Non luogo a procedere per intervenuta prescrizione. La sentenza della Corte d’Appello dell’Aquila stende così un velo pietoso sulla tanto clamorosa quanto discutibilissima inchiesta “Mani pulite nella Marsica”, realizzata dai carabinieri della compagnia di Tagliacozzo guidati dall’allora capitano Edoardo Commandé e coordinata dal pm Roberto Savelli e dal procuratore Andrea Padalino Morichini.
Era l’alba del 31 marzo 2016, quando una spettacolare operazione con decine di carabinieri sconvolse Tagliacozzo: 4 arrestati e 12 indagati tra amministratori, dipendenti, imprenditori e professionisti, con la custodia in carcere per l’allora sindaco Maurizio Di Marco Testa e la conseguente caduta dell’amministrazione comunale.
La dirompente inchiesta aveva preso le mosse da un esposto presentato da Alfonso Gargano, assessore da poco defenestrato dalla giunta, indicato subito come “Superteste della Procura”, tantoché un quotidiano regionale addirittura pubblicò, nella sua edizione online, la sua foto con nella didascalia questa frase pronunciata dagli inquirenti nella conferenza stampa successiva agli arresti: “Alfonso Gargano, poliziotto, ex assessore ai lavori pubblici e, soprattutto, uomo onesto, che con un esposto ha dato via all’inchiesta che ha portato all’arresto di Di Marco Testa”. Si trattò insomma di un’inchiesta dal forte impatto mediatico, che vide quasi tutta la stampa non solo locale svolgere un ruolo determinante, anche se con un non sempre cristallino rapporto tra giornalisti e inquirenti.
Nel corso di questi anni l’impianto accusatorio – che almeno a chi aveva avuto la premura di leggersi le carte della Procura era apparso da subito come alquanto traballante – si è squagliato come neve al sole: una dopo l’altra sono cadute le varie ipotesi di reato, con i conseguenti proscioglimenti e assoluzioni a catena.
L’ultima accusa rimasta in sospeso per questi rimanenti 3 imputati – ovviamente anch’essa abbastanza fumosa – era una presunta “turbativa d’asta” inerente una procedura negoziata, risalente all’agosto 2015, per la realizzazione della nuova scalinata antistante la Chiesa di San Francesco, nella frazione di Villa San Sebastiano: l’importo dei lavori era di poco più di 30mila euro.
La fine di un incubo durato 9 anni
Martedì scorso, nei confronti dei tre, è caduta anche quest’ultima accusa. La sezione penale della Corte d’appello dell’Aquila, riunita in camera di consiglio, ha sentenziato il “non luogo a procedere” nei confronti di Maurizio Di Marco Testa, Angelo Di Marco e Giancarlo Bonifaci.
La sentenza – emessa dal presidente Aldo Manfredi e dai consiglieri Armando De Aloysio e Alfonso Grimaldi al termine della Camera di consiglio tenutasi lo scorso martedì 11 febbraio – è stata così motivata dai giudici: “si dichiara non doversi procedere nei confronti dei medesimi in ordine al reato loro ascritto perché estinto per prescrizione”. I giudici hanno inoltre revocato “le pene accessorie dell’interdizione dai pubblici uffici per la durata di anni cinque, applicata nei confronti dell’imputato Di Marco Testa Maurizio, e dell’incapacità a contrattare con la Pubblica Amministrazione applicata nei confronti degli imputati Di Marco Testa Maurizio, Di Marco Angelo e Bonifaci Giancarlo”.
Il ricorso in Corte d’appello era stato presentato dai legali dei tre imputati – rispettivamente l’avv. Roberto Verdecchia per Maurizio Di Marco Testa, l’avv. Giovanna Simeoni per Angelo Di Marco e l’avv. Irma Conti per Giancarlo Bonifaci – per chiedere la riforma della precedente sentenza di condanna per “turbativa d’asta”, emessa nei confronti dei loro assistiti dal Tribunale di Avezzano nel dicembre 2022.
