ROMA – È il martedì della verità, o forse quello della resa dei conti con la democrazia. Mentre i calendari segnano il 31 marzo 2026, a poco più di anno dalla fine naturale della legislatura, il Governo Meloni tenta l’azzardo più pericoloso: cambiare le regole del gioco mentre i giocatori sono già in campo per l’ultimo tempo.
Inizia oggi in Prima Commissione alla Camera l’iter per la nuova legge elettorale, una mossa che profuma di arroccamento. Dopo la recente e sonora batosta referendaria, che ha segnato un solco profondo tra il Paese reale e Palazzo Chigi, la scelta della Premier appare ai più come una “fuga in avanti” dettata dal timore, quasi tangibile, di una sconfitta imminente alle urne.
Il cuore della riforma è il superamento del sistema misto e l’abolizione dei collegi uninominali (salvo le eccezioni storiche di Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige). Al loro posto, un proporzionale corazzato da un premio di maggioranza e, soprattutto, dalle liste bloccate.
Si tratta di un ulteriore passo verso la “democrazia d’investitura” che già oggi, svuota di senso il rapporto tra eletto ed elettore. Con la scomparsa della scelta diretta del proprio rappresentante il Parlamento, il cittadino è costretto a votare un simbolo, ma i nomi sono decisi dalle segreterie di partito.
Meloni punta a rafforzare il potere delle segreterie introducendo un premio di maggioranza riservato a chi ottiene almeno il 40% dei consensi. Il combinato disposto fra la riforma meloniana e l’attuale meccanismo che vede deputati e senatori rispondere solo al “capo” che li ha messi in lista, ignorando le istanze locali, chiude il cerchio di un potenziale modello Orban per l’Italia
È amaro notare come la stessa Giorgia Meloni, nel 2014, definisse le liste bloccate una “ignominia”. Oggi, quella stessa ignominia sembra essere diventata l’unica scialuppa di salvataggio per blindare un Parlamento di fedelissimi.
Proprio da Roma però, parte l’opposizione forte a questo tentativo di strappo democratico. “Progetto Civico Italia” e Alessandro Onorato alzano le barricate. Onorato, assessore al Turismo e ai Grandi Eventi di Roma, attraverso il movimento Progetto Civico Italia, ha lanciato un durissimo atto d’accusa.
“Nessuno di noi sceglierà più il proprio rappresentante. In un’epoca in cui l’affluenza è ai minimi storici, questa legge svuota ulteriormente la democrazia rappresentativa.”
Il comunicato di Progetto Civico parla chiaro: la sovranità, difesa dagli articoli 1, 56 e 58 della Costituzione, viene messa sotto attacco. Onorato chiede un ritorno alla partecipazione vera: le preferenze. Restituire il potere di scelta ai cittadini è l’unico modo per evitare che il voto diventi un mero atto simbolico, una delega in bianco per cinque anni di silenzio.
Perché la Meloni rischia così tanto a poco più di dodici mesi dal voto? La risposta sta nella batosta referendaria, nei sondaggi e nel clima sociale sempre più teso. Una maggioranza che sente scivolare il consenso tende a costruire recinti legislativi per minimizzare i danni. Ma la storia politica italiana insegna che cambiare la legge elettorale “in extremis” si rivela quasi sempre un boomerang.
Oggi alle 9:00 Progetto Civico ha annunciato ufficialmente la propria mobilitazione, il Paese resta a guardare un governo che, invece di ricucire lo strappo con l’elettorato dopo il flop referendario, preferisce blindare le porte del Parlamento. La domanda resta: si può governare un Paese se si ha paura del voto dei suoi cittadini?
firma la petizione online per reintrodurre le preferenze https://c.org/Tg72cggL9H

