AVEZZANO – Un lunedì da leoni quello del 13 luglio, un lunedì in cui la politica del grande consenso politico, quella che si nutre di cene elettorali, strette di mano e promesse di fedeltà reciproca, si è scontrata con la cruda realtà delle carte bollate.
Nella conferenza stampa convocata da Confagricoltura, in una sala carica di soffocante tensione, si è consumata la fine di un patto d’acciaio che ha innescato un terremoto politico, tutto interno al centrodestra, destinato a scuotere i palazzi del potere regionale.
Ad arringare la stampa, Fabrizio Lobene, presidente di Confagricoltura l’Aquila, che agita faldoni di documenti ministeriali, delibere e circolari. Il convitato di pietra è Mario Quaglieri: assessore al Bilancio della Regione Abruzzo, medico chirurgo, più noto come “mister preferenze” con quasi 12.000 voti conquistati nel 2024 tra le fila di Fratelli d’Italia.
Oggetto dello scontro la legge che individua le aree idonee a consentire l’installazione di centrali fotovoltaiche e eoliche, ovvero miliardi di euro di investimenti per la transizione energetica.
Ma cosa c’è davvero dietro lo scontro ferocissimo sulle così dette “aree idonee” per i pannelli solari e le pale eoliche? Per capirlo dobbiamo liberare il campo dal fumo della propaganda e seguire la cronologia di una legge nata male, corretta peggio e ora finita nel mirino dei ministeri romani.
La vicenda si dipana lungo una filiera amministrativa che sembra un labirinto, ma che in realtà risponde a tappe chiarissime: il 21 giugno 2024 il Governo emana il decreto ministeriale che obbliga le Regioni a individuare entro sei mesi le aree in cui è possibile (e quelle in cui è vietato) installare impianti di energia rinnovabile.
L’obiettivo, sulla carta, è nobile: evitare che le multinazionali dell’energia colonizzino selvaggiamente le campagne.
Il 25 marzo 2025, appena nove mesi dopo, la Regione Abruzzo partorisce la legge regionale n° 8. L’assessore Quaglieri la rivendica con orgoglio: “Siamo i primi in Italia a dare certezze!”. Il 7 maggio del 2026 quella legge approvata con tanta solerzia, si rivela talmente fragile da dover essere riscritta da capo.
Nasce così la legge regionale n° 9 che sulla carta, stabilisce divieti durissimi per proteggere le aree agricole di pregio, a partire dal Fucino, l’orto d’Italia. Tuttavia, fra Giugno e Luglio di quest’anno, fra i dedali ministeriali dell’Ambiente (MASE), della Cultura (MIC) e dell’Agricoltura (MASAF) si consuma la bocciatura.
I tecnici romani rilevano vizi molto gravi. Secondo loro, la legge abruzzese invaderebbe le competenze dello Stato violando l’articolo 117 della Costituzione. Inoltre non prevederebbe l’applicazione del limite del 3% di consumo massimo del suolo agricolo (SAU) su base comunale, lasciando di fatto le campagne esposte a possibili speculazioni.
Per evitare che il Governo impugni formalmente la legge davanti alla Corte Costituzionale – un’umiliazione politica senza precedenti per una giunta dello stesso colore politico di Roma – il governatore abruzzese Marco Marsilio è costretto a firmare una lettera d’impegno. Promette formalmente di riscrivere i punti più caldi della legge prima che scada il termine per il ricorso.
Diciamo subito che questa non è una semplice disputa tra burocrati. Se la legge regionale venisse annullata o sospesa, si creerebbe un pericoloso vuoto normativo. Per le imprese agricole vorrebbe dire non sapere se i terreni confinanti, domani ospiteranno filari di carote o distese di pannelli fotovoltaici, eventualità quest’ultima che potrebbe compromettere le certificazioni di qualità dei loro prodotti.
Per le imprese dell’energia, invece, significa il blocco totale delle autorizzazioni: esposizione ai ricorsi, mesi di ritardi che paralizzano i cantieri, congelando posti di lavoro e investimenti sul territorio.
