LFoundry, una storia industriale che per il sindacato rischia di essere cancellata dalla Marsica

«L’incertezza sul futuro nasce dalla mancanza di informazioni sul piano industriale e soprattutto, dall'impossibilità di accertare la coerenza fra quanto dichiarato dalla proprietà con quanto si vede in azienda.»

Redazione
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26 Minuti di lettura

COMUNICATO STAMPA

La Fim Cisl, unitamente a Fiom Cgil e Uilm Uil, della LFoundry, chiedono un incontro urgente con l’unità di crisi del Ministero delle imprese e del Made in Italy nelle persone del dottor Mattia Losego e del dottor Giampiero Castano, per via delle preoccupazioni sul futuro industriale del sito produttivo di Avezzano.

Nel capoluogo marsicano, l’azienda cinese produce, da oltre trent’anni, dispositivi elettronici integrati a semiconduttore (microchip) e rappresenta la seconda realtà italiana del settore. Oggi dà lavoro a 1288 dipendenti, inquadrati come impiegati metalmeccanici dell’industria dalla scolarizzazione medio-alta, con numerosi laureati nelle discipline STEM (discipline tecnico scientifiche), e diplomati tecnici.

Ai dipendenti diretti si affiancano ed avvicendano, da diversi anni, circa 200 lavoratori e lavoratrici somministrati ed un indotto di circa 300 figure professionali. La distribuzione di reddito sul territorio vale circa 90 milioni di euro di stipendi annui che si riversano non solo sulla Marsica ma anche in Valle Peligna, nelle province dell’Aquila, Rieti, Pescara, Napoli, Frosinone, Roma e in Puglia.

Le ultime rilevazioni dicono che la LFoundry contribuisce al PIL regionale per il 10% e a quello provinciale per il 30%. La fabbrica nasce nella seconda metà degli anni 80 come stabilimento della Texas Instruments, grazie anche ad un ingente finanziamento statale (£ 587 Mld) dell’allora Cassa del Mezzogiorno.

Nell’ottobre 1998 viene acquisita dalla multinazionale americana produttrice di memorie Micron Technology, lavorando con successo per circa 15 anni e portando il numero di dipendenti a 2068. Il Sito viene convertito a partire dal 2005 alla produzione di CIS (Sensori di immagine) e si specializza in tale settore nei successivi 15 anni, contribuendo attivamente al successo della divisione Sensori di Micron.

A partire dal 2009, data la variabilità del mercato di riferimento, l’azienda inizia ad utilizzare gli ammortizzatori sociali (C.I.G.O.,C.D.S, legge 201/2009 e, a seguire, Fondo Nuove Competenze e Contratto di Espansione). Col ritiro di Micron dal mercato dei Sensori di immagine, nel 2013, rischia la chiusura.

Diventa quindi indipendente con un’operazione di leveraged buyout sposando il modello Foundry (Fonderia) ed acquisendo la denominazione tramite l’ingresso, come partner, della omonima società tedesca, a sua volta costituita con un’operazione di management buyout. Durante questa fase vengono utilizzate quasi 52 settimane di CIGO oltre a C.D.S. ed il numero di dipendenti scende a meno di 1700

Oggi l’azienda rappresenta l’unico produttore di Sensori di immagine per il colosso americano OnSemiconductor (ovviamente quotato in borsa) che nel frattempo ha rilevato lo spin-off della divisione Sensori di Micron, Aptina.

Prima dell’acquisizione cinese, nel 2016 la società SMIC, affermato colosso asiatico, acquista il 70% delle quote della LFoundry per 60 milioni di euro, lasciando ai venditori italo-tedeschi (quelli del leveraged e management buyout, capitanati da Sergio Galbiati per la parte italiana e Gunter Ernst per quella tedesca) il restante 30%;

La seconda acquisizione cinese definisce un radicale cambio di rotta. L’esperienza con la nuova società si conclude per mutate strategie aziendali e dopo 3 anni, nel 2019, SMIC decide di vendere le sue quote di LFoundry (70%) ad un’altra società cinese (Jangsu) che però lascia concludere l’operazione alla Wuxi (fondi di investimento cinesi e CAS, l’equivalente cinese del MIMIT), denominata SPARC (non quotata in borsa). Il 30% delle quote italo-tedesche (Galbiati/Ernst) segue le stesse sorti del 70% cinese e viene anch’esso acquisito da Wuxi, per 60 milioni di euro.

