LFoundry: quando il futuro di un territorio è legato a un filo di silicio

Alfio Di Battista
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AVEZZANO – La Marsica guarda a Roma con gli occhi lucidi della preoccupazione e la rabbia composta di chi non vuole rassegnarsi a un destino già scritto. Al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) è andata in scena l’ennesima rappresentazione della vertenza LFoundry.

​Ciò che rende la vicenda LFoundry una ferita aperta nel tessuto industriale abruzzese è l’inconcepibile paradosso della transizione digitale che ha investito il mercato globale dei semiconduttori e dei microchip correndo a ritmi vertiginosi. Eppure, all’interno dello stabilimento di Avezzano, che produce tecnologie d’avanguardia, seppur più mature dei microchip di ultima generazione, si respira un’aria pesante.  

Com’è possibile che una fabbrica strategica, dotata di un know-how straordinario accumulato in decenni di attività, si trovi oggi a tremare di fronte al futuro? La risposta sta nella fragilità delle commesse legate agli acquisti di un solo cliente, nelle scelte strutturali che oggi mostrano il fianco e in una transizione industriale che l’azienda vorrebbe affidare allo sviluppo di nuovi prodotti

I sindacati esprimono però un netto rifiuto verso i dotti annunci teorici: i tempi necessari per lo sviluppo di questi nuovi dispositivi appaiono incompatibili con la crisi che i lavoratori stanno drammaticamente vivendo da mesi. C’è il rischio reale di un progressivo impoverimento di quel patrimonio professionale e di quel know-how straordinario che il territorio ha costruito in decenni di attività industriale.

A pagare il prezzo di questa transizione incompiuta sono, come spesso accade, i più vulnerabili: i 94 lavoratori somministrati che, dopo oltre dieci anni di servizio continuativo all’interno del sito, dal 1° febbraio 2026 hanno visto i propri contratti “congelati”. Vite umane, progetti di famiglie, trasformati di colpo in numeri sospesi in un limbo burocratico.

L’incontro di oggi a Roma ha visto sedersi attorno al tavolo le organizzazioni sindacali (Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Uilm-Uil e le Rsu), i rappresentanti del Governo — guidati dal sottosegretario Fausta Bergamotto —, la Regione Abruzzo e il vertice aziendale, rappresentato dall’amministratore delegato Gianluca Testa, manager cresciuto all’interno di LFoundry, dove ha ricoperto ruoli apicali in ambito ingegneristico e gestionale prima della nomina a Amministratore Delegato e Managing Director.

A svelare la crudezza dei dati reali ci ha pensato la nota ufficiale della Uilm L’Aquila – Teramo diffusa al termine dell’incontro al Mimit convocato d’urgenza dal Governo a seguito della nomina del nuovo CEO di Sparc (la controllante del sito).

Durante il tavolo, la direzione aziendale ha ammesso le forti difficoltà strutturali, illustrando le attività di “riduzione dei costi” messe in atto negli ultimi mesi e confermando un dato allarmante: il fab di Avezzano continua a registrare livelli di utilizzo fortemente insufficienti.

La discussione si è sviluppata proprio sulla nomina del nuovo CEO, un cambio al vertice che l’azienda presenta come l’inizio di una “nuova fase” capace di rilanciare le prospettive industriali del sito. Massimo Verrecchia, capogruppo di Fratelli d’Italia al Consiglio della Regione Abruzzo, intervenuto in rappresentanza della Regione, ha commentato a caldo:

«Abbiamo ribadito con forza l’importanza di preservare e rafforzare questo presidio produttivo, ponendo particolare attenzione alla tutela dei lavoratori somministrati. C’è la massima attenzione del Governo e della Regione, grazie anche al lavoro dell’assessore Tiziana Magnacca, affinché siano tutelati il futuro dell’azienda e i livelli occupazionali».

Ma le rassicurazioni della politica, per quanto necessarie, oggi non bastano più a placare gli animi. I sindacati chiedono garanzie scritte, piani industriali solidi e investimenti concreti, non semplici passaggi di consegne manageriali. La Marsica non può permettersi promesse a lungo termine col presente che scivola via alla velocità dell’intelligenza artificiale.

Il Governo si è impegnato a promuovere nel più breve tempo possibile un incontro conoscitivo direttamente con il nuovo Amministratore Delegato e i massimi investitori, per poi riaggiornare il confronto con i sindacati e le istituzioni locali. L’obiettivo? Affrontare il futuro di Avezzano “alla luce del sole” ed esigere impegni chiari, investimenti pesanti e produzioni immediate. Non c’è più spazio per le promesse vaghe: l’azienda è “rimandata a settembre”.

Analizzando i fatti e le dichiarazioni incrociate delle ultime ore, la prospettiva che si delinea per LFoundry è ormai a un bivio cruciale. La via d’uscita non può essere solo interna all’azienda. Secondo il senatore del PD, Michele Fina, andrebbe valutata l’ipotesi di soluzioni governative. L’idea è di un intervento strutturale, magari sul modello francese, che veda l’ingresso dello Stato nella governance o l’utilizzo di strumenti come il Golden Power per tutelare un asset che non è solo locale, ma di rilevanza strategica nazionale.

Qualcuno interpreta la nomina del nuovo CEO come il tentativo della proprietà di ristrutturare l’azienda per renderla attrattiva a nuovi partner finanziari o industriali, altri, meno ottimisti, la vedono come il preludio a un ridimensionamento, una sorta di messa in liquidazione mascherata.

Per tale ragione molti sperano che lo Stato faccia sentire la propria voce con investimenti diretti, UE permettendo. La “stabilità occupazionale” auspicata da Verrecchia e Fina non può che passare dalla capacità del Mimit di legare eventuali incentivi statali a vincoli ferrei sul mantenimento dei posti di lavoro.

La vertenza LFoundry trascende i confini di Avezzano. È uno specchio in cui l’intera politica industriale italiana dovrebbe guardarsi e riflettere. Se l’Italia non riesce a proteggere e rilanciare un sito che produce microchip — l’oro nero del XXI secolo —, quale futuro economico si sta costruendo?

Non si tratta solo di difendere 1.300 posti di lavoro, l’esperienza e la dignità di padri e madri di famiglia; si tratta di capire se l’Italia vuole restare un Paese produttore di alta tecnologia o ridursi a semplice spettatore e consumatore delle innovazioni altrui.

La Marsica resiste, il sindacato vigila, la politica promette. Ma il tempo stringe, e le risposte concrete devono arrivare prima che il congelamento dei contratti raggeli l’intero territorio.

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