Potevano essere salvati ma hanno lasciato in mare il carico residuale

Alfio Di Battista
Alfio Di Battista
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Vivi da anni fra cumuli di macerie e palazzi fatiscenti, nel quartiere di un villaggio Siriano devastato dalle bombe e dal terremoto. Sopraffatto dalla fatica di sopravvivere e piegato dall’orrore quotidiano di una guerra che nemmeno ti ricordi quando è iniziata. E tutte le volte, il sonno ti sorprende alla fine del giorno come un ladro, e le tue mani vuote, non hanno altro che la tua rassegnazione da offrire per qualche ora di ristoro nei sogni.

I tuoi figli hanno fame, si nutrono di speranza e del pane rimediato fra i vicoli sconnessi, passato di mano in mano alla missione umanitaria. Lo masticano piano per farlo durare più a lungo e tu rinunci alla tua parte perché non hai fame, ma nessuno ti crede.    

La verità è che sei un padre, e loro, sono la parte di te che vorresti lasciare al futuro, lontano dal nulla, lontano dalla polvere e dall’odore di morte. E mentre la preghiera del Muezzin si leva lontana al tramonto, qualcuno ti aspetta per venderti a caro prezzo l’imbarco verso la terra promessa, per te e la tua famiglia.

Si parte all’alba, il viaggio sarà lungo. Giorni e giorni di cammino fra pendii scoscesi e colline brulle sferzate dai venti gelidi dell’est, infuocate dal sole a picco nelle ore più calde che si rincorreranno uguali a se stesse. I più fortunati vedranno la vastità del mare, al termine di una lunga marcia, senza immaginare che tutto, deve ancora iniziare.

Chissà come sarà bello il mondo oltre l’orizzonte. Niente più guerre, ne fame. Forse potremo tornare a vivere senza avere più paura del rumore delle bombe di notte. Forse torneremo a passeggiare senza avere più paura di trovare corpi dilaniati nelle strade. Niente più sangue mescolato alla polvere. Ma oggi il mare è immenso, profondo, pare urlare la sua rabbia contro gli uomini, incute paura.

Dove credete di andare in duecento, sopra una barchetta, un vecchio gozzo da pesca che a malapena galleggia! Lì ci stanno al massimo trenta persone. Ma se non sali a bordo è la fine del sogno. Osservi il volto stanco di tua moglie e vedi le espressioni dei tuoi figli che sembrano dirti – Dai papà, ce la faremo! – e ogni remora svanisce. Il sogno può diventare realtà. Diamo una possibilità alla fortuna.

Lo scafista turco urla, dice di far presto. Se arrivano i soldati è la fine. C’è da sbrigarsi, non c’è tempo per pensare. Si va. Preghi il tuo Dio in silenzio, nel buio di una notte calma, dove l’unico rumore è il motore fuoribordo che urla al massimo dei giri squarciando il silenzio.

Tre giorni e tre notti, pressati, costipati su quello che sembra essere diventato un guscio di noce. L’acqua ormai è finita e i bambini infreddoliti sono rannicchiati fra il tuo corpo e quello della tua compagna. È quasi l’alba. Il legno della bagnarola galleggiante scricchiola sinistro. Qualcuno esclama – Terra! Italy! Qualcuno riesce ancora a gridare di gioia. È fatta!

Meno di mezzo miglio, forse ancora meno, ma il mare è agitato, lo sciabordio dell’acqua salmastra strattona la barca in balia delle onde. Il carico umano sopraffatto dalla paura si sposta facendola inclinare. Lo scafista urla come un ossesso e comincia a buttare gente in mare. È il panico, l’imbarcazione si spezza in due e le persone finiscono in acqua. Chi sa nuotare? Qualcuno si aggrappa a un pezzo di legno e alla vita.

Il terrore, le urla, le braccia si dimenano fra le onde e spariscono nella schiuma bianca della risacca. Dio dove sei? È il grido di Nadir. Dove sei Zahira? Assan, Omar, Ismael… dove siete? Si ritrova sul bagnasciuga spinto dal mare e dal destino beffardo. Corre disperato verso il mare, avanza fra le onde, invoca Allah e la sua famiglia, e si lascia andare esausto alla furia delle onde.

Ma i volontari del soccorso lo afferrano e lo riportano a riva privo di sensi. E mentre nel sogno abbraccia la sua Zahira e i suoi bambini, l’ambulanza corre verso l’ospedale. Certi sogni vorresti non finissero più.    

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