LFoundry: il secondo insediamento produttivo della regione Abruzzo si sta spegnendo lentamente senza prospettiva

Cronaca di un disastro annunciato. Oltre 700 posti persi in tredici anni, commesse in fuga, macchinari fermi e 360 ulteriori esuberi dichiarati. I sindacati lanciano l’allarme davanti ai cinque candidati sindaci: “Lo Stato intervenga subito o sarà un disastro sociale irreversibile”

Alfio Di Battista
8 Minuti di lettura

AVEZZANO — Non è stata una semplice assemblea sindacale. È stato un grido d’allarme collettivo. Un appello disperato rivolto alla politica, alle istituzioni e a un territorio che rischia di assistere impotente al collasso della più importante realtà industriale della Marsica.

Nel confronto pubblico del 9 maggio ad Avezzano, dedicato alla crisi della LFoundry, il clima è apparso subito drammatico. Davanti ai cinque candidati sindaci, ai lavoratori e ai cittadini presenti, i rappresentanti sindacali hanno tracciato un quadro che va ben oltre una normale vertenza occupazionale: parliamo di una lenta desertificazione industriale che può travolgere l’intera economia del territorio.

“Non ho mai sentito parlare abbastanza di LFoundry come vertenza nazionale”, ha denunciato Antonio Monaco, giornalista RAI e moderatore del dibattito. “Eppure è probabilmente la questione industriale più importante della provincia dell’Aquila”.

Parole che pesano come macigni sulla fabbrica di semiconduttori, svuotata pezzo dopo pezzo. I numeri snocciolati durante il dibattito sono impressionanti. Nel 2013 lo stabilimento contava oltre 1.630 dipendenti ai quali andavano ad aggiungersi circa 330 interinali.

Oggi ne restano circa 1.200. Spariti anche i 330 lavoratori somministrati che costituivano una parte fondamentale della produzione. Oltre 700 posti di lavoro volatilizzati in tredici anni.

“Negli ultimi mesi sono andati via tecnici e ingegneri di altissimo livello”, ha spiegato Antonello Tangredi della FIM-CISL. “Stiamo perdendo professionalità che ci vengono invidiate in tutto il mondo”. Una fuga silenziosa che rischia di compromettere definitivamente il futuro produttivo del sito.

La denuncia dei sindacati è durissima: il fondo cinese proprietario, avrebbe progressivamente svuotato la missione industriale dello stabilimento, riducendolo a un presidio senza prospettiva strategica. “La crisi non riguarda il settore dei semiconduttori”, ha chiarito Diego Di Francesco, della FIOM-CGIL. “Il settore mondiale cresce. La crisi riguarda esclusivamente questo stabilimento, perché dal 2019 non sono state più fatte scelte industriali”.

La fotografia più drammatica arriva però dalla produzione. “In queste ore si stanno lavorando le ultime fette di silicio della commessa americana ON Semiconductor”, ha rivelato Tangredi. “Il 30 giugno quella produzione terminerà”.

Un passaggio che, per molti lavoratori presenti in sala, suona come il ticchettio di un timer che scandisce il conto alla rovescia. Michele Paliani della UILM- UIL, ha aggiunto un dato che ha gelato l’assemblea: “Lo stabilimento ha una capacità produttiva di quasi 11.000 fette di silicio. La settimana scorsa ne sono state messe in linea appena 200”.

La seconda fabbrica della Regione Abruzzo è praticamente ferma. Macchinari dal valore di circa 200 milioni di euro restano inattivi. Contratti di solidarietà già avviati. Famiglie costrette a portare a casa stipendi ridotti. Un indotto che inizia a sentire gli effetti della crisi.

“Il 9% delle entrate tributarie complessive dell’intera provincia dell’Aquila dipende da questa azienda”, è stato ricordato durante il confronto. Tradotto: se cade LFoundry, non salta soltanto una fabbrica. Rischia di saltare l’equilibrio dei conti dell’intera Marsica.

