La favola dell’Angizia Luco: Quando la Dea dei Marsi divenne leggenda nel calcio professionistico

Alfio Di Battista
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Luco dei Marsi – ​Nell’estate del 1982, mentre l’Italia intera festeggiava i gol di Paolo Rossi e la Coppa del Mondo di Bearzot, tra i vicoli e le piazze della Marsica prendeva vita un sogno altrettanto grande, plasmato nel fango, nel sudore e nell’orgoglio di un intero paese.

Era ​l’Angizia Luco, una squadra che aveva preso il nome di una Dea e che in quegli anni, fu capace di scrivere una fantastica storia di successi sportivi grazie a un fortissimo gruppo di giovani gladiatori. Un collettivo micidiale, capace di arrivare a conquistare i palcoscenici più scintillanti della Serie D e della C2 di quell’epoca, fra l’82 e l’86.

A distanza di 40 anni, il tempo fa ancora i conti con quella leggendaria squadra. Ieri, nella splendida cornice della tenuta di Luciano Del Pinto, a Scoppito, le lancette del tempo sono tornate esattamente a quelle irripetibili stagioni.

Attorno a un tavolo imbandito come ai tempi d’oro, si sono ritrovati i protagonisti di quel miracolo calcistico. A Luciano si sono uniti i fratelli Luigi e Duilio D’Alessandro, Marino Murzilli, Omar Scatena, Antonio Cirella, Tullio Biscetti, Massimo Papini, Rocco Bove, Antonio Guercioni, Carlo Cinquegrana, Piero Di Paolo e l’indimenticato custode Emilio Buzzichitto.

Guardandosi negli occhi, fra ricordi, sorrisi, e l’immancabile spirito dello spogliatoio, è bastato pronunciare un nome per riaccendere il fuoco: Angizia, la gloriosa squadra che incendiò di entusiamo i campi della Serie D e guadagnò le prestigiose vetrine della C2.

Rievocare le avvincenti stagioni dal 1982 al 1986 è stato come sfogliare le pagine di un romanzo epico, quello di una Marsica sportiva sana e appassionata, che tutte le domeniche accorreva allo stadio per vedere Davide che sfidava Golia.

E come nel racconto biblico, Davide abbatteva i Golia del momento, al termine di mitologiche sfide che mettevano a dura prova la tenuta atletica e la resistenza di compagini calcistiche molto più blasonate dell’Angizia.

Non c’era partita da cui tutta la squadra non uscisse a testa alta, potendo sempre contare sul sostegno costante e continuo di un tifo incredibile e senza uguali, un vero e proprio dodicesimo uomo in campo.

​Ogni domenica era una battaglia sportiva. Che fossero i campi polverosi o i tappeti green fra l’Abruzzo e il Centro-Sud Italia, l’Angizia esprimeva un gioco che faceva innamorare di quel calcio fatto di grinta, di tecnica e di grande cuore.

I contrasti duri, le parate prodigiose, le sgroppate sulla fascia e le stoccate vincenti di una rosa entrata di diritto nella storia locale, risuonano ancora oggi come un bollettino di guerra e di gloria.

Era l’epoca in cui la Serie C2 rappresentava un obiettivo quasi inarrivabile per un piccolo paese della Marsica. E invece la Dea Angizia conquistò quel traguardo metro dopo metro, grazie a una società ambiziosa, a uno spogliatoio cementato da una fratellanza granitica e a un territorio che viveva per novanta minuti in simbiosi con i suoi undici leoni in campo.

​Ieri a Scoppito, quei ragazzi degli anni ’80, con qualche anno in più, ma con lo stesso fuoco negli occhi, hanno dimostrato che il calcio vero è quello che sa farsi memoria e sa raccontarsi con quella leggerezza che riesce sempre strappare una fragorosa risata.

Le gesta di Luigi e Duilio D’Alessandro, le giocate di Marino Murzilli, la classe di Omar Scatena, la roccia Del Pinto e la dedizione totale di Emilio Buzzichitto — custode del campo e di chissà quanti segreti di spogliatoio mai rivelati — non appartengono solo agli archivi della cronaca sportiva.

Quel tempo ​appartiene non solo ai giovani sfrontati di quegli anni che, ogni domenica, sfidavano il fato sportivo, entrando pian piano nell’anima, nel cuore e nei ricordi più belli di ogni tifoso, ma anche alla città di Luco dei Marsi, e a tutta la Marsica che ama lo sport.

Ieri, quei giovani spavaldi, che hanno avuto il privilegio di vivere un’epopea, sono tornati indietro nel tempo, in quei campi di provincia che li hanno visti esultare per una vittoria, soffrire per una sconfitta e abbracciarsi per un goal.

Ieri il tempo si è fermato a ricordare la bellezza che ha attraversato le vite di quei ragazzi, ma quel gruppo, che si guadagnò un posto fra i professionisti, resta, prima di tutto, una grande testimonianza di amicizia scolpita nella pietra di una passione che non morirà mai.

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