«Omaggio a Caroline White»: il convegno sull’antropologa che ha raccontanto il Fucino profondo – VIDEO

Redazione
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Un pomeriggio di ricordi, riflessioni scientifiche e commozione autentica ha animato l’Aula consiliare del Comune di Luco dei Marsi il 1° maggio 2026.

L’occasione, il convegno «Omaggio a Caroline Frances White», organizzato dal circolo ARCI Territori in Movimento e da Aleph Editrice in collaborazione con il Comitato Festa 1° Maggio e con il patrocinio del Comune di Luco dei Marsi.

Motivo del titolo: ricordare l’antropologa sudafricana scomparsa il 29 dicembre 2025, che negli anni Settanta scelse Luco dei Marsi e Trasacco come campo della sua ricerca sul potere locale, poi confluita nel volume Padrini e ideologie, l’edizione italiana delle ricerche della White pubbicato da Aleph editrice e presentato esattammente 30 anni fa – il primo maggio 1996 – proprio nell’aula consiliare del muncipio di Luco dei Marsi alla presenza dell’autrice.

In realtà si è trattato di un doppio anniversario — trent’anni dell’edizione italiana e i cinquant’anni della ricerca sul campo effettuata dalla White — per un libro che, come ha ricordato più di uno degli intervenuti, rappresenta «una pietra angolare» degli studi sul Fucino.

In prima fila, silenziosi e visibilmente commossi, sedevano sei familiari di Caroline White giunti dall’Inghilterra: il marito John Tosh, la sorella Kate, la figlia Kate Armon, il figlio Simon Richards, la nuora Soun Richards e il nipote Jordan Richards. Tre generazioni a testimoniare, in presenza, l’eredità di una donna che ha dedicato la propria vita alla ricerca e all’impegno civile.


Il moderatore Antonio Socciarelli, editore e archivista, ha aperto i lavori ricordando come Caroline White — qui citata affettuosamente anche come «Carolina» — avesse scelto questo «angolo» d’Italia per svolgere una ricerca sui sistemi di potere locale, un lavoro poi restituito alla comunità attraverso la pubblicazione dell’edizione italiana curata da Angelo Venti. Prima di dare il via agli interventi, ha voluto rendere omaggio alla sindaca Marivera De Rosa, recentemente scomparsa, che avrebbe dovuto presiedere l’evento: un applauso lungo e sentito ha riempito la sala.


Il vicesindaco Giorgio Giovannone ha portato i saluti dell’amministrazione, inquadrando il territorio: «Luco dei Marsi e il Fucino custodiscono una storia complessa, attraversata da trasformazioni profonde e tensioni sociali», ha detto, ricordando le vicende legate alla terra dopo il prosciugamento del lago e i conflitti che ne seguirono. Il lavoro della White, ha aggiunto, «contribuì in maniera fondamentale a decodificare questi meccanismi, offrendo chiavi di lettura illuminanti sui sistemi di perpetuazione dei rapporti di soggezione e sulle appartenenze ideologiche che strutturano la vita politica e sociale».


Camillo Cherubini, presidente del Comitato Festa 1° Maggio, ha ricordato di aver visto da bambino «questa signora straniera, alta, bionda» entrare nelle case, ascoltare, partecipare alle assemblee — convinto, allora, che tutto quello non sarebbe mai diventato un libro.


John Tosh: «Per Caroline Luco era un luogo mitico»

In rappresentanza della famiglia ha preso la parola John Tosh, storico e marito di Caroline per venticinque anni.

Con un italiano appreso in gioventù ma dal quale traspariva ogni sforzo d’affetto, ha raccontato come Luco dei Marsi fosse diventato un luogo leggendario nel loro quotidiano londinese: «Parlare di Luco per noi era un gioco, una comunità vivente, un luogo di amicizia di cinquant’anni». Ha poi spiegato che le visite della moglie si erano interrotte con la pandemia del 2020 e che poi la malattia, durata tre anni, aveva impedito ogni ritorno: «Caroline è morta il 29 dicembre scorso. Noi familiari siamo qui al suo posto per un atto prezioso di rimembranza».


