Nel paese dove la borsa è vista come il black jack, il governo decide che il Btp non va nel calcolo Isee

Alfio Di Battista
Alfio Di Battista
13 Minuti di lettura

L’ultima alzata d’ingegno del governo, per l’ok della UE all’aumento del debito in cambio della ratifica del MES è, tutto sommato, coerente con un certo approccio del risparmiatore italiano all’investimento. La trovata dello scorporo dei titoli di Stato dal calcolo ISEE è puro marketing. Ormai siamo oltre il tre per due, altro che black Friday

Nei giorni scorsi, quando la dialettica sulla manovra finanziaria si era fatta più intensa, il tema del MES era tornato a insidiare le malferme certezze della Meloni, non più così granitiche come quando faceva la pasionaria all’opposizione. L’Italia resta oggi, l’unico paese a non aver ancora ratificato la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità, almeno fino a fine mese.

La narrazione sovranista della Presidente del Consiglio, quando era in minoranza, descriveva il MES con le sembianze di una figura mitologica. Il Fondo Monetario Internazionale era rappresentato come un Cerbero dagli occhi fluorescenti e spietati, pronto a divorare quel poco che restava del Bel Paese.

Succede poi che ti ritrovi a governare e di necessità fai virtù. Di qui la brillante idea di scambiare la ratifica della riforma del MES con l’assenso della Commissione Europea allo sforamento del deficit. Quindi manovra con più spesa, finanziata a debito con i famigerati BTP People. Nulla a che vedere con la variopinta rock band che cantava Y.M.C.A. ma solo austeri titoli di stato, i preferiti dalla middle class dell’Italian Village.

L’ultima emissione di BTP Valore, trainata da una campagna di marketing degna del black friday, si è conclusa con sottoscrizioni che hanno superato i 17 miliardi di euro e con l’ampia soddisfazione del governo che ha potuto finalmente dar fondo a tutta la retorica nazional populista dell’oro alla patria.  

L’Italia agli italiani, assieme a tutto il debito, circa 50mila euro a testa, neonati compresi, tanto poi ce lo ricompriamo noi stessi! In pratica è come se una famiglia: padre, madre e 2 figli, con 200.000 euro di debiti, li estinguessero con la liquidità che sta sul conto di famiglia, usata come prestito in cambio di una scrittura privata con cui la famiglia corrisponde a se stessa il 4% di interesse annuo per 5 anni.

Supponendo che padre e madre lavorino entrambi, e producano 48.000 euro di reddito netto l’anno, da questo dovranno accantonare 8000 euro per “pagare gli interessi” stabiliti con la scrittura privata, i BTP. In sostanza, nell’arco di 5 anni si saranno impoveriti di 40.000 euro, senza contare che dovendo rimborsare a se stessi il prestito di 200.000 euro, rischierebbero di ritrovarsi sotto un treno, allora non resta che rinnovare il debito continuando a erodere la ricchezza prodotta a discapito dei figli.

Spero l’esempio chiarisca il motivo per cui un paese che non frena l’aumento del debito pubblico, impoverisce sempre più i suoi cittadini. La politica lo sa, il problema è che nessuno si fa il minimo scrupolo nel continuare a mettere in campo politiche di bieco populismo fondate sul debito che ruba la speranza ai giovani. Un vero e proprio azzardo morale.

Purtroppo i disastri non arrivano mai da soli, e così, l’ulteriore alzata d’ingegno dell’attuale governo, dopo aver ottenuto l’ok dalla UE sull’aumento del debito in cambio della ratifica del MES, è stata la genialata dello scorporo dei titoli di Stato dal calcolo ISEE. Marketing spicciolo per rendere le emissioni di BTP ancora più accattivanti, ormai siamo oltre il tre per due, altro che black Friday.

Ma al peggio non c’è mai fine. Infatti i commenti del PD e di tutto ciò che sta alla sua sinistra più quello che gli sta sopra e sotto, come il M5S, sono a dir poco deprimenti. Per l’opposizione, la questione ISEE sarebbe un altro regalo ai ricchi, che per carità, qualcuno avrà pure qualche piccolo vantaggio, ma ce lo vedete voi un ricco, investire qualche milione di euro in BTP per rimediare lo sconto per i figli alla mensa scolastica, allo scuolabus o all’università?

I ricchi non investono in BTP, se lo fanno è per diversificare il portafoglio, fidatevi! Come al solito però, chi sta all’opposizione non riesce mai ad andare oltre la becera e strumentale ordalia delle urla rivolte al dito che indica la luna. L’obiettivo vero non è far capire, spiegare, provare a raccontare come stanno le cose, ma solo lucrare facile consenso continuando ad alimentare l’ignoranza.

Ma il problema non finisce qui perché parliamo di scelte politiche estremamente dannose. Il mondo della consulenza finanziaria e l’industria del risparmio ne subiscono gli effetti deleteri. Anni di applicazione per spiegare ai risparmiatori cos’è il rischio di un’attività finanziaria, anni di studio per stabilire il corretto rapporto fra il profilo di rischio di un cliente e la sua asset allocation ideale.

Tutto l’impegno profuso e tutti gli anni spesi per fare cultura finanziaria fra i risparmiatori, per favorire un approccio più consapevole alle scelte di investimento, anni per veicolare il concetto che l’investimento in azioni non è il gratta e vinci ma componente strategica di un portafoglio finalizzata a rivalutare in termini reali il patrimonio.

Tutto inutile se le istituzioni per prime, con scelte scellerate, dettate dalla disperazione, distruggono ogni cosa, fanno tabula rasa di quel poco che era germogliato in termini di cultura finanziaria. La priorità è fare cassa, alimentare il consenso oltre che ulteriore debito pubblico.  