Quest’ultima acquisizione, completata a luglio 2019, ha puntato su un radicale cambiamento di prodotti e relativi mercati di riferimento, scalzando quelli che hanno caratterizzato nel tempo la forza di LFoundry.

Il piano della nuova compagnia (Wuxi, poi SPARC) non è subito chiaro: nell’incontro presso l’allora MISE con il nuovo AD, Marcello D’Antiochia, vengono illustrate alcune possibilità di nuove produzioni da affiancare a quella prevalente di CIS ma nulla di definito.

Successivamente le intenzioni della nuova proprietà vengono chiarite e prevedono: un cambio di struttura: da Foundry, che produce autonomamente per clienti esterni, ad IDM (Integrated Device Manufacturer), ovvero compagnia che integra design, sviluppo, produzione e commercializzazione.

Un cambio radicale di prodotti e tecnologie: dai sensori di immagine CIS, ai dispositivi di potenza (indispensabili nella gestione delle auto elettriche e in tutte le applicazioni in cui il risparmio energetico è fondamentale).

Un cambio di mercati in cui operare: da quello automotive occidentale e di pregio, a quello di consumo cinese. Oggi il punto di Forza del sito è la certificazione IATF 16949, indispensabile per vendere prodotti nel mercato automotive, ovvero tutto quanto ruota intorno all’automobile.

Certificazione ottenuta e mantenuta negli anni grazie all’impegno, la visione e la competenza di tutti i suoi lavoratori, rappresenta la soluzione vincente per un sito come LFoundry. Il mercato automotive non richiede una aggressiva corsa verso le tecnologie più spinte (legge di Moore) per cui sarebbe difficile competere con i colossi asiatici, ma piuttosto elevati standard di qualità dei processi produttivi, ambito in cui impegno, conoscenza e know-how possono fare la differenza anche con un sito non tecnologicamente di frontiera.

LFoundry si afferma come una realtà industriale ed un modello di sviluppo-produzione resiliente, alternativo alla tecnologia di frontiera (il settore cosiddetto More Than Moore), ed importante per Italia ed Europa anche in funzione della pianificata transizione digitale Green di cui l’automotive è uno dei pilastri.

Nonostante ciò, e nonostante l’intensa produzione degli ultimi anni, LFoundry è rimasta sempre in ombra e mai considerata dai governi locali ed internazionali come player importante nello scenario dei semiconduttori.

Negli ultimi 5 anni, LFoundry ha operato su due fronti complessi e difficili da gestire simultaneamente, tenuto conto anche dell’utilizzo di ammortizzatori sociali (Contratti Di Solidarietà) per circa 18 mesi tra il 2019 ed il 2020: continuare profittevolmente il suo business originale (CIS automotive), preziosa fonte di introiti che finanzia la nascente IDM denominata SPARC.

Sviluppare competenze su tecnologie diverse (dispositivi di potenza), per attaccare i nuovi mercati con i nuovi prodotti pianificati dalla proprietà cinese.

Ad oggi si ritiene che lo stabilimento LFoundry, grazie alle competenze e all’impegno dei suoi lavoratori (meno di 1300), sia riuscito a sostenere con successo questa duplice missione, mantenendosi grazie ai grossi volumi garantiti dal suo cliente principale OnSemiconductor (con il 98% della produzione totale ed il cui contratto di fornitura scade a dicembre 2024), qualificando i nuovi prodotti, pronti per la produzione ma ancora senza mercato, più quelli che sono in piano per la fine del 2024.