Primo relatore, Sinibaldo De Rosa — originario di Luco dei Marsi, ricercatore in antropologia e arti performative, con esperienze di studio tra Bologna, Oxford e la Turchia — ha offerto l’intervento più personale. Nato nel 1985, ha detto di aver conosciuto il libro di White «quando circolava» nella comunità, di esserne rimasto profondamente colpito, tanto da scegliere l’antropologia come percorso di studi. Lo ha definito non uno «specchio» — metafora usata da altri — ma una «macchina del tempo»: «Scopri un po’ da dove veniamo e cosa è successo prima. Ti aiuta a capire, a trasportarti nel tempo».

Ha poi raccontato l’episodio del loro incontro, avvenuto nel 2018: cercando un referente per presentare un paper all’Università di Oxford, trovò il nome di Caroline White nella lista degli antropologi dell’organizzazione britannica. Le scrisse, lei accettò, venne ad ascoltarlo e lo invitò a pranzo. «Da allora in poi è stata molto incoraggiante per il mio percorso di studi». Ha ricordato anche la sua cifra intellettuale come correttrice di una sua tesi: «Lei l’aveva definitamaximalist, perché mettevo troppi fronzoli. Mi ha aiutato a togliere il superfluo e andare al punto».

Nella parte più critica del suo intervento, De Rosa ha descritto la carriera accademica di White, incluso un conflitto istituzionale a fine anni Novanta tra il suo dipartimento e una dirigenza universitaria sempre più orientata alla logica manageriale e commerciale. «Ha rivendicato il fatto che le università devono essere luoghi dove si articola il dissenso, dove i docenti non sono dei service provider». Ha poi lasciato aperte alcune domande su cosa Caroline osserverebbe oggi nel Fucino: le dinamiche migratorie, il razzismo come «elefante nella stanza», il lavoro che cambia, il senso di comunità nell’era digitale.


Lo storico Luigi Piccioni, docente di Storia economica e contemporanea all’Università della Calabria, originario di Avezzano e autore del volume “Marsica vicereale, Territorio,economia e società tra Cinque e Settecento“, ha proposto una riflessione sul senso profondo di quest’incontro di oggi a Luco. «Noi qui stiamo facendo tre cose», ha esordito: riflettere su un universo sociale e culturale «emblematico delle tensioni che attraversavano l’Italia e il mondo», rivendicare la moralità di quel mondo e valutarne l’attualità, e celebrare una figura esemplare.

Ha poi fatto una confessione intellettuale: nel 1997, recensendo il libro “Padrini e ideologie” su Abruzzo Contemporaneo, lo aveva definito «teneramente desueto» e la posizione di White «probabilmente patetica», perché lo vedeva come il frutto di un’epoca chiusa. «Oggi non mi azzarderei più a usare quei termini. Non solo perché sono più maturo, ma perché rivendicare la qualità politica di quel libro significa riconoscere che il suo legame morale con quel mondo non era nostalgia, ma preoccupazione viva per il presente e il futuro». Ha poi evocato «l’abisso» al quale sta conducendo la sparizione di quegli orizzonti di senso — il legame sociale, la partecipazione democratica, l’organizzazione collettiva, la costruzione razionale del pensiero politico — demoliti da decenni di contrattacco neoliberista. «Continuare a ragionare sulla descrizione che Caroline White e Gregory Smith fecero di questi Paesi prende tutto un altro senso: quello della ricerca di un altro mondo possibile, che non sta solo nell’utopia ma anche nel nostro passato vissuto».


Il professor Gregory O. Smith, docente di Antropologia e Sociologia alla Temple University di Roma — e lui stesso ricercatore nella Marsica, a Celano, negli anni Settanta su cui ha pubblicato il volume “La comunità e lo Stato, Antropologia e storia nella Marsica del Novecento” — ha tenuto un intervento vivace e personale, ricco di aneddoti. Ha raccontato di trovare le patate del Fucino al supermercato vicino a casa sua, nel quartiere difficile di Palermo dove ha scelto di vivere, e di come questo gli serva da «collante» tra i tanti capitoli della sua vita.

