Hamas-Israele: i massacri dell’ultimo mese

Angelo Venti
Angelo Venti
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Oggi è un mese esatto dall’inizio della «Operazione Alluvione Al-Aqsa», l’attacco sferrato il 7 ottobre scorso dai miliziani di Hamas nel sud di Israele. A 31 giorni di distanza il bilancio, non solo in termini di vite umane e non solo per Israele, è terrificante.

Soprattutto, non si intravede all’orizzonte una possibile via d’uscita alla nuova carneficina che, come ormai succede ciclicamente da oltre settant’anni, insanguina ancora una volta la Terrasanta e infiamma il Medio oriente. Un incendio che rischia di allargarsi pericolosamente, mentre Israele equipaggia le sue truppe per proseguire l’offensiva anche in inverno.

Bombardamenti a tappeto su Gaza con migliaia di morti civili: il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres tuona: “Gaza un cimitero per bambini“. Scambi di artiglieria, missili e bombardamenti al confine con il Libano. Lancio di missili dallo Yemen. Bombardamenti in Siria e Iraq e attacchi contro le basi Usa. Portaerei e sottomarini americani al largo di Israele, sopra i metanodotti e i giacimenti di metano e petrolio. Manifestazioni oceaniche nei paesi arabi e islamici. Proteste di piazza in Europa, Americhe, Asia, Africa, Australia. Gli appelli del Papa per la pace e quelli dell’Onu per l’immediato cessate il fuoco. I proclami dell’Iran, l’ipocrisia degli Usa, l’Unione europea che balbetta, l’isolamento internazionale dello Stato d’Israele.

Intanto in Cisgiordania – dove negli ultimi anni la presenza dei coloni ebraici è passata da 200mila a 700mila – si intensificano le violenze dell’esercito e dei coloni degli insediamenti illegali contro la popolazione palestinese: sono ormai centinaia quelli uccisi e feriti e migliaia quelli arbitrariamente arrestati. Una polveriera che rischia di esplodere da un momento all’altro.

Morti, feriti, ostaggi, sfollati

Secondo fonti dello Stato ebraico, l’attacco sferrato da Hamas il 7 ottobre e nei giorni immediatamente successivi ha causato oltre 1400 morti: oltre 300 i militari, il resto donne, anziani, minori. I feriti sono 4.692, mentre diverse persone risultano ancora disperse: ammonterebbero a oltre 240 gli ostaggi, di cui una parte cittadini stranieri o con doppia cittadinanza. Quasi 200mila gli sfollati tra sud e nord di Israele.

Come prevedibile, per i palestinesi il bilancio della «Operazione Spade di ferro» – la rappresaglia militare israeliana con i massicci bombardamenti indiscriminati su Gaza – è molto più tragico. Ieri l’emittente Al Jazeera ha reso noto che secondo il Ministero della sanità di Hamas le centinaia di tonnellate di bombe sganciate dagli israeliani hanno causato finora oltre 10mila morti, di cui 4.104 minori e 2.641 donne, mentre i feriti sarebbero oltre 25mila. Oltre un milione gli sfollati interni.

Pesantissimo anche il tributo pagato dalla stampa. Tra giornalisti e operatori sono 36 gli uccisi: 31 palestinesi, 4 israeliani e 1 libanese. I giornalisti feriti sono 8, altrettanti quelli arrestati, mentre altri tre risultano dispersi.

Inedito anche il numero di operatori sanitari uccisi sotto i bombardamenti israeliani su Gaza: secondo le Nazioni unite sarebbero almeno 150, a cui si aggiungono 18 operatori dei servizi di emergenza. Più di 100 le strutture sanitarie colpite o danneggiate, ambulanze in servizio comprese.

Anche per gli operatori umanitari delle Nazioni unite il tributo è il più alto di sempre: nei bombardamenti su Gaza almeno 88 persone che lavoravano per Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, sono state uccise, mentre 47 suoi edifici e scuole sono stati danneggiati.

Guerra Gaza-Israele: i precedenti

Israele non ha mai subìto tante vittime in un solo attacco: il 7 ottobre rappresenta quindi – per le dimensioni e le modalità con cui è avvenuta – una tragedia senza precedenti.

Anche per i palestinesi di Gaza il tributo di sangue è altissimo. Il numero di morti, finora, è più del doppio della somma di tutti i bombardamenti subìti nelle varie operazioni militari israeliane che si sono abbattute sulla Striscia di Gaza dal 2008 a oggi.

  • 2021 – «Guardiani delle Mura» (6-21 maggio): 248 vittime palestinesi e 13 israeliane;
  • 2014 – «Operazione Margine di protezione» (8 luglio – 26 agosto): 72 morti israeliani e 2.251 palestinesi;
  • 2012 – «Operazione Colonna di Nuvola» (13-21 novembre): 6 morti israeliani e 171 palestinesi;
  • 2008 – «Piombo Fuso» (27 dicembre – 17 gennaio): 13 morti israeliani e 1.385 palestinesi secondo l’Onu.

«Operazione Alluvione Al-Aqsa»

Il 7 ottobre alle 6.30 del mattino Hamas, con un comunicato del comandante Mohammed Deif, annuncia l’inizio dell’operazione militare e dà il via al massacro.

