Paola Trevisan ha presentato ad Avezzano il suo ultimo libro “La persecuzione dei rom e dei sinti nell’Italia fascista”, edizioni Viella

Seppure il libro sia focalizzato sul periodo fascista, in realtà parla anche a noi contemporanei perché certe resistenze culturali e certe chiusure ideologiche rispetto al mondo Rom e Sinti sono ancora radicate nella società

Alfio Di Battista
Alfio Di Battista
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Avezzano – Ha avuto luogo sabato scorso, 8 giugno presso la Sala Irti, la presentazione di un saggio molto interessante sul piano storico antropologico, dal titolo La persecuzione dei Rom e dei Sinti nell’Italia fascista. Un libro della studiosa Paola Trevisan edito da Viella, arrivato nelle librerie a gennaio del 2024 nel giorno della memoria.  

Il sottotitolo – Storia, etnografie e memorie, definisce in termini molto chiari il percorso intrapreso dall’antropologa per tracciare un quadro ampio, e per certi versi inedito, di un mondo percepito a torto, attraverso la lente del pregiudizio che nel tempo ha alimentato credenze, spesso del tutto infondate. 

Dopo i saluti istituzionali portati dall’amministrazione comunale, ha aperto i lavori Bruno Morelli, presidente del centro Rom ETS di Avezzano. L’introduzione è stata invece affidata alla professoressa Veneranda Rubeo con i dialoghi curati da Gino Milano, affiancato da Giovanni D’Amico, presidente dell’ANPI Marsica, una fra le associazioni che hanno organizzato l’evento, oltre all’Associazione Cammino dell’Accoglienza e al Centro giuridico del Cittadino.  

La presentazione del libro è stata un’interessante occasione di confronto fra realtà che scontano ancora oggi una sorta di incomunicabilità dovuta ad antichi retaggi culturali che ancora persistono nella società. Ciò è emerso dalle parole di Morelli, la cui associazione si è assunta il compito di favorire l’integrazione.

Questi sono tempi che vedono le grandi migrazioni di massa come ricorrente fenomeno che non si è mai arrestato nel corso dei secoli. Del resto lo stesso popolo italiano è un crogiolo di etnie, razze e culture fuse fra loro.

Su questi elementi ha incentrato le sue considerazioni la presidente del Cammino dell’Accoglienza, Bianca Mollicone, evidenziando la necessità di un approccio che sia sempre più tollerante e inclusivo rispetto a ciò che viene usualmente percepito come “diverso” termine neutro, ma di fatto influenzato in negativo dal substrato culturale dell’osservatore.

Sul piano delle istituzioni non è che le cose vadano meglio, nonostante la diversità sia tutelata dalla nostra Carta Costituzionale. Lo dice chiaramente la professoressa Rubeo quando riferisce che in talune circolari ministeriali dei palazzi della pubblica istruzione si rilevavano, ancora nei primi anni del 2000, contenuti palesemente discriminatori nei confronti delle etnie tzigane. 

Nelle sue considerazioni, la Rubeo ha evidenziato come, seppur il libro sia focalizzato sul periodo fascista, in realtà parla anche a noi contemporanei perché certe resistenze culturali e certe chiusure ideologiche rispetto al mondo Rom e Sinti continuano ad avere un profondo ancoraggio, soprattutto nelle zone di contiguità e sovrapposizione fra culture che condividono spazi e territorio.

Quanto alla dottoressa Trevisan, lei ha trascorso lunghi periodi all’interno delle comunità Sinti e Rom in varie zone d’Italia, fra cui l’Abruzzo, studiandone usi, costumi e tradizioni che ne connotano i tratti identitari più spiccati. Si tratta di un’attività di ricerca, condensata nel suo libro, che Michele Sarfatti, nella prefazione, definisce necessario, il primo in assoluto che offre un quadro completo e articolato della persecuzione tzigana.

Proprio dai racconti ascoltati all’interno delle varie comunità frequentate, la Trevisan è riuscita a mettere insieme i pezzi di un complesso puzzle che ricostruisce il periodo buio del ventennio fascista e la sua complessità. L’aspetto interessante della raccolta, fra testimonianze e aneddoti, è che la studiosa, finisce per offrire, suo malgrado e in maniera naturale, un orecchio amico alle comunità rom, desiderose di raccontare la loro storia che per secoli non era mai interessata a nessuno.

Questo è un elemento che lascia ampio spazio alla riflessione sulla distanza che separa culture e comunità se resta spento il canale della comunicazione, per le motivazioni più disparate, che usualmente affondano le radici nel razzismo culturale, nella diffidenza, nella paura, e in ultima analisi nel pregiudizio alimentato dalle false credenze.

La descrizione del periodo fascista non può non mettere in relazione le comunità tzigane con i campi di internamento in cui venivano confinati. È il periodo delle leggi razziali, è il periodo dell’ideologia della razza.

Ciò che sconvolge ancora oggi, del racconto dell’antropologa, è la richiesta di aiuto che si vede rivolgere dai discendenti di quelle comunità per poter esercitare il diritto, che già dovrebbe essere riconosciuto in quanto cittadini italiani, di accedere alle carte che documentano quel periodo.

È come se ancora oggi queste persone fossero invisibili di fronte all’istituzione che non di rado arriva a negare loro, in maniera arbitraria, i diritti sanciti dalla Costituzione. Certamente quando ciò accade è perché evidentemente, chi rappresenta l’istituzione in quel frangente, non ne incarna gli alti principi, ma se ciò accade, è perché esiste un brodo culturale che alimenta idee pericolosamente antidemocratiche.

Questa è una ragione in più per provare a guardare oltre il muro del pregiudizio che frena l’inclusione e mortifica i tentativi di integrazione con tutte le complessità che questo processo inevitabilmente comporta. Non è un percorso agevole quello del riconoscimento reciproco ma certamente, libri come questo, sono di notevole aiuto nel facilitarlo.    

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