Purtroppo, si deve anche registrare un’ingente perdita del patrimonio di conoscenze, esperienze e competenze andate via con i numerosi dipendenti che, a causa della situazione incerta, hanno deciso di lasciare l’azienda per realtà più stabili quali la STM, sia nella sede di Agrate (Milano) che in quella di Catania.

Avezzano – La Fim Cisl, unitamente a Fiom Cgil e Uilm Uil, della LFoundry, chiedono un incontro urgente con l’unità di crisi del Ministero delle imprese e del Made in Italy nelle persone del dottor Mattia Losego e del dottor Giampiero Castano, per via delle preoccupazioni sul futuro industriale del sito produttivo di Avezzano.

Nel capoluogo marsicano, l’azienda cinese produce, da oltre trent’anni, dispositivi elettronici integrati a semiconduttore (microchip) e rappresenta la seconda realtà italiana del settore. Oggi dà lavoro a 1288 dipendenti, inquadrati come impiegati metalmeccanici dell’industria dalla scolarizzazione medio-alta, con numerosi laureati nelle discipline STEM (discipline tecnico scientifiche), e diplomati tecnici.

Ai dipendenti diretti si affiancano ed avvicendano, da diversi anni, circa 200 lavoratori e lavoratrici somministrati ed un indotto di circa 300 figure professionali. La distribuzione di reddito sul territorio vale circa 90 milioni di euro di stipendi annui che si riversano non solo sulla Marsica ma anche in Valle Peligna, nelle province dell’Aquila, Rieti, Pescara, Napoli, Frosinone, Roma e in Puglia.

Le ultime rilevazioni dicono che la LFoundry contribuisce al PIL regionale per il 10% e a quello provinciale per il 30%. La fabbrica nasce nella seconda metà degli anni 80 come stabilimento della Texas Instruments, grazie anche ad un ingente finanziamento statale (£ 587 Mld) dell’allora Cassa del Mezzogiorno.

Nell’ottobre 1998 viene acquisita dalla multinazionale americana produttrice di memorie Micron Technology, lavorando con successo per circa 15 anni e portando il numero di dipendenti a 2068. Il Sito viene convertito a partire dal 2005 alla produzione di CIS (Sensori di immagine) e si specializza in tale settore nei successivi 15 anni, contribuendo attivamente al successo della divisione Sensori di Micron.

A partire dal 2009, data la variabilità del mercato di riferimento, l’azienda inizia ad utilizzare gli ammortizzatori sociali (C.I.G.O.,C.D.S, legge 201/2009 e, a seguire, Fondo Nuove Competenze e Contratto di Espansione). Col ritiro di Micron dal mercato dei Sensori di immagine, nel 2013, rischia la chiusura.

Diventa quindi indipendente con un’operazione di leveraged buyout sposando il modello Foundry (Fonderia) ed acquisendo la denominazione tramite l’ingresso, come partner, della omonima società tedesca, a sua volta costituita con un’operazione di management buyout. Durante questa fase vengono utilizzate quasi 52 settimane di CIGO oltre a C.D.S. ed il numero di dipendenti scende a meno di 1700

Oggi l’azienda rappresenta l’unico produttore di Sensori di immagine per il colosso americano OnSemiconductor (ovviamente quotato in borsa) che nel frattempo ha rilevato lo spin-off della divisione Sensori di Micron, Aptina.

Prima dell’acquisizione cinese, nel 2016 la società SMIC, affermato colosso asiatico, acquista il 70% delle quote della LFoundry per 60 milioni di euro, lasciando ai venditori italo-tedeschi (quelli del leveraged e management buyout, capitanati da Sergio Galbiati per la parte italiana e Gunter Ernst per quella tedesca) il restante 30%;

La seconda acquisizione cinese definisce un radicale cambio di rotta. L’esperienza con la nuova società si conclude per mutate strategie aziendali e dopo 3 anni, nel 2019, SMIC decide di vendere le sue quote di LFoundry (70%) ad un’altra società cinese (Jangsu) che però lascia concludere l’operazione alla Wuxi (fondi di investimento cinesi e CAS, l’equivalente cinese del MIMIT), denominata SPARC (non quotata in borsa). Il 30% delle quote italo-tedesche (Galbiati/Ernst) segue le stesse sorti del 70% cinese e viene anch’esso acquisito da Wuxi, per 60 milioni di euro.

