Mezza autobiografia involontaria

Giuseppe Pantaleo
16 Minuti di lettura

Mercoledì scorso ho evitato d’intervenire all’incontro presso Mammaròssa (L’informazione al dente); ho però promesso di scrivere ciò che avevo in mente per quell’occasione. La sezione della discussione che m’interessava maggiormente era la situazione dell’informazione nel posto dove vivo. Ciò che mi ha maggiormente colpito nell’introduzione è sapere che, alcune settimane fa, uno stesso identico comunicato è apparso su ben sei diverse testate giornalistiche locali – talvolta firmato. Ho scritto in modo non strutturale bensì «laterale» della questione (6 luglio 2024): i dati presi dai materiali pubblicati dal Comune e ripresi da questa testata erano e restano eloquenti oltre che inquietanti. Nel mio pezzo io invece rassicuravo: «la presunta manovra d’indirizzare l’informazione delle testate locali (tutte) non è evidentemente riuscita»; ciò significava anche che l’Amministrazione avrebbe dovuto cambiare tattica almeno nei confronti della testata «ostile» (hostis = nemico). Dipingevo un paesaggio senz’altro meno fosco: lo spazio politico, giuridico ed economico europeo mette i citoyen nella condizione di evitare – qualora lo volessero – un’informazione a senso unico. Ho parlato degli effetti collaterali dell’attuale sistema: l’inedita «imponente quantità d’informazione diffusa dal Palazzo di città» che però non l’aveva resa una casa di vetro. Mi era giusto capitato di appuntare, il 28 ottobre 2022: «Anche oggi niente da fare per la notizia che aspetto da un paio di settimane. Il corposo staff (comunicazione) del sindaco non fa sapere ai cittadini dell’avvenuto restauro dei numerosi spartitraffico sparsi per la città. Eppure, non è cosa da poco.», in Fieldwork 2021-23 (2024). Ho scritto anche: «È mia impressione che è difficile risalire a chi realmente scriva i comunicati stampa o proferisca parola». Un «virgolettato» è dovuto al tipo nominato, a qualcuno del composito staff, al redattore della testata che pubblica?

Nello stesso giorno, qualcuno mi ha inviato uno screenshot preso da Facebook, l’autore Germanico Patrelli è direttore di Marsica-Web ed è riconducibile all’apparato mediatico che ruota intorno allo staff del sindaco Di Pangrazio; lo scritto riguarda me, anche se non sono indicato con nome e cognome – parlare di un «illustratore» in queste parti, da anni, equivale a dire un sindaco di Avezzano, un vescovo dei Marsi. («Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare» per dirla con don Lisander). Non ho mai avuto a che vedere né con lui, né con la sua testata giornalistica. Sono rimasto sorpreso, perché altri – su Site ma non solo – erano stati più assidui su quel tema e soprattutto, ci erano andati giù duro molto più di me. Perché proprio io? Pubblico la parte che mi riguarda, uno degli «stracci della storia» da interrogare, far parlare.

«Io credo che alcuni che si definiscono illustratore e grafico oltre a mentore della mobilità sostenibile debbano per prima cosa capire chi sono e cosa fanno o hanno fatto nella loro vita, poi, capire cosa scrivono e rileggersi a iosa… Perché veramente il disagio si manifesta nella scrittura. Non solo quello fisico ma anche quello mentale! […]»

Io invece ho riletto a iosa proprio il suo scritto e ho qualche appunto da fare. «Illustratore e grafico», occupa tre quarti del primo rigo della mia bio, sotto ogni pezzo pubblicato. «Chi sono io?» è modernariato, roba del secolo scorso; già negli anni Ottanta ci si scherzava su tra amici: «Chi siamo? Dove andiamo? Soprattutto: quanti ne siamo? Quante macchine servono?». (Torno più avanti sulla «mobilità sostenibile»). Che cosa ho fatto finora? Se quel pubblicista avesse finito di leggere il primo rigo e un pezzo del secondo della mia bio, avrebbe saputo che avevo scritto una quindicina di libri su Avezzano – dati 2014. (Neanche a farla apposta, alcune settimane prima, avevo casualmente ricordato – tra il serio e il faceto anzi, più il secondo – che alcuni miei pezzi erano finiti in una mostra niente meno che alla Collezione Peggy Guggenheim, trent’anni fa – apparivo nell’indirizzario dell’Associazione Illustratori). Un mio curriculum è pubblicato su internet oltre a vari pezzi e citazioni che mi riguardano; molti dei miei quarantuno titoli editati sono reperibili in libreria o in qualche biblioteca. I manifesti, le locandine, i dépliant, i calendari che ho realizzato per Avezzano in una quarantina d’anni d’attività, sono tutti apparsi – perché tali – in luoghi pubblici; una parte di quel materiale ha trovato spazio in tre mostre, di cui una ad Avezzano nel 2001 nei locali adesso occupati da Pro loco – ok, c’era più spazio prima. (Neanche una passata veloce all’indice dei nomi nel volume Avezzano Storia della città moderna, stampato in migliaia di copie…) Il pubblicista Germanico Patrelli dovrebbe inoltre dimostrare con qualche documento che le mie dita fanno altro da quello che ordina loro il mio cervello. (Dovrei capirci abbastanza di lingua italiana; la mia lunga frequentazione delle tipografie mi ha fatto assegnare in diverse occasioni la correzione – talvolta anche l’editing – di diversi libri, una parte di queste operazioni è registrata in una quindicina di credits). E poi, nel caso di una mia grave malattia mentale anziché giocherellare su Facebook avrebbe fatto meglio a contattare, senza indugi, il locale Centro d’igiene mentale, la Polizia di stato o… i «forestali», le guardie del Pnalm per un abbattimento selettivo, casomai. Lo stesso autore poteva chiedere direttamente al sottoscritto se io soffrissi del disagio «fisico» che egli mi attribuisce; poteva anche sfruculiare presso la locale Asl: ho mai richiesto un bonus disagio fisico? Poi aggiunge un mio disagio «mentale»; il componente dell’apparato mediatico che ruota intorno allo staff del sindaco, avrebbe dovuto – nuovamente – informarsi, documentarsi all’Anagrafe se nelle settimane, i mesi precedenti il mio scritto, fosse morto uno o più dei miei figli, una o più delle mie mogli. (Anche, se sono semplicemente entrato presso qualche centro per l’impiego avendo perso il lavoro – non mi avrebbe filato nessuno per raggiunto limite d’età). Pur trovandosi con il nulla in mano, il novello critico letterario è riuscito addirittura a vedere – «veramente», ça va sans dire – i riflessi della somma di quei due disagi nelle cose che ho scritto in quell’occasione… (Niente di nuovo per qualcuno dello staff, si tratta di utilizzare termini o espressioni di cui s’ignora il significato – «boulevard urbano», «agorà identitaria», ecc.). Nella parte finale dedicata alla testata giornalistica Site, si parla nuovamente di «disagiati» (disagiati de che?) a proposito dei redattori, di chi ci scrive e di chi la frequenta – ‘Mama weer all crazee now’ come dire: ‘Mal comune mezzo gaudio’. (Potendo interessare il capistrellano Danilo Murzilli fisarmonicista – altro membro dello staff di Giovanni Di Pangrazio – ha approvato il testo del «collega». Ripeto: il gruppo di cui si circonda il sindaco è formato da persone molto diverse tra loro).