E poi ci sono gli interessi politici. Quaglieri e Lobene non sono due passanti qualsiasi. Lobene è un importante imprenditore agricolo, papà di Cesidio Lobene, sindaco di Trasacco, paese di cui lo stesso Quaglieri è stato sindaco.
Confagricoltura è l’associazione che ha spinto la trionfale campagna elettorale di Quaglieri nel 2024. Fatto sta che il patto d’acciaio inossidabile si è sciolto, dalla sera alla mattina, forse a causa della calura di questa estate rovente.
La rottura ha prodotto accuse incrociate che hanno superano abbondantemente il perimetro del confronto politico, il tutto davanti alle telecamere accese, durante la conferenza stampa, entrando così in un terreno molto scivoloso.
Quaglieri aveva già attaccato a mezzo stampa l’associazione, accusandola di ipocrisia: “È la stessa associazione che ha ottenuto nomine importanti da questo governo di centrodestra e che ora fa sceneggiate”.
La replica di Fabrizio Lobene è stata un vero e proprio missile terra-aria: “Quali sono le nomine importanti? Dica quali! La nostra rappresentatività viene dai soci. Ma probabilmente questa cosa delle nomine interessa più la sua persona, perché probabilmente ha goduto di qualche favore da parte di questa organizzazione. Dico qualche, e mi fermo qui”.
Una frase pesantissima. Che cosa intende il presidente di Confagricoltura quando parla di “favori” di cui avrebbe goduto l’assessore regionale? C’è stato un mercanteggiare di nomine pubbliche in cambio di appoggio elettorale o di leggi scritte “su misura”?
Si tratta di interrogativi rilanciati sui social dall’ex consigliere regionale Maurizio Di Nicola. “Vogliamo sapere di che scambio si tratta! E a spese di chi?” Queste le sue parole. Al momento, l’esistenza di uno scambio rimane un’ipotesi politica sollevata dalle opposizioni e dalle allusioni dei protagonisti, ma la gravità delle affermazioni pubbliche impone una trasparenza immediata.
Non è la prima volta che la Regione Abruzzo scivola sulla buccia di banana delle rinnovabili. Già nel 2023 la Corte Costituzionale con la sentenza n° 27 aveva bocciato la moratoria selvaggia decisa dalla giunta regionale. Eppure, la storia si ripete.
Invece di dialogare preventivamente con lo Stato per scrivere una norma solida e inattaccabile, si è preferito rincorrere lo slogan del “siamo stati i primi” per poi dover andare a Roma col cappello in mano a promettere correzioni per evitare la bocciatura giudiziaria.
Ora che la frittata è fatta, in Regione Abruzzo, la maggioranza cerca di derubricare lo scontro a una sbandata estiva provocata dal “caldo africano”, ma sicuramente i cittadini abruzzesi hanno il sacrosanto diritto di avere risposte chiare su tre questioni fondamentali:
1) Perché si è preferito rischiare il blocco totale delle autorizzazioni e delle tutele agricole con una legge palesemente difforme dalle linee guida statali, invece di recepire da subito in modo rigoroso le indicazioni ministeriali sulla tutela del suolo agricolo (SAU)?
2) Quali sono le “nomine” e i “favori” a cui fanno riferimento l’assessore al Bilancio Quaglieri e il presidente di Confagricoltura, Lobene, nelle loro reciproche accuse?
3) Chi pagherà il conto dell’instabilità normativa che ora rischia di allontanare gli investimenti puliti dall’Abruzzo, lasciando le nostre imprese e il nostro territorio in un limbo burocratico?
Un vecchio adagio dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Ma quando la famiglia è quella che gestisce il bilancio e la pianificazione agricola ed energetica di un’intera regione, quei panni vanno stesi al sole del dibattito pubblico. Ora, ai cittadini abruzzesi, non resta che aspettare di sapere di cosa si erano macchiati quei panni.
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