Quest’ultima acquisizione, completata a luglio 2019, ha puntato su un radicale cambiamento di prodotti e relativi mercati di riferimento, scalzando quelli che hanno caratterizzato nel tempo la forza di LFoundry.

Il piano della nuova compagnia (Wuxi, poi SPARC) non è subito chiaro: nell’incontro presso l’allora MISE con il nuovo AD, Marcello D’Antiochia, vengono illustrate alcune possibilità di nuove produzioni da affiancare a quella prevalente di CIS ma nulla di definito.

Successivamente le intenzioni della nuova proprietà vengono chiarite e prevedono: un cambio di struttura: da Foundry, che produce autonomamente per clienti esterni, ad IDM (Integrated Device Manufacturer), ovvero compagnia che integra design, sviluppo, produzione e commercializzazione.

Un cambio radicale di prodotti e tecnologie: dai sensori di immagine CIS, ai dispositivi di potenza (indispensabili nella gestione delle auto elettriche e in tutte le applicazioni in cui il risparmio energetico è fondamentale).

Un cambio di mercati in cui operare: da quello automotive occidentale e di pregio, a quello di consumo cinese. Oggi il punto di Forza del sito è la certificazione IATF 16949, indispensabile per vendere prodotti nel mercato automotive, ovvero tutto quanto ruota intorno all’automobile.

Certificazione ottenuta e mantenuta negli anni grazie all’impegno, la visione e la competenza di tutti i suoi lavoratori, rappresenta la soluzione vincente per un sito come LFoundry. Il mercato automotive non richiede una aggressiva corsa verso le tecnologie più spinte (legge di Moore) per cui sarebbe difficile competere con i colossi asiatici, ma piuttosto elevati standard di qualità dei processi produttivi, ambito in cui impegno, conoscenza e know-how possono fare la differenza anche con un sito non tecnologicamente di frontiera.

LFoundry si afferma come una realtà industriale ed un modello di sviluppo-produzione resiliente, alternativo alla tecnologia di frontiera (il settore cosiddetto More Than Moore), ed importante per Italia ed Europa anche in funzione della pianificata transizione digitale Green di cui l’automotive è uno dei pilastri.

Nonostante ciò, e nonostante l’intensa produzione degli ultimi anni, LFoundry è rimasta sempre in ombra e mai considerata dai governi locali ed internazionali come player importante nello scenario dei semiconduttori.

Negli ultimi 5 anni, LFoundry ha operato su due fronti complessi e difficili da gestire simultaneamente, tenuto conto anche dell’utilizzo di ammortizzatori sociali (Contratti Di Solidarietà) per circa 18 mesi tra il 2019 ed il 2020: continuare profittevolmente il suo business originale (CIS automotive), preziosa fonte di introiti che finanzia la nascente IDM denominata SPARC.

Sviluppare competenze su tecnologie diverse (dispositivi di potenza), per attaccare i nuovi mercati con i nuovi prodotti pianificati dalla proprietà cinese.

Ad oggi si ritiene che lo stabilimento LFoundry, grazie alle competenze e all’impegno dei suoi lavoratori (meno di 1300), sia riuscito a sostenere con successo questa duplice missione, mantenendosi grazie ai grossi volumi garantiti dal suo cliente principale OnSemiconductor (con il 98% della produzione totale ed il cui contratto di fornitura scade a dicembre 2024), qualificando i nuovi prodotti, pronti per la produzione ma ancora senza mercato, più quelli che sono in piano per la fine del 2024.

