Inchiesta di Capistrello – Ufficiale dei c.c. Commandé, teste del Pm, assente in udienza

Angelo Venti
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E’ stata rinviata al 6 giugno 2024 l’udienza relativa a “Caput Castrorum”, l’inchiesta che all’alba del 20 novembre 2018 vide la spettacolare operazione di 50 carabinieri che decapitò l’amministrazione comunale di Capistrello. A causare il rinvio è stata l’assenza in aula di tre carabinieri, tutti ritualmente citati come testimoni dal Pubblico ministero dott. Luigi Sgambati.

Ricordiamo che l’inchiesta – che a causa delle vistose lacune e assenza di riscontri si sgonfiò molto rapidamente, con ben 12 archiviazioni disposte dal Gip – vedeva come imputato il sindaco Francesco Ciciotti, insieme al consigliere comunale Corrado Di Giacomo, la progettista Francesca Stati, l’imprenditore Concezio Fantozzi, il geometra Mattia Coviello e la giornalista Annalisa De Meis.

Ma torniamo all’ultima udienza di oggi e all’assenza dei testi citati dal Pm.

I testimoni assenti erano il Maggiore Edoardo Commandé, il Maresciallo maggiore Raffaele Di Stefano e il Marersciallo ordinario Marco Salone: testimoni di peso, in quanto si tratta dei militari che avevano svolto buona parte delle indagini relative proprio a questa inchiesta.

Di Stefano sarebbe risultato assente giustificato, mentre pare che Salone era “impegnato in altro servizio”. Ma a brillare oggi nell’aula 4 del Tribunale di Avezzano è stata l’assenza dell’allora capitano Edoardo Commandé, all’epoca anche comandante della compagnia di Tagliacozzo: roba che avrebbe potuto portare il giudice a disporre “l’accompagnamento coattivo del testimone con i carabinieri”, era la battuta che circolava in aula. Singolare anche il commento del Pm, che per la prossima udienza sarebbe intenzionato a citare solo il Di Stefano, in quanto Commandé sarebbe stato “non ritenuto indispensabile ai fini del processo avendo svolto semplicemente una azione di raccordo delle indagini”. Una valutazione singolare, stando almeno a questa nota scritta in calce ai documenti dell’inchiesta:

Fin qui la cronaca dell’udienza. Ma oggi al Tribunale di Avezzano è successa una cosa che – diciamo così – suona quantomeno singolare. Questa volta la notizia siamo noi: roba da intervento dell’Ordine dei giornalisti.

E’ successo che la guardia giurata che presidia l’ingresso del Palazzo di Giustizia, nei controlli di routine, mi ha bloccato al portone chiedendomi dove andavo: “devo assistere all’udienza di un processo”, ho risposto. Al che ha incalzato: “come giornalista o come pubblico? Come giornalista puoi entrare solo se autorizzato”. Ovviamente ho risposto che assistevo come giornalista poiché, tranne quelle disposte a porte chiuse, “L’udienza è pubblica a pena di nullità”, gli ho detto citando l’Art. 471, comma 1 del codice di procedura penale.

La guardia giurata ha ribadito che serve l’autorizzazione e che va compilato un modulo di richiesta che però, nonostante i vari uffici girati, non è riuscito a procurare. Gentile, mi ha comunque lasciato il suo numero di telefono, impegnandosi a procurare il Modulo per la richiesta, assicurandomi che comunque anche i miei colleghi entravano solo dopo aver “chiesto l’autorizzazione” che ha definito come “una semplice formalità”. Preciso che non ho avuto l’impressione che si trattasse di una sua iniziativa personale, ma che stesse semplicemente agendo in applicazione di direttive ricevute: se così fosse, la cosa si fa seria.

L’udienza intanto stava per iniziare e a quel punto, non potendo il giornalista Angelo Venti (c.f. vnt61b05e723f) entrare senza la fatidica autorizzazione, al suo posto il vigilantes ha lasciato entrare, semplicemente come pubblico, il cittadino Venti Angelo (c.f. vnt61b05e723f). Cittadino che, per maggior scrupolo, ha riposto il suo tesserino da giornalista in auto ed ha varcato il portone del tribunale sottobraccio a uno degli imputati, il sindaco Francesco Ciciotti, che sulle scale aveva problemi di deambulazione.

A questo punto è evidente che questo articolo di cronaca giudiziaria è stato scritto da un giornalista che non era presente all’udienza. Effettivamente quelle sopra riportate sono notizie riferite da qualcuno tra il pubblico presente nell’Aula 4, che rimane ignoto. Come giornalista, infatti, il codice deontologico mi obbliga a proteggere la fonte delle notizie e mi vieta di rivelarne l’identità.

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