Lo strano caso della LFoundry, mentre i dipendenti fanno i contratti di solidarietà, nel resto del mondo i semiconduttori fanno utili stratosferici

Il Governo dovrebbe assumere un impegno nella direzione illustrata dal Chips Act. La joint venture Asia - Europa che si sta realizzando in Germania traccia il percorso da seguire. LFoundry ha competenze, skills e know how per inserirsi a pieno titolo nell’ecosistema europeo dei semiconduttori.

Alfio Di Battista
8 Minuti di lettura

Avezzano – Nel pieno della rivoluzione digitale i semiconduttori non conoscono crisi. Parliamo di un mercato che lo scorso anno ha chiuso con un giro d’affari globale di quasi 630 miliardi di dollari, facendo registrare un +18,1% sull’anno precedente.

I grandi player titolari dei big data e dei cloud computing, vedi Microsoft, Amazon e Alphabet, stanno continuando ad investire sulle infrastrutture proprietarie per erogare servizi di intelligenza artificiale. In parallelo, anche le aziende che sviluppano i modelli di AI investono sulle Gpu con l’obiettivo di arrivare a prestazioni sempre più elevate, e intanto si affacciano sul calcolo quantistico.

L’anno scorso nei chip per data center sono stati investiti ben 112 miliardi di dollari, contro i 64,8 miliardi spesi nel 2023. La crescente domanda di intelligenza artificiale e generativa ha portato i data center al secondo posto del mercato dei semiconduttori, dopo gli smartphone.

Intel è stata scalzata da Samsung dal primo posto con una quota di mercato del 10.6%, contro il 7,9% della seconda. Nvidia è al terzo posto, con una quota del 7,3%, che deriva da una vertiginosa crescita del giro d’affari, superiore all’83% sull’anno precedente. A seguire troviamo colossi del calibro di, SK Hynix, Qualcomm, Micron Technology, Broadcom, Amd e Apple.

Il World Semiconductor Trade Statistics (Wsts) prevede, per il 2025, un giro d’affari fra i 690 e i 700 miliardi di dollari, con una crescita più sostenuta negli Stati Uniti, in America Latina e nell’area Asia e Pacifico. Le attività di fonderia per conto terzi saranno quelle che cresceranno di più.

Nell’ambito di questo sommovimento epocale LFoundry sembra arrancare. Gli scioperi si susseguono e le maestranze sono sempre più demotivate. Un osservatore esterno ha la percezione che l’azienda pare giochi un altro campionato, certamente non quello di prima fascia. Eppure anche l’Europa sembrerebbe essersi svegliata dal torpore che la vede in grave ritardo sulle nuove tecnologie.

L’obiettivo dell’European Chips Act varato nel 2023 era raggiungere una quota del 20% nel mercato dei semiconduttori entro il 2030. Alla luce degli investimenti previsti e delle tensioni geopolitiche sarebbe già un ottimo risultato attestarsi intorno al 12%. Per recuperare il tempo perso l’Europa è obbligata a incrementare la produzione dei chip attraverso la creazione di linee di produzione avanzate.

Gli investimenti pubblici e privati negli impianti di produzione per i semiconduttori sono contemplati nel Chips Act che prevede un meccanismo di coordinamento tra Stati membri e Commissione al fine di monitorare l’offerta e stimare la domanda per anticipare le richieste del mercato.

Degli 86 miliardi destinati al settore, la Commissione Europea si è impegnata per il 5% dei finanziamenti, un po’ poco per la verità. La parte rimanente dovrebbe arrivare dagli Stati membri e dai privati. È del tutto evidente che si tratta di un’inezia rispetto ai 405 miliardi investiti dai principali produttori mondiali nel triennio 2020-2023

A metà settembre 2024, Intel ha sospeso la costruzione delle fabbriche in Germania e Polonia. Ben prima che le politiche di Trump sui dazi, dessero una spinta ulteriore al disimpegno delle compagnie statunitensi al di fuori dei confini americani. Ciò avrà sicuramente conseguenze negative sulle iniziative del Chips Act.

