Marsica – Morte per consunzione di un partito politico

Redazione
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Le discese ardite (e le [impossibili] risalite)

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Il recente risultato elettorale politico ha gettato letteralmente nel panico il Pd locale. Se quello aquilano, per bocca del dinosauro Stefania Pezzopane, ha potuto ostentare una qual certa indifferenza, mista alla soddisfazione per il risultato ottenuto nel capoluogo di Regione (peraltro non trascendentale, neppure a L’Aquila cittĂ  / peccato poi non stessimo parlando di elezioni comunali), in tutto il resto della disastrata Provincia, i numeri sono suonati come una distesa di campane a morto. Alla Camera, il logo del Pd non è arrivato al 23%, ed ora i Nostri eroi rappresentano, dicono gli impietosi dati, “solo” il terzo partito del territorio. Ma peggiore del dato complessivo, vi è quello parziale della Marsica, dove si è tornati ai livelli del primo Pds e ci si è attestati persino sotto in diversi paesi, tra il 20 ed il 15%, con la spiacevole sensazione di essere finiti in un vortice che a breve risucchierĂ  inesorabilmente il partito verso il fondo.

La reazione degli elementi piĂą fattivi del partito è stata quella di esercitarsi in una critica severa, e di produrre delle disamine e delle considerazioni sensate (tra queste, si segnala Alfio Di Battista di Capistrello), un fracco di buone intenzioni e diverse amenitĂ  (quali le parole d’ordine: «ripartiamo» e di tenore simile). Tuttavia, a guardar bene, si è notata, nell’assorbimento del colpo, pochissima autocritica, nel senso che chiunque abbia parlato, ha dato per inteso che le colpe risiedessero in altri compagni (o nell’indefinito vascello che tutti li ricomprende), e non nella loro personale azione o inazione. Costoro, i presunti responsabili, a loro volta non se ne sono dati minimamente per intesi, e – o perchĂ© non hanno compreso le proporzioni della rotta, o perchĂ© hanno ritenuto miglior tattica quella di far finta di nulla – non uno straccio di rappresentante di questo partito, erede di una tradizione ragguardevole in tema di autodafĂ© e di processure pubbliche, non ve n’è stato uno che abbia riconsegnato il mandato, ammesso un difetto, evidenziato una propria mancanza, considerando magari finita un’epoca e traendone le debite conseguenze. CosicchĂ©, ad oltre un mese dal voto, sul tavolo sono rimaste alcune ricette generiche e buoniste (del tipo “ritorniamo tra la gente”), nessuna idea di cosa fare e come. Soprattutto, con chi.

A noi, questa pare una nemesi. E’ giunta l’ora del redde rationem. Ed uscire da queste forche caudine sarĂ  molto difficile, se non impossibile, per il partito.

Nel mandamento di Pescina – il feudo di Gianfrancone in questi ultimi dieci anni – pochi cani sciolti, in massima parte di sinistra, si sono dannati, negli anni, ciclostilando e usando le bacheche e i bar, per contestare taluni metodi deteriori messi in campo dalla politica locale per amministrare il territorio. Detti cani sciolti sono stati trattati, dagli esponenti del Pd:

a) con benevola condiscendenza quando la rabbia si indirizzava contro l’oggettivamente inguardabile centrodestra dei nostri territori (non sia mai, se ne fosse potuto ricavare un beneficio nel risiko della gestione del sotto-sottopotere);

b) con compatimento, quando destinatari degli strali risultavano esponenti della loro parte politica (parte che, nel tempo, sempre meno è stato possibile distinguere dall’altra, essendosi totalmente uniformati metodi e vizi di comportamento, al punto che oggi ha gran fortuna chi li mette in un solo sacco, non senza ragione), se non loro stessi. Alla stregua di inguaribili romantici – rompiscatole – ignari persino dei fondamenti della politica, come gente che non sa stare al mondo (dove certe cose accadono, e si fanno, ecc… / Dio mio! Da dove sarĂ  sgorgato mai fuori un simile giacimento di becero cinismo?).

La fattispecie alla lettera b) è quella che realmente ci interessa. Anche quando, su alcune lotte, da parte di singoli esponenti Pd si è registrata la manifestazione di una certa empatia se non una convergenza, messi dinanzi all’aut aut di scegliere:

1) se continuare a stare, che so, con i Giuseppe Ciotti e con gli agitatori da bacheca di Cerchio, Collarmele, Aielli [o magari, addirittura, con noi di questo foglio] o;

2) se tutelare quella che Michele Fina (incarnazione vivente della decadenza della sinistra marsicana) e qualche esponente ben piĂą alto han chiamato «la Ditta» ovvero il partito [scelta lessicale infelicissima giacchĂ© nella Germania orientale per «die Firma», la ditta, si intendeva la Stasi / ma non è che uno che fa politica debba sapere queste cose…]…

Ebbene, immancabilmente i piddini hanno scelto di stare con il partito, la modalitĂ  2). S-e-m-p-r-e. Circostanza tanto piĂą grave in quanto il partito nel frattempo prendeva, nella Valle del Giovenco e dintorni, una deriva piuttosto evidente finalizzata al soddisfacimento dei disegni di pochi (qualche briciola è finita anche dalle parti nostre. Briciola) attraverso un abbraccio mortale con il centrodestra e l’adozione di contegni che avrebbero scandalizzato persino quei poveri coglioni stalinisti che tassandosi e privandosi del superfluo edificarono ai bei tempi del Pci la sezione di Pescina [sede, oggi, simbolicamente di proprietĂ  di un’oscura Fondazione dell’apparato che ha persino in animo di sfrattare gli iscritti di Fontamara: testimonianza della tristezza e dell’arroganza dei tempi].