Purtroppo, si deve anche registrare un’ingente perdita del patrimonio di conoscenze, esperienze e competenze andate via con i numerosi dipendenti che, a causa della situazione incerta, hanno deciso di lasciare l’azienda per realtà più stabili quali la STM, sia nella sede di Agrate (Milano) che in quella di Catania. L’incertezza principale sul futuro nasce soprattutto dalla mancanza di informazioni sull’andamento delle attività (piano industriale) e, soprattutto, dalla impossibilità di accertare quanto dichiarato dalla proprietà con quanto si vede in azienda.

Non sono infatti ancora chiare tempistiche e modalità con cui la transizione dai Sensori d’Immagine ai dispositivi Power, voluta dalla proprietà cinese, avverrà e se questa sarà sufficiente alla sostenibilità del sito e dei suoi livelli occupazionali.

Quanto alle criticità, le scelte organizzative e gestionali interne, finalizzate ad un significativo taglio dei costi ad inevitabile ricaduta sulle spalle dei lavoratori, dei loro carichi di lavoro, della sicurezza dell’ambiente in cui operano e della qualità con cui si svolgono importanti mansioni lavorative, minano il capitale di fiducia, motivazione e sinergia faticosamente costruito negli anni.

Le nuove commesse dei mercati cinesi faticano a decollare e la transizione prevede anche un cambiamento di asset tecnologico (ovvero sostituzione di macchinari), processo per altro irreversibile in caso di fallimento della transizione.

Il rinnovo del contratto con il monocliente storico di sensori di immagine (OnSemiconductor) non è affatto definito, ma è molto probabile che sarà al ribasso rispetto al precedente, date anche le mutate condizioni del mercato; tale rinnovo sarà comunque a termine e non rappresenterà più, per stessa dichiarazione della dirigenza, la fonte principale di entrate per l’azienda e questo è causa di forte preoccupazione da parte dei dipendenti.

L’età media dei lavoratori che compiono lavori usuranti, ma fondamentali per la produzione, si è alzata e non si vedono piani che ne tengano conto; in particolare è evidente l’intenzione di sostituire i lavoratori diretti di produzione, che man mano andranno in pensione o decideranno di lasciare l’azienda, con lavoratori somministrati, precarizzando non solo le persone e le loro funzioni, ma anche la qualità e la sicurezza del sito. Il ricorso ai fondi pubblici è limitato alle attività non vincolanti a significativi piani di crescita e/o di espansione.

Per i lavoratori è inammissibile che un’azienda operi una aggressiva riduzione dei costi di produzione agendo soprattutto sul costo del lavoro per moltiplicare profitti che per la gran parte vengono drenati all’estero invece che essere reinvestiti per il proprio mantenimento e sviluppo.

I lavoratori sono fortemente preoccupati per le conseguenze di una possibile crisi industriale che genererebbe al contempo, una paralisi sociale per il territorio, in quanto:

a) Il sito (che è sottoposto a normativa Seveso) una volta spento non potrà ripartire se non con cospicui investimenti (nell’ordine di 1,5 MLD di euro);

b) La rimodulazione industriale in atto in azienda sembra proprio non poter garantire la tenuta occupazionale, sia in termini numerici sia in termini di condizioni dignitosamente stabili e qualificate (già nelle ultime due abbiamo perso circa 400 lavoratori stabili ed oltre 250 somministrati).

Per quanto sopra esposto e per il fatto che oggi esistono condizioni straordinarie di sviluppo per l’Italia e l’Europa, come definito dall’European Chips Act 20% (il raddoppio delle produzioni di chip in Europa entro il 2030), che potrebbero coinvolgere anche l’interesse pubblico partecipato, non più accessibili se rinviate al punto di non ritorno industriale, riteniamo necessario e urgente mettere il sito avezzanese al centro delle attenzioni dei Governi locali (dal Comune alla Regione) e del Governo nazionale, per garantirne sviluppo e sostenibilità nel tempo, riconoscendone il ruolo strategico nel settore.