Di contro è dell’agosto del 2024 il primo grande investimento europeo nei microchip in partership con la taiwanese TMSC. Si tratta della European semiconductor manufacturing company (Esmc), una joint venture che affianca al colosso dei semiconduttori di Taiwan le aziende europee Bosch, Infineon e Nxp.

Lo stabilimento, realizzato in Germania, sarà una “open foundry” dove si produrranno wafer, sottili fette di materiale semiconduttore, come per esempio un cristallo di silicio, su cui vengono realizzati dei chip con circuiti integrati che finiscono negli smartphone, computer, auto elettriche e elettrodomestici.

Il fatto che lo stabilimento sia stato pensato come “open foundry”, vuol dire che il semilavorato sarà di larga applicazione e fruibile per le più disparate commesse, ognuna evidentemente interessata a chip specifici. Margrethe Vestager ha ritenuto che questo modello operativo aperto garantirà un accesso diffuso a chip a basso consumo energetico, anche da parte di piccole aziende e startup.

L’esigenza di creare un ecosistema europeo ampio e diversificato, non solo per favorire le economie di scala e l’efficientamento energetico, ma anche per allentare la dipendenza da altre aree del globo per l’approvvigionamento dei semiconduttori è uno dei principali driver che ha orientato le autorità europee a favorire questo tipo di partnership.

Certamente uno dei componenti della joint venture è asiatico, ma è altrettanto vero che condividerà know how e tecnologia con gli altri tre partner europei. Tsmc, inoltre, a differenza della maggior parte dei suoi competitor, è fortemente focalizzato sulla fabbricazione di chip per conto di altre società, soprattutto di design, come Nvidia, Qualcomm, Apple e Amd.

Tutto questo per dire che lo stabilimento Lfoundry di Avezzano svolge, fatte le dovute proporzioni, esattamente lo stesso tipo di attività. È un’azienda contoterzista che al momento lavora per un solo cliente.

LFoundry produce principalmente sensori di immagine per sistemi avanzati di assistenza alla guida. Tali elementi sono realizzati su wafer di silicio e impiegati nell’industria automotive. L’azienda è inoltre attrezzata per la produzione di dispositivi di potenza, un settore in crescita, soprattutto per ciò che riguarda componenti come inverter, convertitori e moduli di potenza, utilizzati nell’industria delle energie rinnovabili.

Eppure da anni, i dipendenti del sito produttivo di Avezzano, lottano costantemente per preservare i livelli occupazionali. Basti ricordare che nei vari passaggi di proprietà che si sono susseguiti in 30 anni, gli occupati sono passati da oltre 2.000 unità ai circa 1.200 di oggi. Una situazione paradossale rispetto al boom che sta vivendo il settore e alle politiche che sta mettendo in campo l’Unione Europea.

Fino a oggi la politica, pungolata da un sindacato molto presente, si è limitata a gestire le ricorrenti crisi, mettendo di volta in volta qualche pezza qua e là e strappando promesse temporanee all’azienda, oggi in mano ai cinesi, ma il senso della precarietà e dell’incertezza che vivono i dipendenti non è stato mai risolto.

Sarebbe responsabilità del Governo assumere un impegno lungimirante nella direzione illustrata dal Chips Act. La joint venture che si sta realizzando in Germania traccia il percorso da seguire. LFoundry ha competenze, skills e know how per inserirsi a pieno titolo nell’ecosistema europeo dei semiconduttori.

Piuttosto di sprecare tempo e energie nel cercare di influenzare il risiko bancario domestico che vede prede e predatori in lotta per stabilire nuovi equilibri sul mercato finanziario, la Meloni e i suoi ministri avrebbero miglior gloria se si occupassero di politiche industriali inerenti il settore dei semiconduttori dove l’ingresso del pubblico, oggi potrebbe perfino incontrare il favore dell’Europa.

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