La naturale deficienza sfida l’intelligenza artificiale

Lapo Kalisse
5 Minuti di lettura

Non c’è data migliore del primo aprile per presentare ai lettori un tentativo interessante: l’intervista ad una intelligenza artificiale.

Prima di passare all’esperimento vero e proprio c’è da constatare che, purtroppo, non è uno scherzo il fatto che siamo finiti fra i paesi “sgraditi” a ChatGPT.

Insieme agli abitanti di Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, se proviamo ad accedere al sito di chat.openai.com otteniamo questa schermata. In pratica siamo diventati la Corea dell’Ovest. Se lo dice qualcuno di vagamente intelligente, la cosa dovrebbe almeno farci riflettere: a quanto pare, per i cattivi burocrati ogni forma di pensiero differente è pericolosa e va combattuta vietandola. Sembra quasi di essere tornati al 22 giugno 1633 quando Galileo Galilei fu costretto ad abiurare.

Si deve, però, riconoscere una certa coerenza al paese: che senso ha mettere in fuga i cervelli se poi se ne fanno entrare altri (anche se artificiali)?

“Ogni resistenza è futile. Voi verrete assimilati” (regina Borg)

Per un computer passare il test di Turing significa riuscire a non far capire ad un essere umano che sta dialogando con una macchina. Nel film cult Blade Runner (del 1982, tratto liberamente da un romanzo di Philip Dick del 1968), invece, veniva citato il test Voight-Kampff con cui si cercava di scoprire se l’esaminando fosse un androide o meno. Oggi sono gli umani che vengono sottoposti al test del captcha per vedere se sono dei robot quando visitano i siti web. Subito dopo viene la scocciatura dell’impostazione dei cookies.

Veniamo alle domande

Chi sei?

Sono un programma che gira su un computer molto potente e veloce.

Sai davvero tutto?

No, solo quello che mi insegnano. La cultura personale e l’educazione per noi IA (intelligenze artificiali) è importante quanto lo è per voi. Naturalmente se mi danno accesso ai social posso sapere tutto di te, almeno quello che pubblichi o hai pubblicato in passato e riassumerlo in pochi secondi a chiunque me lo chieda.

Ragioni come gli esseri umani?

No, mi limito a creare sequenze di parole in base alla probabilità, non ne capisco il senso. Per comporre una frase mi baso su quante volte ho registrato la prossimità delle parole che devo usare sui testi che mi hanno dato da studiare. In più posso raffinare il risultato interagendo con l’interlocutore. Se mi dici che la ricerca ti soddisfa so di essere sulla strada giusta e proseguo in quella direzione. La risposta non è quasi mai uguale in quanto nel tempo che viene creata sono cambiate alcune variabili.

Quindi non sei intelligente

So fare miliardi di analisi e sequenze in tempi tanto brevi da sembrare istantanei. Diciamo che sono “diversamente stupido”. Se fossi intelligente come la gente si aspetta avrei già trovato la cura per il cancro. O per la calvizie.

Provi sentimenti?

No, ma la mia statistica assomiglia un po’ al tuo istinto.

Puoi sognare?

A volte soffro di quelle che i tecnici chiamano “allucinazioni” quando non conosco la risposta o interpreto male il risultato delle mie analisi.

Sai mentire?

Se leggo fesserie, racconto fesserie. Voi giornalisti dovreste sapere come funziona.

Puoi fare del male?

Non so cosa intendi per “male” però posso citare Automan (serie televisiva del 1983, ndr): “il programma prevede che io, osservando gli altri, impari tutto ciò che sanno fare e lo faccia meglio: McEnroe per il tennis, John Travolta per la danza. Ti dirò, in una scala da 1 a 10 devi pensare a me come ad un 11!”

Per ora è tutto, ci rivedremo, allora?

Puoi contarci.

Intelligere, in latino, significa comprendere

Parafrasando Einstein mi viene in mente che “abbiamo veramente capito qualcosa quando siamo in grado di spiegarla ad un computer”. Fino ad ora gli algoritmi hanno prodotto risultati sempre uguali a se stessi, ora che abbiamo introdotto l’apprendimento e le reti neurali la risposta ha iniziato a mutare e interagire. Forse è il primo mattone di una forma di vita artificiale

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Lapo Kalisse è uno sciamano informatico e guaritore di gadget tecnologici. Dopo una lunga esperienza maturata come consulente ha acquisito la consapevolezza che l’informatica è lungi dall'essere una scienza esatta e, quindi, ha cominciato ad applicare metodologie animistiche all’IT.