Capistrello – Ci sono storie che, meglio di un saggio sociologico, fotografano impietosamente il declino di un paese e l’infiltrazione metastatica del populismo in ogni ganglio della nostra società. Prendete la galleria del Salviano sulla Superstrada del Liri, la SS 690 che unisce Avezzano a Sora.
Un chilometro e poco più di tubo scavato nella roccia, un’arteria vitale per la mobilità, l’economia e la sopravvivenza stessa delle aree interne della Marsica e della Valle Roveto. Un’infrastruttura che grida vendetta, fuori dagli standard europei di sicurezza antincendio e tecnologici, lasciata per decenni in un limbo di incuria e che ora, finalmente, grazie a quasi sette milioni di euro di investimenti, deve essere messa a norma per non perdere i fondi e, soprattutto, per evitare l’ennesima tragedia.
Ebbene, di fronte all’ineluttabilità di un cantiere necessario come il pane, cosa s’inventa la politica dei campanili? Quale soluzione scaturisce dal cortocircuito tecnico-amministrativo fra Enti locali e ANAS? Semplice: la richiesta degli amministratori locali che i lavori si facciano esclusivamente di notte in modo da lasciare la strada completamente libera durante il giorno.
Praticamente l’uovo di Colombo, se non fosse per un piccolo fondamentale dettaglio: le leggi della fisica e della logistica non hanno diritto di voto alle comunali. Ogni tecnico, ogni ingegnere che abbia mai visto un cantiere stradale sa benissimo che pretendere di lavorare solo di notte in una galleria come quella del Salviano, significa consegnarsi a un’illusione ottica.
Su un turno teorico di otto ore notturne, tra segnaletica ridondante, sbarramento della carreggiata, ingresso dei macchinari pesanti, messa in sicurezza del personale e soprattutto, obbligo tassativo di sgomberare e ripulire tutto ogni singola mattina prima dell’alba per riaprire al traffico, restano a malapena tre o quattro ore effettive di lavoro.
Secondo le nostre fonti tecniche, interpellate sull’argomento, ciò significa aumentare di cinque volte i tempi di esecuzione, far impennare i costi, mandare in frantumi il quadro economico e condannare l’opera a un’interminabile agonia.
In altre parole, vuol dire rischiare il de-finanziamento europeo e bloccare tutto. Eppure, sindaci e gran parte degli automobilisti continuano a chiedere il miracolo. Vogliono la botte piena e la moglie ubriaca, convinti che la realtà debba inchinarsi ai comunicati stampa.
A un certo punto uno si chiede: ma perché lo fanno? La risposta è triste, e svela il volto più decadente del populismo contemporaneo, quello che ormai pervade buona parte della società italiana, dai piani alti delle istituzioni passando per i palazzi municipali fino all’ultimo bar di paese.
L’amministratore locale vive a stretto e costante contatto con la sua comunità. Nelle aree interne, dove lo spopolamento e l’invecchiamento demografico rendono ogni singolo cittadino un “elettore pesante”, il sindaco teme il conflitto sociale.
La richiesta del lavoro notturno non nasce per risolvere un problema ingegneristico, ma per spostare il bersaglio politico. Attaccare l’Anas o l’impresa pone idealmente un sindaco dalla parte del cittadino. Un primo cittadino può dire: “Io ho difeso il territorio, sono gli altri che non vogliono farlo”. È una tattica di sopravvivenza politica: si baratta la cantierabilità reale dell’opera col facile consenso di facciata di oggi, scaricando sul futuro i costi del fallimento.
La richiesta del cantiere notturno quindi, non deriva da un’analisi dei costi-benefici o da competenze tecniche. Dipende presumibilmente da un misto di pressione dell’opinione pubblica locale e timore di perderne il gradimento.
Un sindaco delle aree interne, che fa i conti con lo spopolamento, che è perso nell’assenza di una visione strategica territoriale, ed è sotto l’assedio social dei leoni da tastiera, non riesce più a governare i processi complessi e quindi si ritrova suo malgrado a recitare una parte in commedia.
Urlare contro Anas, gridare al sopruso, pretendere che i disagi del progresso svaniscano per incanto è il modo più semplice per scaricare le colpe sugli “altri” e lisciare il pelo all’opinione pubblica. Fare ciò vuol dire barattare la sicurezza collettiva e il futuro infrastrutturale del territorio per un titolo di giornale e qualche pacca virtuale sulle spalle.
Questo farebbe pensare che ci sia una notevole difficoltà a distinguere tra ruolo politico (indirizzo e controllo) e competenza tecnica (esecuzione). Un amministratore dovrebbe lottare perché le opere si facciano, dovrebbe cercare finanziamenti e battersi per mitigare i disagi, ottenendo ristori per le attività.
Nelle aree interne, dove la politica sta mancando buona parte della sua missione storica, non si riesce a percepire una visione strategica di sviluppo territoriale a lungo termine. I sindaci riempiono il vuoto di contenuti occupandosi di micro-management. Vorrebbero decidere i turni di notte o i metri cubi di scavo, scambiano il ruolo istituzionale per quello di capocantiere.
Si sa che in Italia vivono oltre 60 milioni di commissari tecnici della nazionale di calcio ma confondere il ruolo di sindaco o di automobilista con quello di capocantiere, pretendendo di dettare tempi e modi sull’organizzazione dei turni ad aziende che di mestiere costruiscono gallerie è alquanto surreale da parte di chi distingue a malapena una fresa da un guard-rail.
Alla fine però, la realtà presenta sempre il conto. Ieri se ne è avuto un assaggio piuttosto indigesto. I fatti mordono il freno spinti dall’urgenza delle norme UE che costringono ANAS a muoversi sui binari stretti e obbligati. Tuttavia il danno culturale e politico resta tutto lì, scolpito nella pietra del Salviano.
Finché la politica continuerà a preferire la facile demagogia alla fatica dell’approfondimento, le aree interne continueranno a recitare il ruolo di periferie morenti, strozzate non solo dalla mancanza di strade moderne, ma soprattutto dalla miopia di chi le amministra urlando al lupo. E mentre la montagna continua a spopolarsi sotto i colpi dell’ignavia, i più guardano il dito che indica la luna che nessuno vede.

