L’astensionismo condanna il Paese all’immobilismo: un voto mancato è un voto che spegne il futuro

Chi rivendica il diritto di rinunciare al voto è l'altra faccia della stessa medaglia che reca l'immagine della cattiva politica. L’elettore che si astiene, perché tanto sono tutti uguali, come il politico che si giustifica, perché la colpa è di chi c’era prima, fuggono entrambi dalle proprie responsabilità. La politica parla ma l'elettore gli volge le spalle

Alfio Di Battista
11 Minuti di lettura

C’è un dato che più di ogni altro fotografa la crisi profonda della democrazia italiana: l’astensionismo, diventato ormai maggioranza silenziosa. Una scelta, raccontata come protesta, che sta deformando il sistema politico più di quanto qualsiasi partito sia oggi in grado di fare. Ma per capirne la portata bisogna osservare da vicino le crepe che attraversano il rapporto tra cittadini e istituzioni.

La prima ragione dell’astensione è la sfiducia che affonda le radici in anni di promesse disattese, slogan riciclati e leadership percepite come deboli o autoreferenziali. I partiti, sempre più personali, liquidi e indistinguibili, sembrano aver perso la capacità di rappresentare interessi reali e di proporre un progetto coerente di società.

È come se la politica italiana si fosse consegnata a un eterno presente, priva della forza di immaginare il domani: riforme annunciate e mai compiute, dibattiti sterili, costruzione del consenso a colpi di social e slogan più che basati sui contenuti.

In questo vuoto di credibilità, il cittadino-elettore non trova più un approdo. Non vede leader autorevoli, non riconosce piattaforme ideali solide, non intravede una direzione da seguire. Il risultato è la fuga silenziosa dalle urne perché ormai il voto sembra inutile.

Molti italiani non votano più, non per disinteresse, ma per stanchezza. La sensazione è che nulla possa più cambiare, a prescindere dal colore politico al governo. Questa disillusione ha un effetto corrosivo: erode lentamente la fiducia non solo nella politica, ma nel concetto stesso di partecipazione alla vita democratica. Se il voto non produce risultati tangibili, perché andare a votare?

C’è poi un fattore decisivo: da un lato l’assenza di un immaginario collettivo, dall’altro un’offerta politica debole. Nel passato la politica è stata anche racconto, visione, evocazione di un futuro. Oggi non lo è più. Le proposte sono tecniche, spesso frammentate, sempre più difensive. Nessuna forza politica sembra capace di offrire una narrazione che faccia entusiasmare, che convinca, che suggerisca un destino comune più alto e condiviso.

È come se ci trovassimo davanti a un catalogo stanco, dove ogni offerta politica sembra insufficiente, inadeguata o semplicemente irrilevante rispetto alle sfide di un Paese che invecchia, si impoverisce e perde fiducia nel proprio potenziale. Ma sarebbe troppo comodo fermarsi qui, attribuendo l’intera colpa alla politica.

La responsabilità è anche quella degli elettori. Una democrazia vive di reciprocità: C’è chi governa, ma c’è anche chi sceglie. Non votare è comprensibile, ma non è neutrale. L’astensione non è un gesto innocuo: condanna il Paese all’immobilismo, lascia che siano le minoranze organizzate a decidere per tutti. Il non voto indebolisce la legittimazione delle istituzioni e può aprire spazi a derive imprevedibili.

È il paradosso contemporaneo: ci lamentiamo della classe dirigente, ma poi rinunciamo all’unico strumento che abbiamo per cambiarla. Non andare a votare non punisce la politica: punisce la comunità. Rinunciare al voto significa accettare lo status quo, consegnare il futuro nelle mani degli altri, mettere tra parentesi i propri bisogni e la propria voce.

Così la democrazia si spegne pian piano senza fare rumore. L’astensionismo è una malattia silenziosa: non si vede, ma logora il sistema dall’interno come un cancro subdolo. Per invertire la rotta servono partiti più seri, trasparenti e capaci di visione. Ma serve anche una cittadinanza più consapevole della propria forza. Perché, come la storia insegna, la democrazia non muore per un colpo di stato: muore quando tanti, troppi, smettono di crederci.

Oggi, più che mai, abbiamo il dovere di non lasciare che questo accada nel silenzio di una domenica elettorale qualunque. Le ultime elezioni regionali di Campania, Puglia e Veneto aggiungono uno strato ulteriore a una dinamica politica che va ben oltre i nomi dei vincitori: L’astensionismo diventa il grande protagonista, più ancora dei candidati.

I numeri dell’astensione dovrebbero far tremare i polsi, dare una scarica di adrenalina come la scossa di un terremoto. Il crollo della partecipazione è eclatante. In Campania l’affluenza è stata del 44,06%, in Puglia del 41,83% e in Veneto del 44,64%, tutte percentuali nettamente inferiori rispetto al 2020.

Secondo i dati aggregati, la media nazionale per queste tre regioni si colloca intorno al 43,6%, contro il 57,6% registrato cinque anni fa. Quindi chi è che ha veramente vinto? I risultati ribadiscono l’assetto politico consolidato: il centrosinistra mantiene il Sud, il centrodestra resta saldo al Nord. Una ratifica delle geografie politiche tradizionali.