Germanico Patrelli mi ha attaccato sul lato personale; domanda: quel membro dell’apparato mediatico che ruota intorno allo staff del sindaco poteva ribattere nello specifico, quello che io ho scritto? La risposta è NO, perché proprio in quel pezzo dello scorso 6 luglio io citavo tre opere pubbliche su cui avevo mostrato il mio apprezzamento (restyling di piazza San Bartolomeo, asfaltatura dello spiazzo compreso tra le vie M. Celio e degli Eroi, area su via M. Kolbe). Non andava bene che cosa perciò? (Qui arrivo al nocciolo della questione). Io avrei dovuto ripetere pedissequamente anche i contenuti della comunicazione istituzionale, comprese le «licenze poetiche» e gli «asini che volano». Niente da ridire circa le saltuarie indorature di un’opera pubblica, altrettanto se s’ingioiella il lavoro di asfaltatura di una stradina: annoia quando ciò diviene norma. Nel mio pezzo avevo citato, a proposito via M. Kolbe: «In questo modo – conclude [Emilio] Cipollone – riusciamo a dare una risposta alla necessità di parcheggi per le auto e, allo stesso tempo, alla necessità di fluidificare il traffico nel quadrante in questione, evitando file ed ingorghi.» (MarsicaLive, 16 giugno 2024). Ecco, la realtà è ben diversa; inoltre, non sta scritto da nessuna parte che un’area erbosa o terra battuta di tot mq possa ospitare più automobili parcheggiate di quelle che già ospita una volta asfaltata, ricoperta di Nutella, petali di rosa o diamanti, né tanto meno che un parcheggio – già esistente tra l’altro – possa addirittura ridurre gli ingorghi stradali. Parlo da laureato in Architettura alla Sapienza di Roma; può affermare lo stesso un ingegnere, un fisico, un matematico, un qualsiasi idraulico. (Ignoro se esistesse un rapporto tra il brano ripreso da MarsicaLive e la sopra citata «mobilità sostenibile», che è una politica a differenza del discorso gelidamente tecnico che io avevo svolto). Lo scritto di Patrelli permette di scoprire qualcosa d’altro, di secondario. Come si chiama quella situazione in cui si può esprimersi solo in una maniera? In Italia utilizziamo il termine fascismo che nel caso avezzanese è però un eufemismo, indicando esso una cultura affermatasi in pieno Novecento mentre qui ci si trova davanti a un modus operandi molto country, ante-Rivoluzione (1789).

L’esempio peggiore di «asino che vola» risale ancora a quest’estate ed è legato a un concerto. «Le 25 mila persone che sono state presenti al concerto di Elettra Lamborghini» – «virgolettato» apparso su testate on-line locali, evito il nome di chi ha tirato fuori un simile dato. Da oltre mezzo secolo, leggo le cronache di concerti, manifestazioni e vari appuntamenti pubblici; i dati della partecipazione – da parte delle forze dell’ordine e degli organizzatori – non coincidono mai: il rapporto massimo è, raramente, rispettivamente uno a tre. In quest’occasione è spuntato un solo dato, qualcuno l’ha smentito seccamente su Facebook com’era largamente prevedibile. (Secondo il mio calcolo, il pubblico è stato sei volte inferiore a quella – a dir poco – fantasiosa cifra). Vi sono state delle ricadute riguardanti il numero dei frequentatori di quei siti, dopo una simile enormità? No, a occhio e croce.

Ho trattato di un frammento di vita avezzanese in cui appaiono diversi attori: chi scrive e invia, chi pubblica, chi legge e ne discute in giro. Adesso immagino tutte le persone rappresentate da queste figure – una cifra a quattro zeri – impegnate in un’associazione, un sindacato, una squadra sportiva, un partito, un’istituzione: che cosa può venirne fuori, di buono?

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Lavoro come illustratore e grafico; ho scritto finora una quindicina di libri bizzarri riguardanti Avezzano (AQ). Il web è dal 2006, per me, una sorta di magazzino e di laboratorio per le mie pubblicazioni.