«Non era ancora jazz»: ad Avezzano la storia afroamericana che ha cambiato il mondo

grandecapoRedazione
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L’auditorium “Ignazio Silone” ha ospitato la presentazione del libro di Giancarlo Vincenzo Coccia, un viaggio di tre secoli e mezzo nelle origini della musica più influente del Novecento. Con musica dal vivo, il racconto di schiavitù, contaminazioni e resistenza che hanno dato vita al jazz.


«La musica ha il grande potere di unire anziché di dividere. E laddove ci sono disuguaglianze, riesce a creare dei ponti per dare vita a qualcosa di magnifico.» Con queste parole Federico Falcone, che ha moderato l’incontro con vivace competenza, ha aperto questo pomeriggio all’auditorium “Ignazio Silone” di Avezzano la presentazione di Non era ancora jazz. Storie, suoni, culture all’origine della musica afroamericana, il nuovo saggio di Giancarlo Vincenzo Coccia, edito da Florestano Edizioni.

La sala – gremita di appassionati, volti noti e amici ritrovati – ha accolto l’evento organizzato dall’Associazione Harmonia Novissima, con il patrocinio del servizio Politiche Culturali della Regione Abruzzo, rappresentato dalla direttrice della sede dottoressa Anna Maria Marziali e dalla funzionaria regionale dottoressa Fernanda Mancini. A rendere la serata ancora più vivace, due musiciste straordinarie – Linda Valori alla voce e Paola Crisigiovanni al pianoforte – che hanno intrecciato gli interventi dell’autore con intermezzi musicali di grande qualità: da un pezzo evocativo dei ritmi africani originari fino a sorprendenti riletture di Besame Mucho e di un brano di Joni Mitchell, a testimonianza di quanto il jazz sia «molto più ramificato nella nostra società di quanto vogliamo credere».

Un amore di cinquant’anni, diventato libro

Coccia ha esordito con una premessa disarmante: «Non sono assolutamente un musicista.» Eppure è proprio questa distanza dall’approccio tecnico ad aver reso possibile un libro che parla di jazz soprattutto come fenomeno storico, umano e culturale. La passione per questa musica risale alla prima metà degli anni Settanta, quando a soli vent’anni conduceva trasmissioni radiofoniche a Radio Monte Velino – «due volte a settimana, dal 1975» – e poi a Radio Antenna Futura, emittente da lui stesso cofondata. «Se non ci fosse stata quell’esperienza,» ha detto, «non ci sarebbe stato questo libro.»

Quello che l’ha sempre affascinato non è tanto la tecnica musicale quanto il mistero delle origini: come un genere musicale così potente non sia nato dal genio di un singolo compositore né da una scuola accademica, ma si sia formato in modo lentissimo, «nell’arco di tre secoli e mezzo», attraverso la storia quotidiana di milioni di persone.

Tre secoli e mezzo di incontri, violenze e resistenza

Il cuore del saggio – e dell’incontro di oggi – è la ricostruzione di quel lungo viaggio. Tutto inizia con la tratta degli schiavi: dodici milioni e mezzo di africani strappati alle proprie terre e deportati oltre oceano, di cui circa due milioni morti durante la traversata. Arrivati in un continente che aveva già distrutto le culture preesistenti, trovarono un mondo stratificato: da un lato i coloni puritani con i loro salmi, le ballate scozzesi, la musica colta dei latifondisti che replicava i modelli europei (Händel era il musicista di corte prediletto finché i territori rimasero sotto la corona inglese); dall’altro, nelle piantagioni, gli schiavi che di notte, in clandestinità, cercavano di preservare i propri riti attraverso le percussioni e la ritmicità vocale.

Da questo incontro traumatico nasce la prima forma musicale autenticamente americana: gli spiritual. «Attraverso la conversione al cristianesimo,» ha spiegato Coccia, «inizia un modo diverso di cantare i salmi, in una situazione di analfabetismo musicale e trasmissione orale, che recepisce influenze diverse.» Col tempo gli spiritual diventano anche codici di comunicazione clandestina, strumenti per organizzare le fughe verso gli stati del Nord.