Al centro della sua riflessione il concetto di capitale sociale, che ha citato in relazione alle aggiunte che White aveva inserito nell’edizione del 1996: la capacità di stare insieme come origine del successo politico, istituzionale ed economico. «Lei lo diceva negli anni Settanta, prima che diventasse molto famoso negli anni Ottanta e Novanta. Era molto avanti». Ha insistito sull’inscindibilità di impegno civile e ricerca scientifica come cifra moderna e necessaria: «Tu non puoi oggi fare solo ricerca, solo insegnare, scrivere libri, fare conferenze. Tu devi stare sul campo». Ha ricordato la svolta critica dell’antropologia degli anni Settanta — l’influenza di Marx, Gramsci, il femminismo — che aveva messo in discussione la neutralità della disciplina: «Chi non dichiara la propria posizione la sta celando. La scienza come cosa astratta e assoluta è un’idea completamente screditata».


Ultimo relatore, Francesco Della Costa — ricercatore all’Università di Milano Bicocca, originario di Celano, traduttore del volume di Gregory Smith e che ha recentemente pubblicato “Etnografia del rurale nella Marsica” — si è definito «outsider» a questo convegno, pur avendo legami profondi con la Marsica, essendo suo nonno di Trasacco. Ha studiato Padrini e ideologie per un esame universitario alla Sapienza con Maria Minicucci, e ha ricordato la doppia emozione di quel momento: l’effetto specchio nel riconoscere la propria comunità, l’appartenenza politica radicata.

Nella parte metodologica del suo intervento ha evidenziato due elementi di novità del lavoro della White rispetto all’antropologia classica britannica. Il primo: la prospettiva storica. «L’antropologia classica studiava quei mondi come in assenza di diacronia. Laddove, nel libro di White, la storia è la chiave interpretativa essenziale». Andare a scavare nella storia di Luco era stato fondamentale per capire la peculiarità di quella comunità. Il secondo: la comparazione. «Restare dentro una comunità e mettersi in gioco su un confronto tra due Paesi era qualcosa di innovativo». Ha infine richiamato la responsabilità degli scienziati sociali nella costruzione delle rappresentazioni delle comunità locali: i concetti che gli antropologi elaborano nei libri «al servizio dell’emancipazione delle comunità» finiscono poi per rientrare nell’agone politico, come dimostra il caso del concetto di restanza usato recentemente da una lista elettorale in un piccolo paese della Marsica. Un’osservazione «senza giudizio di merito», ha precisato, ma che indica quanto profondo sia l’impatto di quello che si scrive sulle comunità.


Prima della chiusura, il moderatore ha dato spazio a due testimonianze dirette. Giuseppe Di Giamberardino, che all’epoca della ricerca era vicesindaco con funzioni di sindaco, ha ricordato di aver accolto la White mostrandole i documenti comunali, e di aver poi assistito alla sua presenza silenziosa e sistematica a ogni consiglio comunale, ogni assemblea, ogni manifestazione. «Viveva proprio la vita vera di Luco», ha detto, aggiungendo con ironia che il giudizio della ricercatrice su Luco rispetto a Trasacco era stato forse «troppo benevolo: quasi vergognoso, troppo, troppo, troppo. Sant’Antonio, troppa grazia».

Ilio Leonio, ha offerto una riflessione epistemologica. Ha richiamato la metafora dello «specchio rotto» di Alberto Cirese: il libro della White è ancora uno specchio, ma rotto, che però «riporta frammenti di verità e di realtà». Ha poi sottolineato due aspetti spesso trascurati: l’importanza della ricerca catastale che White aveva condotto — e che spiega le differenze culturali tra Luco e Trasacco a partire dalla diversa struttura della proprietà fondiaria — e il carattere di «partecipazione osservante» (più che «osservazione partecipante») della ricercatrice, chiaramente inserita nella rete di relazioni del PCI e del PSI locali. Una parzialità metodologicamente dichiarata, ha osservato, ma che in alcuni casi aveva portato a qualche «piccola estremizzazione» — causa, tra l’altro, di alcune querele giunte da Trasacco.


A chiusura dei lavori del convegno, il moderatore Socciarelli ha sintetizzato il senso dell’intera giornata: «Quando in un convegno ci sono tante domande, significa che il convegno sta funzionando».