In tale ricorso d’appello i legali chiedevano, con motivazioni inoppugnabili, la “Assoluzione perché il fatto non sussiste” oppure la “Assoluzione perché il fatto non costituisce reato”. Solo in subordine, come prudentemente fa qualsiasi avvocato che sa quali pieghe possono prendere le cause in un’aula di giustizia, veniva chiesta la “Rideterminazione della pena” oppure, visto il tempo passato, la“Intervenuta prescrizione”.
Senso di liberazione ma dal gusto amaro
La sentenza della Corte d’Appello pone senz’altro fine al calvario giudiziario vissuto per quasi 9 anni da Maurizio Di Marco Testa, Angelo Di Marco e Giancarlo Bonifaci, che si sono dichiarati sempre innocenti dalle accuse.
Ma è inevitabile che negli imputati – e anche in chi come noi ha seguito tutto l’iter di questa pessima inchiesta giudiziaria – resta però anche una punta di giustificata delusione. Perché se è vero che a causa della lentezza della giustizia la “estinzione del reato per intervenuta prescrizione” mette la parola fine ai patimenti di un processo interminabile, è anche vero che ciò impedisce agli imputati ingiustamente accusati di vedere ufficialmente sancita la piena innocenza e, diciamolo pure, in casi di questo genere questa è anche una soluzione che consente di stendere un velo pietoso sulle responsabilità di inquirenti e magistrati e di salvare loro la faccia.
Sotto questo punto di vista, è indicativa anche questa dichiarazione rilasciataci dall’avv. Roberto Verdecchia, difensore di Maurizio Di Marco Testa:
“Questa volta il tempo è stato inesorabile per tutti. Nonostante il mio assistito sia stato prima prosciolto per alcuni reati (sentenza del Gup di Avezzano del 11.12.2018 dr. A. C. Mastelli ) e poi assolto con formula piena per altri reati residui con la sentenza del Tribunale collegiale del 20.12.22, il tempo non gli ha dato modo di vedersi assolto anche per l’ulteriore unico reato residuo oggetto di immotivata condanna in primo grado, fatto per cui lo stesso si è sempre dichiarato estraneo unitamente a tutte le altre persone coinvolte.
Un solo pensiero e speranza rimane all’ex imputato Maurizio Di Marco Testa – un uomo delle e per le istituzioni, fedele servitore dello Stato (per come recitano le due eccellenti note caratteriale del Corpo di appartenenza) e uomo a servizio della comunità – ovvero che i processi siano celebrati non nelle Piazze o nei Bar (ove qualche investigatore ha asserito di apprendere notizie da persone degne di attendibilità, dappoi rivelatesi inesistenti), ma nei Tribunali, e che gli stessi siano celebrati nei tempi e modi giusti davanti a Giudici imparziali”.
1 Aprile 2016: “Dalla Casa Circondariale di Avezzano, con deferenti saluti“
Il SIndaco Maurizio Di Marco Testa fu arrestato all’alba del 31 marzo 2016. Il 1 aprile, mentre era recluso nel carcere di Avezzano, Di Marco Testa scrisse una lettera indirizzata al Prefetto dell’Aquila e al Presidente del consiglio comunale di Tagliacozzo, dimettendosi dalla carica di sindaco.
la “Operazione Mani pulite nella Marsica” provocò così lo scioglimento del consiglio comunale di Tagliacozzo, con il conseguente commissariamento del Comune e le elezioni anticipate.
Questa che di seguito pubblichiamo integralmente è la lettera co cui, a poco più di 24 ore dal suo arresto, il sindaco motiva le sue dimissioni.
Noi di “Il Martello del Fucino” e di SITe.it – “che non abbiamo nulla da spartire con il finanziere Maurizio Di Marco Testa” – consigliamo a tutti di rileggerla: magari aiuta a capire come quest’uomo può aver vissuto questi 9 anni di calvario e anche con quale spirito e quali emozioni contrastanti può aver preso la recente sentenza della Corte d’appello:

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