Gastroenterite nella Marsica, restano i dubbi dopo le analisi del CAM: chi sta cercando la causa?

Alfio Di Battista
11 Minuti di lettura

Marsica – Acqua, sagre, cibi di strada, virus: troppe ipotesi e ancora poche risposte. I controlli del gestore idrico possono escludere una contaminazione nei campioni analizzati, ma non spiegano da soli perché tante persone si siano ammalate. La domanda è semplice: dov’è l’inchiesta epidemiologica della sanità pubblica?

C’è una domanda che, più delle altre, comincia a circolare nella Marsica: Che cosa sta provocando l’ondata di gastroenterite nei diversi comuni del territorio? Non è una domanda complottista. Non è sfiducia pregiudiziale nelle istituzioni.

È, semplicemente, la domanda che dovrebbe essere posta quando si registrano contemporaneamente numerose persone con sintomi gastrointestinali e quando l’origine del fenomeno non è ancora stata accertata.

Nelle ultime ore le segnalazioni si sono moltiplicate in diversi centri della Marsica. A Tagliacozzo il sindaco Vincenzo Giovagnorio ha invitato, in via precauzionale, la popolazione a utilizzare acqua imbottigliata sia per bere sia per cucinare. La decisione è arrivata mentre erano in corso verifiche sulla rete idrica.

Poi è arrivato il dato destinato a spostare il dibattito: i controlli effettuati sull’acqua non avrebbero evidenziato anomalie tali da ricondurre con certezza i disturbi alla rete idrica. Alcune zone interessate dalle segnalazioni, inoltre, non sarebbero servite dallo stesso acquedotto.

Ed è proprio qui che comincia il problema. Se i campioni analizzati risultano conformi, se non altro, abbiamo un dato rassicurante. Ma una cosa è dire che nei campioni esaminati non sono state rilevate anomalie, altra cosa è affermare che l’acqua è stata definitivamente esclusa come possibile veicolo dell’epidemia.

La distinzione non è semantica ma scientifica. Il decreto legislativo 18/2023 stabilisce che le acque destinate al consumo umano debbano essere salubri e pulite e che non debbano contenere microrganismi, virus o parassiti in quantità tali da rappresentare un potenziale pericolo per la salute umana.

La stessa normativa definisce espressamente la ASL come autorità sanitaria locale territorialmente competente per i controlli sulla salubrità delle acque e sugli alimenti e bevande, e soprattutto, il sistema introdotto dalla normativa sulle acque è costruito sulla valutazione del rischio, sull’intera filiera e sullo scambio continuo di informazioni fra gestori e autorità sanitarie.

Questo significa che il controllo effettuato dal gestore dell’acquedotto è un tassello dell’indagine, non necessariamente la sua conclusione. Quindi la domanda è: chi sta facendo l’indagine epidemiologica?

È questo il nodo sul quale sarebbe necessario ottenere una risposta ufficiale. Quando ci sono più persone che manifestano contemporaneamente una sintomatologia riconducibile a una malattia infettiva o a una infezione alimentare, la domanda diventa:

Qual è l’agente responsabile? Come si trasmette? Quali persone sono coinvolte? Quando sono comparsi i sintomi? Dove sono state? Che cosa hanno mangiato? Quali alimenti hanno in comune? Quale acqua hanno bevuto? Quali eventi hanno frequentato? Esistono cluster territoriali? Esistono collegamenti fra persone apparentemente appartenenti a gruppi diversi?

Esiste una sola struttura sanitaria deputata esattamente a questo. La ASL 1 Avezzano-Sulmona-L’Aquila che dispone infatti di un Dipartimento di Prevenzione articolato, tra gli altri, nel Servizio di Igiene, Epidemiologia e Sanità Pubblica (SIESP) e nel Servizio di Igiene degli Alimenti e della Nutrizione (SIAN).

Non si tratta di strutture decorative. Il SIAN, secondo la stessa ASL, svolge controlli ufficiali sulla produzione, preparazione e somministrazione degli alimenti, sulle bevande e sulle acque destinate al consumo umano e può attivare sistemi di allerta alimentare. Il SIESP invece, ha fra le proprie aree di attività proprio quella delle malattie infettive.

Innanzitutto va detto che non esiste una regola secondo cui ogni singolo caso di gastroenterite obbliga automaticamente la ASL a effettuare un campionamento dell’acqua. Ma il quadro cambia se si parla di un possibile focolaio.

Il sistema nazionale di sorveglianza delle malattie infettive prevede che le segnalazioni arrivino alla struttura sanitaria competente e che la sorveglianza epidemiologica costituisca la base per adottare le necessarie misure di prevenzione e controllo.

Il Ministero della Salute ricorda che le infezioni di origine alimentare rientrano nella classe IV: al singolo caso deve seguire la segnalazione all’unità sanitaria locale quando si verifica un focolaio epidemico; la segnalazione del caso sospetto è prevista entro 24 ore.