New Orleans, il crogiolo del mondo

La domanda cruciale posta da Falcone – «quando nasce il jazz, cosa vuole comunicare?» – ha aperto una riflessione lunga e densa. New Orleans, ha spiegato l’autore, non è stato solo il luogo fisico della nascita del jazz: è stato il punto di massima intensità del melting pot americano. Oltre alle influenze africane e anglosassoni, lì arrivò anche l’immigrazione caraibica, portatrice di un’ulteriore stratificazione di ritmi e stili formatisi anch’essi da secoli di incontri tra schiavi e colonizzatori spagnoli e portoghesi. Un ruolo fondamentale lo ebbero i créoles, comunità di origine mista che avevano sviluppato un proprio universo culturale ed erano già musicalmente molto evolute.

Il jazz delle bande marcianti di New Orleans – quelle che ancora oggi sfilano nelle strade della città nei funerali e nelle feste – contiene «cose che arrivano dall’Africa» travestite da ottoni europei. Solo negli anni Venti Louis Armstrong introduce il concetto dell’assolo, rivoluzionando il modello collettivo dell’improvvisazione simultanea che caratterizzava il primo jazz. Il libro di Coccia si ferma esattamente lì: al momento in cui quel genere viene battezzato con un nome, «quando viene inciso il primo disco con la parola jazz». E già lì c’è la prima grande contraddizione: quel disco è registrato da un gruppo interamente bianco, l’Original Dixieland Jazz Band, con due musicisti di origini siciliane.

Il jazz come linguaggio della giustizia sociale

Il filo conduttore dell’intera conversazione è stata la dimensione politica del jazz: un genere che, come ha ricordato Coccia citando la pianista Curt Davis, «è sempre stato legato alla giustizia sociale» e in cui «ogni volta che si sale sul palco e si suona, è un gesto di sfida». È per questo che il tour di presentazione del libro – promosso insieme a Harmonia Novissima e all’editrice Roberta Magarelli di Florestano Edizioni – non è una semplice serie di conferenze ma un progetto che unisce sempre la parola alla musica: gli intermezzi di Linda Valori e Paola Crisigiovanni ne sono stati questa sera la dimostrazione più eloquente.

In Italia il jazz arrivò tardi: solo dopo la seconda guerra mondiale, con le truppe americane e la musica di Glenn Miller, mentre la Francia lo aveva scoperto già negli anni Venti (il periodo Josephine Baker). Il ritardo aveva una causa precisa: «Per vent’anni i musicisti jazz non erano venuti in questo Paese perché avevano un colore della pelle un po’ diverso.» Una battuta asciutta, accolta con silenzio compreso dalla sala.

Tra Coltrane e Nietzsche, una serata che non vuole finire

Falcone ha strappato all’autore anche qualche confessione personale: il disco che lo ha «stregato» da ragazzo è A Love Supreme di John Coltrane; il mentore musicale della sua formazione è stato un vicino di casa, Antonio Del Gusto, che gli prestava dischi a non finire; e alla domanda sul podio dei jazzisti preferiti, Coccia ha risposto senza esitazioni: Duke Ellington primo, John Coltrane secondo, Louis Armstrong terzo.

L’ultima domanda della serata è stata ispirata a Nietzsche: «La vita senza la musica sarebbe un errore. Sei d’accordo?» «Non posso non esserlo,» ha risposto l’autore, aggiungendo di essere cresciuto in una famiglia dove «i momenti di silenzio erano molto difficili da avere», con un fratello musicista («quello bravo, quello simpatico») che aveva portato la musica classica accanto al jazz fin dall’infanzia.

I proventi al Fondo ROBI

Prima dei saluti, Coccia ha rivelato la destinazione dei propri proventi dalla vendita del libro: il Fondo ROBI, istituito nel 2025, che sostiene donne in situazioni di fragilità e vittime di violenza non con aiuti una tantum ma attraverso «l’inserimento stabile nel mondo del lavoro». In dieci mesi, tra Italia, Ruanda e India, il fondo ha già raggiunto oltre 200 donne. Per il 2027 è prevista l’istituzione di un centro antiviolenza a Carrara, con il supporto di Ferrovie dello Stato e SNAM. «Attraverso l’acquisto del libro,» ha concluso Coccia, «si interviene anche su questo versante.»

Dopo una doppia dose di bis musicali – concessa con entusiasmo dalle dottoresse Marziali e Mancini ben oltre l’orario previsto – la serata si è chiusa con il firmacopie dell’autore. Il libro è disponibile presso la libreria Ubik di Avezzano, presente all’evento con un proprio allestimento.


Giancarlo Vincenzo Coccia, Non era ancora jazz. Storie, suoni, culture all’origine della musica afroamericana, Florestano Edizioni.

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