Le perdite subite dai risparmiatori in anni recenti per via dell’azzeramento delle obbligazioni bancarie, dalle banche Venete a Banca Marche, da Banca Etruria, a Tercas e Popolare di Bari passando per la lunga agonia di MPS non hanno insegnato nulla. Nessuno che abbia spiegato ai compiaciuti sottoscrittori di BTP che le emissioni successive al 2012 sono assoggettate alle CACs, le clausole di azione collettiva.

Sulle famigerate CACs, Salvini e la Meloni non si esprimono. L’uno balbetta e manda bacioni, l’altra evita l’argomento. Sta di fatto che le clausole di azione collettiva scattano quando un paese, in difficoltà a finanziarsi, chiede aiuto alla Commissione Europea, avendo esaurito tutti gli altri strumenti di sostegno messi a disposizione.

Sui BTP emessi dopo 2012, le clausole di azione collettiva possono essere esercitate fino a un tetto massimo del 45% dei collocamenti annui. Un modo per dire che il 45% di un investimento potrebbe essere azzerato e non rimborsato. Così è più chiaro? Dal 2022 la riforma del trattato inserisce una modifica che consente ai creditori di acquisire il voto valido per più emissioni in un’unica assemblea.

L’approvazione a maggioranza, in una sola assemblea unitaria, consente di decidere per tutte le serie di un dato titolo, senza la necessità di votare per ogni singola serie emessa, con notevole risparmio di tempo. L’Italia, data l’entità del suo debito, ha solo una strada per non dover mai attivare una richiesta di intervento del MES.

Mantenere un basso livello dei tassi di interesse dei titoli di Stato, ma questo non dipende solo da lei, però può attuare politiche che spingano la crescita del Pil in modo da tenere alto il saldo primario con razionalizzazione della spesa da un lato, e contrastare l’evasione fiscale dall’altro. A qualcuno risulta che questi obiettivi siano stati realizzati?

È chiaro che la pandemia ha cambiato tutto. Col patto di stabilità saltato per consentire ai governi di spendere per sostenere famiglie e imprese, il debito pubblico italiano è lievitato fino al 145% del PIL contro una media UE del 91%. È la naturale conseguenza della maggiore spesa e delle minori entrate.

Per adesso, i primi giudizi espressi dalle società di rating sul debito del nostro paese danno un outlook stabile ma la fine degli acquisti da parte della BCE dei titoli dei paesi europei innesca qualche timore sul collocamento delle future emissioni di titoli di Stato, potenzialmente declassabili e quindi non più acquistabili da parte dei grandi fondi d’investimento internazionali.

In tutto questo si inserisce il fondo di dotazione per il sostegno alle banche in difficoltà, il così detto backstop, che inizierà a funzionare dal prossimo anno. Questo fondo entra in azione quando viene attivato il bail-in. Il rialzo dei tassi di interesse però, ha rimpolpato i bilanci delle banche allontanando il pericolo, per ora.

Tuttavia abbiamo imparato, a nostre spese, che il bail-in finisce inevitabilmente per coinvolgere i clienti delle banche risolte. Il MES, attraverso un fondo dedicato alle banche, può attivare risorse fino a un massimo del 5% del passivo della banca sottoposta a bail-in

L’aspetto più delicato della riforma riguarda l’unione bancaria rispetto alla quale i tedeschi non solo pretendono una drastica diminuzione dei titoli di Stato dai bilanci delle banche, ma anche che ciò avvenga eliminando per primi, i titoli di minore qualità, quelli di rating più basso. Per questo dal suk romano irretiscono il popolo con le sirene che cantano le magnifiche sorti e progressive del BTP.

L’invito a sbarazzarsi dei titoli di Stato, rivolto alle banche italiane, non è un attacco alla stabilità finanziaria del nostro paese ma molto più prosaicamente un invito a ottimizzare i bilanci degli istituti per renderli più stabili e forti, tanto ci sono i cittadini pronti a sottoscriverli in un afflato di amor patrio.

Le banche italiane, dopo la crisi finanziaria del 2008, hanno investito in maniera massiccia sui titoli di Stato perché rendevano di più rispetto al credito, e erano privi di rischio. Le banche italiane hanno molti Btp nei loro bilanci, per questo la stabilità degli istituti è messa a rischio.

Ecco perché la bocciatura della qualità del nostro debito pubblico si ripercuote sulle banche, che negli scenari più negativi, potrebbero essere costrette a costose ricapitalizzazioni a carico dei soci, pur senza escludere i risparmiatori nei casi in cui fosse necessario attivare il bail-in.

Nell’ottica UE, rafforzare patrimonialmente le banche, soprattutto quelle italiane, vuol dire diminuire la loro esposizione sul mercato domestico dei titoli di stato, esposizione che, assorbita dal pubblico indistinto dei risparmiatori, trasferirebbe il rischio su questi ultimi. È più chiaro?

Molti hanno già dimenticato di quando i nostri sovranisti all’amatriciana erano minoranza e volevano uscire dall’euro per tornare ai vecchi fasti della liretta, e nel totale disimpegno di chi fa opposizione, potevano permettersi di dire qualunque sciocchezza, teorizzando la stampa monetaria infinita su basi autarchiche.

L’idea di poter far debito come se non ci fosse un domani resta ben radicata nella politica italica. Salvini chiede miliardi per il ponte sullo stretto di Messina e la destra sociale non lesina l’ennesimo condono fiscale. Può la politica italiana risolvere i problemi del paese quando essa stessa è uno di questi?  Einstein era stato molto chiaro al riguardo «Non si può risolvere un problema con lo stesso pensiero che l’ha originato.»

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