancio dell’Appennino” — diventano improvvisamente un intralcio intollerabile non appena toccano il giardino di casa.

È la logica del Not In My Back Yard (NIMBY) in salsa marsicana, dove l’interesse strategico di un collegamento interregionale si infrange contro la tenuta del consenso a buon mercato di chi è sempre pronto a lisciare il pelo all’opinione pubblica.

Una logica che si scontra contro le legittime ma rigide lamentele di Confindustria tarate sulla logica egoistica delle forniture che non devono subire rallentamenti e nessun aumento dei costi. Una logica che si scontra anche contro i piagnistei dei comitati “spintanei” nati tra un caffè al bar e un post sui social.

Per mesi abbiamo assistito a un valzer indecoroso: Anas firma l’ordinanza? Ecco i sindaci fare le barricate lanciando ultimatum. Anas propone la chiusura totale per concludere i lavori più in fretta e in sicurezza? Ecco la politica che si mette di traverso paventando l’apocalisse economica della Marsica .

Il risultato di questo tira e molla è l’imbarazzante dietrofront di ANAS, che revoca l’ordinanza di inizio dei lavori, che sarebbero dovuti iniziare il 29 giugno, appena tre giorni prima del via. Si corre così al tavolo delle trattative dove inevitabilmente, la montagna partorisce il topolino.

Il solito compromesso all’italiana: cantiere aperto ma con senso unico alternato dinamico. E tutti vissero felici e contenti.

I sindaci esibiscono il risultato del compromesso al mercato del facile consenso, l’ANAS evita il ricorso in sede giudiziaria da parte dell’impresa appaltante e la cittadinanza applaude il “dimezzamento dei disagi”.

Ma in questi trionfali comunicati congiunti, in questa melassa di sorrisi istituzionali e strette di mano post-accordo, c’è un silenzio che urla vendetta. Un’assoluta, agghiacciante assenza dal dibattito pubblico del disagio dei lavoratori costretti a lavorare in condizioni estreme.

Qualcuno tra i primi cittadini, fra i consiglieri regionali o fra i rappresentanti delle sigle datoriali, si è minimamente posto il problema di cosa significhi, in termini fisici e di rischio biologico, lavorare sotto scacco del traffico veicolare alternato? Nessuno. A dire il vero, nemmeno fra i sindacati si sono levate voci di indignazione.

Nelle delibere, nelle PEC incendiarie e nelle conferenze stampa non vi è traccia del sacrificio degli operai che dovranno operare in un tubo di cemento lungo più di mille metri, respirando polveri e gas di scarico a pochi centimetri da TIR e autovetture che circoleranno a senso unico alternato per non disturbare il sonno dell’economia locale.

La sicurezza della galleria, sbandierata come priorità assoluta per giustificare l’opera, è rimasta a piedi, fuori dai veicoli degli automobilisti, soprattutto di quelli che hanno sempre fretta e sfrecciano sulla SS 690 senza disdegnare un sorpasso sulla doppia linea continua.

La sicurezza di chi in quella galleria dovrà calare i cavi, posare tubi e salire sulle impalcature per montare i LED, è stata derubricata a variabile dipendente del cronoprogramma.

Il populismo nostrano ha stabilito la sua gerarchia dei diritti: prima il diritto del pendolare a non fare qualche minuto di fila, poi il profitto dell’industria, fino all’ultimo centesimo, poi gli ambientalisti e la riserva del Salviano, poi forse, se avanza ancora del tempo, l’incolumità di chi indossa un casco giallo e la tuta arancione catarifrangente.

In fondo cos’è cambiato rispetto a quanto scriveva Ignazio Silone in Fontamara? “In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito.”

Il 20 luglio si apre il cantiere del Salviano. Ma il cantiere dell’onestà intellettuale e della generosità, in questo territorio arroccato sui propri piccoli egoismi di retroguardia, non è mai stato nemmeno appaltato.

Condividi questo articolo