La Regione Abruzzo vara la riforma del ciclo idrico integrato con un occhio attento alle poltrone e un pensiero vago sulle sorgenti

Mentre in Regione, la maggioranza festeggia una riforma fatta di algoritmi e nuove governance, i piccoli paesi dell’entroterra – che dissetano l’intera regione – continuano a perdere il 63% dell’acqua nei tubi colabrodo. L'occasione storica del PNRR è già un treno perso

Alfio Di Battista
6 Minuti di lettura
Sorgenti del Liri

Avezzano – C’è un paradosso doloroso che scorre tra le montagne d’Abruzzo. Un paradosso che non si cura delle leggi approvate a colpi di maggioranza nei palazzi dell’Aquila, né dei comunicati trionfali che parlano di “riforme epocali”. È il paradosso di un territorio costretto a razionare l’acqua pur stando seduto sul più grande giacimento d’oro blu del Centro Italia.

A fine mese, il Consiglio regionale ha varato la riorganizzazione del Servizio Idrico Integrato. Sulla carta, la promessa è solenne: l’acqua resta pubblica, i sei gestori storici (Aca, Ruzzo, Cam, Saca, Sasi, Gsa) verranno tagliati per diventare uno o due entro il 2032, e le tariffe rimarranno stabili; dicono.

Ma se si solleva il velo della propaganda istituzionale, la realtà che si profila è un’altra: la politica ha scelto di concentrarsi sulla redistribuzione del potere e delle poltrone, rimandando a domani la vera, drammatica urgenza. La modernizzazione di una rete idrica che grida vendetta.

La verità è un numero che dovrebbe far tremare le vene ai polsi a qualunque amministratore: Il 63% è il tasso medio di dispersione idrica della regione Abruzzo. Praticamente, dei cento litri d’acqua purissima che escono dalle nostre montagne, 63 si disperdono nel sottosuolo per via di condotte vecchie di cinquant’anni. Solo 37 litri, dei 100 usciti dalle sorgenti, arrivano al rubinetto di casa.

Mentre la politica discuteva all’Aquila su “chi deve decidere cosa”, l’Abruzzo si è lasciato sfuggire l’unico vero treno capace di sanare questa ferita: i fondi del PNRR. Quei miliardi d’euro che l’Europa aveva stanziato con una priorità chiara – digitalizzare le reti, sostituire le condotte fatiscenti, applicare lo smart metering.

Fondi che in Abruzzo sono rimasti impigliati nelle secche di una burocrazia lenta e di una frammentazione gestionale che la nuova legge promette di superare solo nel 2032. Sei anni da oggi. Un’eternità per una terra in emergenza perenne. Abbiamo finanziato fiumi di carta e progetti parziali, ma non abbiamo ricostruito le arterie del nostro sistema vitale.

Ma il cuore pulsante di questa inchiesta sull’acqua batte più in alto, dove l’aria è più rarefatta e l’inverno dura di più. È nei piccoli comuni della Marsica, della Valle del Giovenco, della Valle Roveto, del profondo Abruzzo aquilano e teramano. Paesi che combattono ogni giorno contro un mostro silenzioso: lo spopolamento.

Qui, dove le scuole chiudono e le serrande si abbassano, si compie l’ingiustizia più grande. Questi territori marginalizzati, considerati dalla riforma “costosi” da gestire a causa della bassa densità abitativa, sono gli stessi che dissetano l’intera regione. Sono le loro montagne, le loro vette innevate, le loro pance di roccia a custodire le sorgenti che alimentano il turismo della costa, le industrie della Val Pescara e l’agricoltura del Fucino.

La montagna abruzzese produce l’oro blu, ma riceve in cambio le briciole. Quando la riforma ipotizza un accorpamento che unisce la costa all’interno, il rischio non è teorico, è matematico: gli investimenti seguiranno i numeri dei consumatori (e dei voti), concentrandosi sulle grandi aree urbane costiere.

E il piccolo paese arroccato? Diventerà solo un costo di manutenzione da tagliare su un foglio Excel?

Come ha denunciato in aula l’opposizione, la gestione di un bene primario e vitale come l’acqua non può essere affidata a un freddo algoritmo centralizzato. Se si toglie ai sindaci il potere vincolante sulle decisioni tariffarie e sugli investimenti locali, trasformando l’Assemblea dei Comuni in un organo consultivo e svuotato, si recide l’ultimo legame democratico tra i cittadini e la propria terra.

L’acqua non è una merce, e la sua tutela non si decide a maggioranza in una stanza blindata. Un modello ottimale e sostenibile esiste, ma richiede il coraggio che è mancato all’Emiciclo. Se la montagna dà l’acqua alla costa, la costa deve sostenere la montagna.

È il principio del Fondo di Solidarietà Idrica: una quota della tariffa pagata dalle grandi utenze costiere e industriali deve essere vincolata per legge e per intero al rifacimento delle reti dei piccoli comuni dell’entroterra. Non è beneficenza, è giustizia geografica.

I tecnici dell’ERSI hanno ora trenta giorni per presentare lo studio di fattibilità che deciderà la mappa dei nuovi gestori. Da giornalisti, monitoreremo ogni riga di quel documento. Perché se la transizione verso il gestore unico si tradurrà nell’abbandono delle manutenzioni nei territori disagiati, assisteremo al colpo di grazia per l’entroterra abruzzese.

La politica ha approvato la sua legge e ha incassato gli applausi dei propri schieramenti. Ma la prossima estate, quando i rubinetti di molti paesi torneranno a seccarsi e le autobotti ricominceranno a viaggiare, i cittadini si ricorderanno che l’acqua non si beve leggendo un testo legislativo.

L’acqua scorre se ci sono i tubi per portarla. E quei tubi, oggi, continuano a perdere.

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