L’insegnamento più profondo di Caroline White — ha concluso Luigi Piccioni — risiede nell’intreccio inestricabile tra impegno civile, impegno politico e ricerca scientifica, «sostenuto da una fortissima tensione morale». Un’eredità che ha reso possibile, mezzo secolo dopo, una sala piena in un comune del Fucino il primo maggio, con tre generazioni di una famiglia inglese sedute in prima fila.

«Caroline ha amato Luco», ha detto un testimone chiudendo il suo intervento. «E noi non la dimenticheremo mai».

25,00 €

Autore: Caroline F. White

Traduzione dall’inglese: Alessandro D’Orazi

Prefazione: Angelo Venti

Copertina: Giuseppe Pantaleo

Edito da: Aleph editrice

Collana Blu: volume 1

Pagine: 200

Formato: cm 16×23

Prima edizione: Aprile 1996

Ristampa: 2026

Copyright: Aleph editrice

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Questo volume si compone di tre saggi di antropologia sociale scritti in periodi diversi, la loro lettura in successione offre uno spaccato originalissimo delle relazioni sociali nel bacino del Fucino negli ultimi venti anni. Negli anni ‘70 la politica degli Stati Uniti in America latina era di incoraggiare le riforme agrarie nella speranza di ridurre il sostegno dei contadini ai movimenti radicali e di guerriglia. Anche antropologi e intellettuali erano convinti che questo fosse l’unico sistema per disinnescare il loro potenziale rivoluzionario. La White studiando le lotte del Fucino nel 1950 e gli effetti della riforma agraria sui contadini di Luco dei Marsi e Trasacco dimostra che questo non è sempre vero.

I due paesi furono ugualmente coinvolti nelle agitazioni, ma mentre a Trasacco la Dc ristabilì velocemente il modello clientelare tipico del Sud Italia, a Luco la popolazione continuava a rifiutarlo e intraprendeva azioni di lotta ogni volta che gli interessi collettivi venivano minacciati.

Restando per più di un anno a contatto con centinaia di cittadini di varia estrazione l’Autrice indaga i presupposti storici ed economici e l’organizzazione sociale delle due comunità e fornisce una interpretazione originale delle modalità in cui dinamiche socio-politiche straordinariamente differenti possano configurarsi ed esistere in uno spazio geograficamente limitato.

La White sfata anche la convinzione che la forma della partecipazione politica nei paesi a maggioranza comunista sia differente da quelli controllati dai democristiani, dimostrando che il solo indicatore del voto non è attendibile.

È da sottolineare la rilevanza che questo testo assume in ambito scientifico internazionale. Recenti studi di antropologia sociale condotti in paesi dell’Europa occidentale da Delamont, McDonald, Goddard, Llobera e Shore lo citano diffusamente come studio basilare per comprendere le dinamiche politiche nei Paesi del Mediterraneo.

Caroline White nata a Grahamstown (Sudafrica) nel 1941, ha studiato all’Università del Natal per poi conseguire il dottorato di ricerca in antropologia sociale all’Università del Sussex (GB). Ha insegnato alla Griffith University di Brisbane (Australia), all’Università di Città del Capo come senior lectures, alla University of the Western Cape dove era docente e capo del Dipartimento di antropologia. Dal 1991 è senior research specialist al Centre for Policy Studies di Johannesburg.

Esperta di problemi socio-politici italiani, ha svolto ricerche antropologiche nel nostro paese e nel 1980 ha pubblicato Patrons and Partisans, risultato di uno studio sulla cultura politica in due paesi dell’Abruzzo interno.

Si è occupata attentamente della condizione femminile e dei problemi di genere, argomenti su cui ha scritto diffusamente. Altre sue pubblicazioni vertono sulla povertà del Sudafrica, su temi dell’occupazione industriale, sulle politiche dell’azione positiva nel Sudafrica. Ha contribuito con un capitolo sulla condizione femminile al libro Il Nuovo Sudafrica. Dalle ambiguità della dipendenza alla complessità della democrazia a cura di Itala Vivan, in corso di stampa presso La Nuova Italia.

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