Dalla Striscia di Gaza parte un massiccio lancio di oltre 2.500 razzi diretti verso varie zone di Israele, mentre dei mini droni neutralizzano le antenne della sorveglianza elettronica poste dagli israeliani sul muro di recinzione dell’intera Striscia, subito dopo tratti del Muro vengono demoliti da ruspe mentre miliziani attaccano i pochi militari israeliani sui valichi. Contemporaneamente agli attacchi via terra, altri gruppi armati superano le barriere via mare e dall’aria con barche e parapendii a motore. Subito dopo i miliziani dilagano in profondità, attaccano villaggi, kibbutz, città israeliane e il raduno musicale che si teneva a pochissimi chilometri da Gaza, incontrando pochissima resistenza da parte delle truppe israeliane, scarsamente presenti.

Sui retoscena che hanno preceduto l’attacco di Hamas – e sulla quasi nulla resistenza da parte dell’esercito israeliano – dal punto di vista strettamente militare non si conoscono ancora tutti i particolari e tanto dovrà chiarire una più che mai necessaria inchiesta, invocata da molti in Israele. Inchiesta con cui il primo ministro Netanyahu dovrà fare prima o poi i conti.

Sull’esecuzione dell’attacco e sulle tattiche utilizzate dai miliziani qualcosa però possiamo dirla anche adesso: attacchi terroristici, lanci di razzi, tentativi di sfondamento del muro, attacchi via mare e anche via cielo erano già avvenuti, separatamente, anche in passato. La novità che il 7 ottobre ha invece determinato il tragico successo è che per la prima volta tali attacchi sono avvenuti tutti simultaneamente, con un lancio di razzi tanto massiccio da saturare e bucare anche il sofisticato scudo di difesa aerea israeliano. Un sincronismo micidiale, francamente, finora insospettabile da parte dei miliziani di Hamas e, più in generale, dei gruppi armati palestinesi.

7 ottobre: situazione sfuggita di mano?

Sul fronte israeliano, sono molte le voci critiche che puntano il dito contro il governo Netanyahu accusandolo, a ragione, di aver ignorato gli allarmi della vigilia e, soprattutto, di aver sguarnito le truppe intorno a Gaza per concentrarle in Cisgiordania, a sostegno dei coloni degli insediamenti illegali che da mesi attaccano i palestinesi dei Territori occupati. Coloni estremisti che costituiscono la sua base elettorale e che tengono in vita il suo governo di estrema destra.

D’altro canto, va pure ricordato che Hamas, storicamente, è stato sempre funzionale ai settori più oltranzisti dello Stato d’Israele contrari al processo di pace e da questi è sempre stata favorita, sostenuta e utilizzata in funzione anti Olp e anti Autorità nazionale palestinese: sulla stessa stampa israeliana alcuni commentatori scrivono, citando anche episodi specifici, di cospicui sostegni finanziari da parte del governo israeliano ad Hamas, anche attraverso il Qatar, stato che proprio in questi giorni ha dichiarato di ospitare i dirigenti di Hamas su richiesta Usa. Questa considerazione è ancora più valida per lo stesso Netanyahu: sarà un caso, ma ogni attentato di Hamas è sempre arrivato puntuale quando al primo ministro israeliano serviva di rafforzare il suo traballante governo. Non è quindi da escludere – è un’accusa tremenda ma ad avanzarla sulla stampa sono settori dell’opinione pubblica israeliana – che gli allarmi provenienti dall’intelligence siano stati deliberatamente ignorati o quantomeno sottovalutati, favorendo così l’attacco di Hamas del 7 ottobre.

Effettivamente l’esercito israeliano è stato colto completamente di sorpresa e ha impiegato diversi giorni prima di riuscire a ricacciare i miliziani all’interno di Gaza e riprendere il controllo del territorio. Le notizie di ciò che in quei giorni è realmente accaduto sul terreno sono però al momento ancora scarse, confuse e contraddittorie: alcuni israeliani catturati nelle prime ore dell’attacco, hanno testimoniato che l’esercito, arrivato solo molte ore dopo, ha eliminato i miliziani sparando indiscriminatamente nei villaggi, con molti civili uccisi addirittura da fuoco amico. Testimonianze, queste, su cui si dovrà fare ovviamente la necessaria chiarezza.

Ma la situazione potrebbe essere sfuggita di mano non solo al governo israeliano, ma anche alla stessa Hamas, portando così il massacro a un esito ancora più tragico. Da questa parte del fronte, una ricostruzione parziale può essere al momento azzardata solo basandosi sui tanti video diffusi da Hamas in tempo reale e da quelli diffusi nei giorni successivi dall’esercito.

Una delle ipotesi è che la prima ondata, composta da miliziani di Hamas addestrati al combattimento, sfonda le difese e, quasi senza incontrare militari israeliani, dilaga sul territorio: attraverso i varchi aperti si sarebbe poi accodata una seconda ondata di miliziani di altre fazioni. A queste sarebbe poi seguita una terza ondata, composta da cani sciolti e gruppi anche scarsamente armati che si sarebbero dati anche al vandalismo, violenze gratuite e addirittura ai saccheggi.

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