Nella Marsica, cuore verde dell’Appennino abruzzese, i boschi non sono solo paesaggio: sono risorsa, tradizione e — sempre più spesso — terreno di scontro. Da un lato ci sono le norme, i piani di gestione e le buone pratiche che dovrebbero garantire equilibrio tra sfruttamento e tutela. Dall’altro, la realtà fatta di tagli contestati, incendi dolosi, bilanci in rosso e controlli troppo deboli.
I boschi non sono soltanto un patrimonio naturale: sono memoria, risorsa economica, presidio ambientale contro frane e incendi. Ma la gestione dei tagli forestali evidenzia problematiche, soprattutto nelle aree vincolate, con un evidente scarto tra le buone pratiche fissate da leggi e piani regionali, e ciò che accade realmente sul territorio.
Secondo la normativa regionale, ogni intervento dovrebbe inserirsi in un piano di assestamento forestale, con prescrizioni chiare: turni di taglio, numero di matricine da conservare, finestre temporali ben definite per tutelare la nidificazione, tecniche di esbosco a basso impatto.
Nei Siti di Importanza Comunitaria (SIC) la regola è ancora più stringente: prima di ogni operazione è obbligatorio uno screening ambientale, la cosiddetta Valutazione di incidenza, per verificare gli effetti sugli habitat protetti. Eppure, la cronaca di questi anni, restituisce un quadro diverso.
La legge c’è, ma resta sulla carta. La Regione Abruzzo dispone di una legge forestale e di strumenti come i piani di assestamento, i vincoli europei dei SIC e le prescrizioni del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. A livello teorico, nessun albero dovrebbe cadere senza autorizzazioni, valutazioni ambientali e prescrizioni puntuali.
Eppure, quando si scende sul territorio marsicano, il quadro cambia. Molti comuni hanno scarse risorse tecniche per predisporre piani complessi, i bandi per il legname spesso sono affidati in fretta, e i controlli arrivano quasi sempre dopo le segnalazioni dei cittadini.
Lecce nei Marsi: caso emblematico di una zona di confine. Qui, dove il Parco lambisce i boschi civici, il Comune ha predisposto piani e progetti di taglio colturale, con tanto di valutazioni ambientali. Ma allo stesso tempo emette avvisi per la legna da ardere, destinata ai residenti: un diritto antico, l’uso civico, che oggi si scontra con l’esigenza di gestire un patrimonio forestale fragile.
Il rischio è che, sotto la pressione della domanda di legna da riscaldamento e delle casse comunali da rimpinguare, le procedure diventino solo un passaggio burocratico, mentre sul terreno si taglia senza una vera pianificazione di lungo periodo. Tra cronaca nera e cronaca verde, gli episodi non mancano.
Negli anni scorsi, i Carabinieri Forestali hanno sequestrato aree per tagli abusivi in diversi comuni confinanti con il Parco. Altri casi hanno riguardato incendi dolosi in diverse zone della Marsica: piromani individuati, processi, condanne. Ogni volta la stessa dinamica: danno ambientale grave, territorio impoverito, istituzioni costrette a inseguire.
Dentro i confini del PNALM i controlli sono serrati, ma basta spostarsi di pochi metri, nelle aree contigue, e le maglie si allentano. Qui si concentra la vera zona grigia: i Comuni hanno responsabilità dirette, ma non sempre dispongono di strumenti adeguati di contrasto. L’ente Parco non ha competenza diretta, mentre la Regione interviene solo con piani generali e finanziamenti spesso insufficienti.
Gli effetti ambientali sono sotto gli occhi di tutti: erosione dei suoli, perdita di habitat preziosi per l’orso marsicano e il lupo, frammentazione ecologica che spezza i corridoi naturali. E poi il rischio incendi, aggravato dalla cattiva gestione dei residui dei tagli, lasciati a terra. Una domanda resta aperta:
I boschi marsicani sono davvero gestiti per garantire futuro e sostenibilità, o restano ostaggi di logiche di breve periodo? I cittadini continuano a chiedere legna per riscaldarsi, i Comuni cercano entrate, gli abusivi approfittano delle falle nei controlli. Intanto il patrimonio forestale più importante del Centro Italia continua a perdere pezzi.
Tagli illeciti, sequestri di materiale legnoso non autorizzato, abbattimenti illegali in aree non consentite, denunce per tagli troppo estesi e piste di esbosco tracciate senza criteri con mezzi pesanti. Azioni che compromettono il suolo e accelerano l’erosione.
La Regione, dal canto suo, prova a rafforzare i controlli. Con un bando da 4 milioni di euro ha finanziato interventi per la tutela degli ecosistemi forestali, mentre con l’ordinanza AIB 2025 ha fissato lo stato di massima pericolosità incendi. Il fatto che quest’estate, il territorio sia stato costantemente esposto agli incendi dimostra tutta la distanza che c’è fra la normativa e la realtà dei fatti.
Le buone pratiche ci sono: check-list tecniche, bandi trasparenti, tracciabilità del legname, controlli in itinere. La realtà però, parla anche di affidamenti poco chiari, piani di assestamento mancanti, scarsi controlli a posteriori. In mezzo, restano i boschi che si assottigliano sempre di più.
E allora alcune domande sono inevitabili: chi vigila sul rispetto delle regole? Chi presidia la trasparenza delle concessioni? Qual è il ruolo dei Comuni? e quale quello dei Carabinieri forestali? Chi garantisce che le prescrizioni siano messe in pratica? Nel nostro piccolo proveremo a rispondere, entrando nel merito dei meccanismi dei bandi comunali, nei documenti delle Valutazioni di incidenza e nei verbali dei controlli forestali. La tutela dell’ambiente non può restare solo un buon proposito scritto su carta.
Quella che emerge è un’inchiesta ancora tutta da scrivere, con un filo rosso chiaro: fra le buone pratiche sancite dai protocolli e l’amara realtà di ciò che spesso accade sul campo, il divario è enorme. La Marsica, con i suoi boschi di confine, rischia di pagare il prezzo più alto.