Dunque, se quello che sta accadendo nella Marsica configura effettivamente un focolaio epidemico, l’elemento decisivo non può essere soltanto il risultato di un’analisi commissionata dal gestore idrico. Serve una indagine epidemiologica. E qui arriviamo alle sagre

Da giorni, nel dibattito pubblico, affiora un’altra ipotesi: quella secondo cui i disturbi potrebbero essere collegati alla partecipazione a sagre, feste e manifestazioni nelle quali sono stati consumati alimenti preparati e somministrati sul posto. È un’ipotesi possibile ma dalle informazioni disponibili, resta solo un’ipotesi.

Trasformarla in una spiegazione prima che siano disponibili dati epidemiologici sarebbe un errore, tanto quanto attribuire preventivamente la responsabilità all’acquedotto. Per capire se un evento alimentare è effettivamente all’origine di un focolaio occorre mettere insieme i dati sulle persone coinvolte, i tempi di esposizione, gli alimenti consumati e la comparsa dei sintomi.

Tutto ciò è stato fatto? Sono stati raccolti i dati dei pazienti? Sono stati messi in relazione i casi? È stata ricostruita la loro cronologia? Sono stati eseguiti tamponi o esami microbiologici sui pazienti, quando clinicamente indicato?

Sono stati individuati eventuali alimenti comuni? Sono state controllate le attività di somministrazione eventualmente coinvolte? Sono stati acquisiti campioni alimentari ancora disponibili? È stata verificata l’eventuale circolazione di un agente virale? Sono stati messi in relazione i dati provenienti dai pronto soccorso, dai medici di medicina generale e dai pediatri? E soprattutto: la ASL ha formalmente aperto un’indagine epidemiologica?

C’è poi un dettaglio che merita attenzione. Se l’acqua non è considerata, sulla base degli accertamenti disponibili, responsabile del fenomeno, perché contemporaneamente ai cittadini viene raccomandato di utilizzare acqua imbottigliata? La risposta può essere perfettamente razionale: principio di precauzione. Ed è giusto adottarlo quando esiste un dubbio.

Ma allora bisogna avere il coraggio di applicare lo stesso principio anche alle altre possibili fonti di esposizione. Non soltanto all’acqua, anche agli alimenti. Non soltanto agli acquedotti, anche alle manifestazioni pubbliche, esercizi di somministrazione, cucine, conservazione degli alimenti, catena del freddo, manipolazione e condizioni igieniche.

E, soprattutto, bisogna cercare l’eventuale agente infettivo direttamente nei malati, quando gli accertamenti clinici lo consentono perché il vero rischio, è il vuoto informativo. La cosa più preoccupante, in questo momento, non è che l’acqua sia contaminata o meno, né se l’infezione derivi da una sagra.

Il problema è che l’opinione pubblica non sappia ancora quale percorso investigativo sanitario sia stato attivato per arrivare alla risposta. Quando un gestore idrico comunica l’esito dei propri controlli, il dato ha una precisa funzione: dire se, nei campioni esaminati e secondo i parametri ricercati, emergono o meno anomalie.

La questione però è più ampia. La normativa sulle acque impone proprio una collaborazione continua fra gestori e autorità sanitarie. La ASL 1 dispone delle strutture necessarie per affrontare entrambe le dimensioni del problema: epidemiologica e alimentare.

Per questo, più che alimentare la psicosi, sarebbe sufficiente essere trasparenti rispondendo a qualche domanda: quanti sono realmente i casi segnalati nei comuni interessati? Quanti di questi sono stati visitati in pronto soccorso, ricoverati o presi in carico dai medici di famiglia e dai pediatri?

È stata attivata dalla ASL 1 un’indagine epidemiologica coordinata attraverso SIESP e SIAN? Sono stati effettuati campionamenti ufficiali dell’acqua direttamente dall’autorità sanitaria, distinti dai controlli eseguiti dal gestore? Sono stati effettuati accertamenti sugli alimenti e sulle manifestazioni pubbliche eventualmente frequentate dalle persone ammalate?

Qui non si sta chiedendo di trovare un colpevole ma semplicemente di trovare una causa. La vicenda pone un rischio molto serio, ovvero spingere l’opinione pubblica, anche involontariamente, verso una contrapposizione fra due spiegazioni precostituite. È stata l’acqua, oppure è colpa delle sagre.

L’approccio istituzionale invece, dovrebbe essere diverso: prima si raccolgono i dati, poi si formulano le ipotesi e alla fine si fanno le verifiche. Se l’acqua viene esclusa, bisogna spiegare con quali campioni, quali parametri, quali punti di prelievo e quali metodiche.

Se invece si ipotizza una fonte alimentare, bisogna spiegare quale indagine è stata svolta, su quali eventi e su quali alimenti. Se infine l’ipotesi è virale, occorre spiegare quali evidenze epidemiologiche e microbiologiche la sostengono. Dire semplicemente che “i controlli sull’acqua sono negativi” non risponde alla domanda fondamentale.

Perché si sono ammalate tutte queste persone? È proprio questa la domanda a cui oggi, tutta la Marsica, ha il diritto di avere una risposta dalla propria sanità pubblica. Risposta che al momento non è ancora arrivata.

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