Gaza: tregua e scambio di ostaggi. Preoccupa Cisgiordania e sud Libano

Angelo Venti
9 Minuti di lettura
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Questa mattina alle 7 è iniziata – dopo settimane di faticose trattive condotte grazie alla mediazione di Qatar ed Egitto – la Tregua temporanea di 4 giorni tra Israele e Hamas, che però riguarda solo territorio di Gaza. Ma mentre l’attenzione internazionale è concentrata sulla Striscia e sulla tregua, la tensione nel Territori palestinesi occupati di Cisgiordania e in Sud Libano sale ulteriormente: che Israele approfitti della tregua per incendiare ulteriormente questi due nuovi fronti – secondo molti osservatori – è un rischio reale.

I principali punti dell’accordo tra Israele e Hamas prevedono una tregua di 4 giorni nei combattimenti nella Striscia, l’ingresso di alcune decine di camion di aiuti dal valico con l’Egitto e la liberazione reciproca di donne e minori prigionieri: 50 ostaggi catturati da Hamas nell’attacco del 7 ottobre in cambio di 150 donne e minorenni detenuti nelle carceri israeliane.

Solo nel pomeriggio di ieri un portavoce del Ministero degli esteri del Qatar ha potuto annunciare che la tregua temporanea tra Israele e Hamas sarebbe entrata in vigore alle 7 di questa mattina, con la liberazione alle ore 16 di un primo gruppo di 13 ostaggi israeliani.

Dopo giorni di dichiarazioni incrociate e notizie altalenanti tra annunci e successive smentite, soltanto ieri l’accordo è stato finalmente confermato sia dalla stampa israeliana che da un portavoce di Hamas. “L’ufficio del primo ministro d’ Israele – scriveva ieri il giornale The Times of Israelha confermato che aveva ricevuto una lista “iniziale” di nomi di rapiti che dovrebbero essere liberati” e confermava anche che “L’ala militare di Hamas ha dichiarato che un cessate il fuoco entrerà in vigore venerdì mattina e durerà quattro giorni.

Un accordo fragile con un parto molto travagliato tra annunci, smentite e false notizie.

La stampa occidentale aveva attribuito la responsabilità dei continui slittamenti della liberazione degli ostaggi alla mancata ratifica dell’accordo da parte di Hamas. Sempre secondo la stampa israeliana, invece, i rinvii sarebbero dovuti alle forti resistenze da parte del controverso leader di estrema destra e Ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, mentre altri ritardi sarebbero stati causati dall’attesa del pronunciamento dell’Alta corte di giustizia su un ricorso contro l’accordo presentato da Almagor, l’associazione delle vittime del terrorismo: ricorso respinto all’unanimità dall’Alta corte solo mercoledì.

Un accordo fragilissimo, quindi, raggiunto tra mille difficoltà: un accordo che può quindi saltare da un momento all’altro, anche solo per un incidente o per una anche minima provocazione da parte degli estremisti dei due campi.

Intanto nell’ultima notte l’esercito israeliano ha continuato i pesanti bombardamenti su Gaza, ospedali compresi, mentre questa mattina si è registrato anche un lancio di razzi da parte di Hamas. Comunque, mentre scriviamo, la tregua sembra tenere, nonostante gli annunci di un leader israeliano che promette comunque altri “due mesi di guerra” a Gaza.

Da questa mattina centinaia di civili sono ammassati nei due versanti del valico di frontiera con l’Egitto: sul versante egiziano centinaia di camion di aiuti in attesa e civili palestinesi che tentano di rientrare a Gaza, sull’altro versante sempre civili palestinesi, insieme a stranieri o palestinesi con doppio passaporto, che premono per uscire dall’enclave sotto assedio e con l’occupazione militare in corso, nel disperato tentativo di salvarsi dalla fame e dai bombardamenti indiscriminati.

La rappresaglia militare israeliana – con l’intreccio criminale tra assedio, blocco dell’ingresso di cibo, acqua e carburante, bombardamenti indiscriminati sui civili, invasione di terra ed espulsione dalle loro case di oltre un milione di residenti – sta provocando nella Striscia di Gaza un disastro umanitario di dimensioni enormi, che provoca continui allarmi da parte dell’Onu che invoca il rispetto minimo delle norme umanitarie e del diritto internazionale da parte d’Israele.

Oltre alla distruzione di migliaia di abitazioni, infrastrutture civili, luoghi di culto, scuole dell’Onu, moschee e persino ospedali, l’esercito d’Israele ha ucciso oltre 15mila civili palestinesi – di cui oltre 5mila minori – ferendone altre decine di migliaia. Decine anche i giornalisti e gli operatori sanitari uccisi nei bombardamenti, mentre sono oltre un milione di sfollati interni che vagano nella Striscia senza acqua, cibo e assistenza, sotto i bombardamenti aerei e il tiro dei carri armati e dei cecchini.

In questi ultimi giorni – mentre l’attenzione dei media internazionali si è concentrata sulla tregua temporanea di Gaza – l’esercito israeliano ha progressivamente intensificato le operazioni militari in Cisgiordania e gli attacchi contro le milizie Hezbollah nel sud del libano. Il tentativo di aprire nuovi fronti – da parte del governo Netanyahu e dei coloni estremisti che lo sostengono – è ormai palese.

Nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania le truppe Israeliane, dall’inizio dell’anno, avevano già aumentato gli attacchi e gli arresti indiscriminati contro la popolazione uccidendo oltre 200 civili e arrestandone diverse centinaia. Le uccisioni gli arresti indiscriminati di civili – dopo l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre – si sono intensificati portando il numero dei palestinesi uccisi in Cisgiordania a oltre 500, con provocazioni continue da parte dei coloni degli insediamenti israeliani illegali contro i residenti, anche con l’occupazione di nuove terre palestinesi.

Campo profughi di Balata. Rastrellamento israeliano 22-11-2023

In Cisgiordania, negli ultimi due giorni, si assiste a un ulteriore innalzamento della tensione con attacchi, uccisioni, demolizioni di case e rastrellamenti nel campo profughi di Balata, nella periferia di Nablus, a Genin, Hebron e perfino a Salfit, una città di oltre 10mila abitanti storicamente tranquilla e in cui non esistono campi profughi. Mentre scriviamo giunge anche la notizia di attacchi in corso di militari e polizia israeliana anche a Gerusalemme, intorno alla mosche Al-Aqsa.

Ma è la vita stessa dei civili nell’intera area dei Territori occupati che è bloccata, con decine di checkpoint che impediscono alla popolazione palestinese e alle merci di muoversi, impedendo persino la raccolta delle olive e il funzionamento delle scuole.

Sul confine nord di Israele – dove dal 7 ottobre continuano i duelli di artiglieria – la situazione non è migliore e anche qui aumentano le provocazioni. L’altro ieri l’aviazione israeliana ha bombardato una postazione delle milizie sciite di Hezbollah. Tra gli uccisi nell’attacco anche il figlio del capo della rappresentanza dell’ala politica dell’organizzazione nel parlamento libanese: molti osservatori parlano esplicitamente di omicidio mirato.

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