“Lo Stato tolga le chiavi a chi non vuole investire” È qui che il dibattito ha assunto una dimensione apertamente politica e nazionale.I sindacati non chiedono più soltanto ammortizzatori sociali. Chiedono un intervento diretto dello Stato.

“Bisogna togliere le chiavi della fabbrica a chi non è più interessato”, ha detto senza mezzi termini Tangredi, evocando persino il ricorso alla carta costituzionale, parlando apertamente di esproprio di Stato.

L’ipotesi di un ingresso pubblico nella proprietà era stata ventilata nei mesi scorsi dal governo attraverso il Mimit, ma secondo i sindacati tutto si sarebbe arenato davanti alle promesse mai mantenute della nuova dirigenza aziendale.

Il sindaco uscente, Gianni Di Pangrazio, ricandidato alle amministrative, ha ricordato di aver scritto più volte al governo Meloni: “Ci era stato detto che lo Stato avrebbe potuto acquisire quote della società. Poi sono arrivate promesse di investimenti da parte della proprietà che non si sono mai concretizzate”.

Nel dibattito emerge con forza anche il tema della sicurezza nazionale. I semiconduttori sono oggi il cuore dell’economia globale: automotive, difesa, aerospazio, telecomunicazioni, intelligenza artificiale. Per questo l’eventuale collasso del sito di Avezzano viene letto non solo come una crisi locale, ma come una sconfitta strategica dell’Italia e dell’Europa.

“LFoundry è un asset strategico”, ha ricordato Diego Di Francesco. “Tutti i governi mondiali stanno investendo nei semiconduttori”. Da qui la richiesta di utilizzare strumenti straordinari come la Golden Power o una partecipazione pubblica diretta.

Tra gli interventi più preoccupati quello di Gianluca Ranieri, candidato sindaco per la lista Democrazia Sovrana e Popolare, funzionario dei centri per l’impiego: “Non esiste una reale possibilità di ricollocazione per questi lavoratori”. Forse è questa la frase che fotografa meglio la paura che attraversa Avezzano.

Qui non si parla soltanto di stipendi. Si parla di centinaia di famiglie, mutui, giovani tecnici specializzati, attività commerciali, fornitori, artigiani, trasporti, mense, servizi. Un ecosistema economico intero. “Se crolla questo baluardo avremo un problema sistemico nazionale”, ha avvertito Ranieri.

Intanto i sindacati denunciano 360 esuberi dichiarati e una trattativa ormai logorata. “A marzo abbiamo rotto il tavolo”, ha ricordato Tangredi. “Perché non c’era più nulla da difendere”.

Dal confronto emerge un messaggio chiaro: qualunque sia il risultato delle prossime elezioni comunali, la vertenza LFoundry dovrà diventare la priorità assoluta del territorio. Non più una questione confinata ai cancelli della fabbrica. Ma un’emergenza collettiva.

Fra i candidati sindaci c’è chi ha parlato di ZES e golden power come la commercialista Loreta Ruscio, supportata da due liste civiche, ma anche di costi energetici, fotovoltaico e coinvolgimento della Regione come l’ex questore Alessio Cesareo candidato della coalizione di centrodestra.

L’avvocato Roberto Verdecchia, candidato della coalizione di centrosinistra, ha evocato il celebre Che Fare? Titolo del famoso opuscolo di Lenin ma anche domanda esistenziale che chiude Fontamara, il più famoso romanzo di Ignazio Silone.

Cosa può fare un sindaco? Si è chiesto Verdecchia. “I poteri sono formali, bisogna scontrarsi con la volontà del patron cinese. Bisogna che tutti i 108 sindaci della provincia si impegnino a livello politico. Lo Stato deve metterci la faccia e i soldi, ma serve la volontà dei datori di lavoro di restare sul territorio”.

Tra i lavoratori resta la sensazione diffusa che il tempo stia finendo. E mentre la politica discute, le linee produttive rallentano, le commesse migrano altrove e le competenze, costruite in 35 anni, rischiano di disperdersi definitivamente. La paura vera, oggi, ad Avezzano, è che la Marsica stia assistendo in diretta alla propria deindustrializzazione nel più totale silenzio.

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