Esiziale è il ritenere che un qualcosa sia eterno, e l’aver pensato che dopo aver scardinato tutti i movimenti alla propria sinistra, il Pd fosse la normale unica opzione di scelta per chiunque non soffrisse Berlusconi e Piccone. Calcolo miope che molto è costato a livello nazionale, e moltissimo in sede locale, dove la sostanziale acquiescenza alla chiusura dell’ospedale di Pescina (e della ComunitĂ  montana) e alla discarica di Valle dei fiori ha infine allontanato un gran numero di cittadini ed elettori dai rappresentanti del Pd. Per mezza parola detta in difesa dei presìdi ospedalieri di Pescina e Tagliacozzo, gli eletti marsicani di questo partito alla Regione hanno riempito intere pagine dei giornali narrandoci le sofferenze (certo vere, ma inconferenti) delle cliniche private di Avezzano… ed allora, si è chiesta la “vecchina” incatenata all’ospedale Rinaldi, quale differenza intercorre tra la sinistra e la destra? E perchĂ© dovrei andare a votare Pd – avrĂ  continuato a speculare la “vecchina” – quando questo partito ha retto il gioco a Chiodi e compagnia cantante, non trovando modo di contestare, una sola volta, il commissariamento della sanitĂ  regionale e l’esorbitante pretesa di ridisegnare, da Pescara, la mappa degli ospedali?

Oggi, in pochi si assettano simbolicamente – ma non è detto che non si organizzi proprio fisicamente, la cosa – con la coscienza pulita, dinanzi al Tribunale di Avezzano, e attendono di godersi lo spettacolo del corteo funebre che porterĂ  i libri del Cam dai giudici. Questi pochi possono continuare a professarsi di sinistra; o anche no, e nutrire l’orgoglio di essere stati, se non nel giusto o delle cassandre, avvertiti e sensibili per tempo sulle cause che oggi hanno puntualmente prodotto la metastasi che ha sepolto il Consorzio acquedottistico sotto una valanga di debiti. E la Politica seria insieme a quei debiti. Tanti amici del Pd invece sono in ambasce, e si agitano in cerca di una spiegazione impossibile, che li mondi da ogni colpa (collettiva) forse con nell’animo il rimorso di non aver fatto (personalmente) tutto quanto in loro potere quando si sarebbe potuto. E poco conta che la responsabilitĂ  “politica” del disastro sia anche di altri, noi su quegli “altri” non abbiamo mai fatto affidamento. Noi, forse semplicemente perchĂ© non potevamo, ma con quegli “altri” non abbiamo diviso e spartito nulla, soprattutto se appartenente alla collettivitĂ …

La rivincita è impossibile, cari amici del Pd, perchĂ© dopo aver retto il sacco al sistema, nessuno potrĂ  considerarvi nuovi, anche ammettendo la vostra buona fede di singoli. Buona fede che non vi monderĂ  dal peccato di essere rimasti integrati in quel meccanismo (che ha delle spire e dei gangli che si spingono in luoghi impensati, altissimi: ed è ovvio che i geometri di turno non siano che la penultima ruota del carro) che ci ha condotti al disastro. Buona fede che avrebbe dovuto spingervi, ad un certo punto – perchĂ© c’è sempre un limite, un’asticella che non si possono superare, che non si dovrebbe permettere si oltrepassino – proprio perchĂ© con le mani pulite, a ripudiare chi le mani se le andava pitturando: e non si sarebbe trattato di compiere dei gesti eroici ma solo di uscirsene, restituendo pubblicamente la tessera: se qualcuno avesse compiuto tale gesto, motivando una simile scelta, a tempo debito, ovvero contestando in campo aperto chi lo è stato (e neppure troppo) solo all’interno delle segrete della “ditta”, oggi quel qualcuno avrebbe pieno titolo a riprendersi le chiavi dell’esercizio e a tentare una risalita, di spalancare le finestre, rimettere fuori le insegne e ripartire, senza rischiare un sonoro pernacchio grillino. Chi è stato amico del Giaguaro, ora, invece, di resurrezioni non ne può pretendere, nĂ© patrocinarle. Non sarebbe credibile. E la gravitĂ  della situazione risiede nella quasi comica circostanza che persino gli sciamani dello sfascio, lungi dall’ammettere il proprio fallimento (o, in subordine, che per tutte le cose c’è un tempo), continuano a proporsi nelle vesti di coloro che dopo aver causato il danno escogiteranno anche la soluzione, beninteso rimanendo alla guida del Pd per altri venti anni, ed occupando tutte le poltrone possibili immaginabili. Scene pietose di fine regime, di piccoli grotteschi Ceausescu di paese che di sinistra ormai hanno solo la nominata.

Franco Massimo Botticchio

 

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