Se LFoundry, ovvero la Compagnia cinese, dovesse continuare a non essere interessata allo sviluppo del sito di Avezzano, tutti dovremmo prendere atto, magari con calma e stupore, che il sogno industriale di una terra sta volgendo veramente al termine.

Non sono infatti ancora chiare tempistiche e modalità con cui la transizione dai Sensori d’Immagine ai dispositivi Power, voluta dalla proprietà cinese, avverrà e se questa sarà sufficiente alla sostenibilità del sito e dei suoi livelli occupazionali.

Quanto alle criticità, le scelte organizzative e gestionali interne, finalizzate ad un significativo taglio dei costi ad inevitabile ricaduta sulle spalle dei lavoratori, dei loro carichi di lavoro, della sicurezza dell’ambiente in cui operano e della qualità con cui si svolgono importanti mansioni lavorative, minano il capitale di fiducia, motivazione e sinergia faticosamente costruito negli anni.

Le nuove commesse dei mercati cinesi faticano a decollare e la transizione prevede anche un cambiamento di asset tecnologico (ovvero sostituzione di macchinari), processo per altro irreversibile in caso di fallimento della transizione.

Il rinnovo del contratto con il monocliente storico di sensori di immagine (OnSemiconductor) non è affatto definito, ma è molto probabile che sarà al ribasso rispetto al precedente, date anche le mutate condizioni del mercato; tale rinnovo sarà comunque a termine e non rappresenterà più, per stessa dichiarazione della dirigenza, la fonte principale di entrate per l’azienda e questo è causa di forte preoccupazione da parte dei dipendenti.

L’età media dei lavoratori che compiono lavori usuranti, ma fondamentali per la produzione, si è alzata e non si vedono piani che ne tengano conto; in particolare è evidente l’intenzione di sostituire i lavoratori diretti di produzione, che man mano andranno in pensione o decideranno di lasciare l’azienda, con lavoratori somministrati, precarizzando non solo le persone e le loro funzioni, ma anche la qualità e la sicurezza del sito. Il ricorso ai fondi pubblici è limitato alle attività non vincolanti a significativi piani di crescita e/o di espansione.

Per i lavoratori è inammissibile che un’azienda operi una aggressiva riduzione dei costi di produzione agendo soprattutto sul costo del lavoro per moltiplicare profitti che per la gran parte vengono drenati all’estero invece che essere reinvestiti per il proprio mantenimento e sviluppo.

I lavoratori sono fortemente preoccupati per le conseguenze di una possibile crisi industriale che genererebbe al contempo, una paralisi sociale per il territorio, in quanto:

a) Il sito (che è sottoposto a normativa Seveso) una volta spento non potrà ripartire se non con cospicui investimenti (nell’ordine di 1,5 MLD di euro);

b) La rimodulazione industriale in atto in azienda sembra proprio non poter garantire la tenuta occupazionale, sia in termini numerici sia in termini di condizioni dignitosamente stabili e qualificate (già nelle ultime due abbiamo perso circa 400 lavoratori stabili ed oltre 250 somministrati).

Per quanto sopra esposto e per il fatto che oggi esistono condizioni straordinarie di sviluppo per l’Italia e l’Europa, come definito dall’European Chips Act 20% (il raddoppio delle produzioni di chip in Europa entro il 2030), che potrebbero coinvolgere anche l’interesse pubblico partecipato, non più accessibili se rinviate al punto di non ritorno industriale, riteniamo necessario e urgente mettere il sito avezzanese al centro delle attenzioni dei Governi locali (dal Comune alla Regione) e del Governo nazionale, per garantirne sviluppo e sostenibilità nel tempo, riconoscendone il ruolo strategico nel settore.

Se LFoundry, ovvero la Compagnia cinese, dovesse continuare a non essere interessata allo sviluppo del sito di Avezzano, tutti dovremmo prendere atto, magari con calma e stupore, che il sogno industriale di una terra sta volgendo veramente al termine.

le organizzazioni sindacali di Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Uil

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