Quando meno della metà degli elettori va alle urne, il vincitore “di maggioranza” nasce su basi fragili. Non è solo il trionfo di un candidato, ma il segnale che una gran parte della popolazione si è sentita esclusa o indifferente. Questo mette in discussione la legittimità morale delle nuove amministrazioni: non sono solo loro a dover rispondere, ma lo è anche il sistema che ha prodotto questo distacco.

In una condizione di affluenza così bassa, i partiti e i candidati vincenti dipendono fortemente dagli elettori dell’apparato, quelli più motivati e attivi, piuttosto che da un largo consenso popolare. Ciò rafforza le strategie di mobilitazione mirate alla militanza ma priva la classe politica della capacità di parlare a tutti, anche a chi ha rinunciato alla speranza.

L’astensionismo non favorisce i ricambi radicali: i vincitori sono quelli largamente previsti, e nei feudi tradizionali, non si registra un ribaltamento degli schieramenti. È come se l’elettorato “silente” non avesse trovato un progetto abbastanza convincente da mobilitarsi, ma nemmeno un’alternativa che rompesse con il passato. Ne esce un sistema che resta bloccato nei suoi assetti politici, con un consenso attivo molto ridotto.

Questo mix di crisi di partecipazione e relativa stabilità elettorale è un segnale pericoloso: la democrazia rischia di diventare una questione elitaria e per addetti ai lavori. Se solo i cittadini più motivati votano, le istituzioni diventano meno rappresentative, più distanti da una base ampia e sempre meno sensibili alle istanze diffuse.

Che i partiti, al di là delle dichiarazioni di circostanza, non abbiano realmente interiorizzato quanto sia drammaticamente concreto, per la democrazia, il rischio della fuga degli elettori, è dimostrato dal fatto che dopo l’esito delle ultime elezioni regionali, abbiano parlato di cambio della legge elettorale, ancora tecnicismi, come se sia quello l’unico problema. Si continua a parlare agli addetti ai lavori, escludendo l’elettore dal ragionamento.    

Tuttavia ciò non esime gli elettori dalle loro responsabilità, che restano: chi non è andato a votare ha consegnato il potere di decidere anche per lui, a chi invece è ancora motivato a recarsi alle urne. La rinuncia la voto, non è solo un atto individuale di disillusione, è anche una resa collettiva che indebolisce le istituzioni e riduce la spinta al cambiamento.

Allo stesso tempo, la politica, i partiti, i leader, dovrebbero leggere questo messaggio non come una semplice sconfessione, ma come un allarme: le strategie elettorali di breve termine non bastano più. Servono proposte che rilancino la partecipazione, che ricostruiscano la credibilità, che riaccendano la speranza che votare non è solo un dovere, ma anche un’opportunità concreta per immaginare un domani diverso.

Se le elezioni regionali non hanno provocato scossoni sistemici, col centro-sinistra che conferma il proprio potere in Campania e Puglia e il centro-destra che tiene saldamente il Veneto, ciò suggerisce che ancora manca l’onda d’urto che possa ribaltare gli assetti nazionali. Come ha sottolineato anche Reuters, non emerge una “svolta” dell’opposizione nei confronti dell’attuale governo.

In un certo senso, dunque, queste regionali sono state più un test di mobilitazione che un referendum politico sulle politiche nazionali. E se tanto mi dà tanto, il test non restituisce dati confortanti. La media di affluenza nelle tre regioni si è assestata attorno al 43,6%, cali particolarmente forti rispetto al 2020

Alla luce di questi risultati, e dell’astensionismo che dominerà probabilmente anche la prossima tornata, le elezioni politiche del 2027 rischiano di premiare chi sa motivare il proprio “nucleo duro” piuttosto che chi ha un progetto amplio ma meno attivato. Questo può favorire politiche più polarizzate e rappresentanze meno inclusive, col pericolo di una partecipazione che non cresce.

L’area progressista di centrosinistra dovrebbe sfruttare qualche timido segnale di successo per costruire un progetto credibile ma non sentimentalistico, così da coinvolgere non solo chi vota sempre, ma anche chi finora ha rinunciato. Il centro-destra dovrebbe leggere il risultato come una sfida: può crescere ancora solo se amplia la sua base, non solo la consolida.

Le regionali di Campania, Puglia e Veneto non hanno ridisegnato la mappa politica, ma hanno messo in luce dinamiche centrali per il futuro nazionale: l’astensionismo come protagonista, un’unità potenziale di centro-sinistra, e un centro-destra ancora radicato ma non immune dalle insidie.

Per il 2027, sarà fondamentale saper trasformare queste lezioni in strategie: costruire coalizioni vere, ricostruire fiducia, mobilitare non solo i “fedeli” ma anche chi finora ha rinunciato. Se non lo si farà, ci si avvia verso un’altra elezione in cui la democrazia appare più come un teatro dell’assurdo che come uno spazio condiviso.

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